6 Nazioni Letterario: Inghilterra – ‘W. e M. (Tratto da Casi clinici di Sigmund Freud)’ – Angelo Ricci

6 Nazioni Letterario: Inghilterra – ‘W. e M. (Tratto da Casi clinici di Sigmund Freud)’ –  Angelo Ricci

W. E M. (TRATTO DA CASI CLINICI DI SIGMUND FREUD) – Angelo Ricci – 6 Nazioni letterario. Segui il 6 Nazioni letterario sulla nostra pagina Facebook e #6Nletterario su @ATeditore.

Spesso la nostra funzione di fronte alla patogenesi, i cui sintomi si manifestano per mezzo di sogni ricorrenti dai quali il paziente riferisce di sentirsi oltremodo oppresso oppure da manifestazioni allucinatorie che, a volte, possono essere scambiate dal paziente bensì come sogni ma dalle quali tuttavia riferisce di trarre, più che una sensazione di oppressione, un’orribile percezione di incontrollabile persecuzione, è quella di rappresentare uno specchio sul quale il paziente stesso possa riflettersi al fine di individuare, al di là di se stesso, quali siano le cause scatenanti di questa patogenesi.

La particolarità di questo caso clinico risiede nel fatto che sono due i pazienti affetti da un quadro patologico circostanziato dal medesimo episodio onirico ricorrente in entrambi e che entrambi riferiscono come decisamente persecutorio. Qualora il collega Jung ne avesse conoscenza potrebbe riferirne come di uno degli innumerevoli episodi che egli definisce come archetipi. Ma il suo avvicinarsi all’analisi dinamica è del tutto privo di fondamento.

Il primo che si rivolge a me (lo indicherò d’ora in poi con l’iniziale del nome: W.) è un personaggio pubblico del mondo politico britannico, che ha ricoperto importanti incarichi di governo specialmente nel corso della recentissima guerra del 1914-1918.
Si presenta nel mio studio e pare occuparne militarmente l’intero spazio. A un mio cenno si sdraia di malavoglia sul divano ricoperto di tappeti orientali e accenna a essi con vaghi riferimenti alle truppe britanniche sconfitte in Afghanistan nel 1842. Segue un lungo silenzio, un silenzio apparentemente senza respiro, quasi senza energie vitali. Improvvisamente sentenzia di ritenersi l’unico responsabile della sconfitta di Gallipoli e di sentire ogni giorno il peso intollerabile della morte delle migliaia di soldati australiani che in quel luogo, obbedendo a una sua direttiva, hanno perso le loro giovani vite. Accenna poi a sette esoteriche che lo terrebbero in scacco e a uno sconosciuto pittore di strada austriaco che sarebbe portatore di prossime sanguinose sventure che dilagheranno cupe su tutto il mondo. Dice, con il sollievo liberatorio che nasce dall’autocoscienza del disturbo, che il sogno ricorrente che l’opprime si è manifestato subito dopo aver avvertito lo Stato Libero d’Irlanda dell’invio a Dublino dell’artiglieria imperiale britannica e del reggimento dei Royal Fusiliers, allo scopo di riportare l’ordine pubblico, qualora le fazioni politiche del neonato stato irlandese avessero seguitato a perseverare nei loro scontri armati e nella reciproca minaccia di una guerra civile.

Il secondo che si rivolge a me (lo indicherò d’ora in poi con l’iniziale del nome: M.) è un personaggio pubblico del mondo politico irlandese che ha guidato la guerra indipendentista del suo paese.

A differenza di W., che veste eleganti abiti borghesi, M.indossa una divisa da alto ufficiale del nuovo dominion gaelico. Alto e magro, a differenza di W., M. si scusa di indossare quella uniforme che, mi spiega schermendosi goffamente, è simile a quella dell’armata inglese poiché lo Stato Libero d’Irlanda, se pur ora autonomo, rimane tuttavia in unione personale con la Corona britannica. M. non è silenzioso come W. e riferisce più volte, con intenso rammarico, di sentire il proprio animo profondamente ferito dalle divisioni del suo popolo, divisioni che, a parer suo, hanno causa proprio nella sua persona e soprattutto nella sua decisione di aver sottoscritto un trattato che nega l’indipendenza completa della sua patria ma la cui definizione è stata da lui caldeggiata perché nella sua vita ha visto scorrere troppo sangue irlandese e, in quel momento, esso era il migliore degli accordi possibili.
Più e più volte dichiara di sentire attorno a sé l’acre fetore del tradimento coltivato da chi pensava fosse uno dei suoi più fedeli alleati. Come W. anche M. individua nel momento iniziale del sogno ricorrente l’avvertimento britannico di riportare con la forza militare imperiale l’ordine pubblico seriamente compromesso dal fatto che gli irlandesi appaiono del tutto incapaci di garantirlo in casa propria quasi per biblica maledizione.

Il sogno che W. e M. mi descrivono, ognuno dei due in sedute ovviamente separate e distanti nel tempo di qualche settimana, evidenzia un profondo e intollerabile peso che alberga nei due subcoscienti, con l’elemento, per me sorprendente fino a un certo punto dati gli eventi politici ai quali entrambi paiono come avvinghiati, della stessa struttura narrativa. Entrambi i pazienti riferiscono la sensazione, provata in modo assai vivido, di trovarsi nel sogno come spinti avanti nel tempo. Sensazione che non è data da eventuali elementi di contorno in esso presenti, ma che vive radicata nel momento della manifestazione onirica in sé, come un elemento dovuto e accettato che non necessità di spiegazioni alcune.

La biunivoca simbiosi onirica rende possibile il fatto che la stessa manifestazione del sogno possa essere in modo altamente certo definito come uno stato allucinatorio, paludato semmai dalle sembianze del sogno per opera dei rispettivi Super-io che rifiutano di riconoscere la loro compromissione patologica.

W. e M. riferiscono entrambi di trovarsi nel sogno come spettatori di una partita di rugby che vede come protagoniste le squadre nazionali dei loro rispettivi paesi. L’orrore che nasce dalla presenza a tale evento è indicato sia da W. che da M. come la sensazione intollerabile che la partita non abbia un inizio e nemmeno una fine ma che si cristallizzi in un universo immobile in cui i due pazienti dichiarano di sentirsi prigionieri come insetti affondati nell’ambra da una divinità malefica che ininterrottamente li deride.

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