6 Nazioni Letterario: Scozia – ‘Freedom’ – Stefano Pazzaglia

6 Nazioni Letterario: Scozia – ‘Freedom’ – Stefano Pazzaglia

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Era un viaggio preoccupante ed eravamo solo all’andata. Quel piccolo scozzese guidava l’autobus come fosse una diligenza. Parlava, si dimenava e ogni tanto lanciava il suo grido di battaglia: «freedom».

Sì perché oltre all’autista faceva anche da cicerone e terminava i suoi racconti con quella parola. Si sa son parsimoniosi gli scozzesi quindi l’agenzia aveva risparmiato anche sulla guida… turistica.

Quell’uomo era scozzese come si immagina uno scozzese, con il mito di William Wallace e le battaglie contro Edoardo I. Gli mancava solo il kilt.

Il bus correva veloce tra i saliscendi verdi delle highlands in direzione Inverness. Il canale di caledonia e Loch Ness con relativo mostro la meta di quella gita domenicale. Eravamo partiti da Edimburgo di buon mattino.
Vuoi andare in Scozia e non vedere il mitico Nessie?

Certo che andarci in febbraio!

Il verde delle terre alte era interrotto dai piccoli villaggi ordinati con le case basse e il tetto a punta e costellato di puntini bianchi immobili. Ho osservato per lunghi tratti quelle greggi di pecore e mi sono convinto che erano delle sagome di cartone. Non potevano essere animati era sicuramente uno stratagemma di quelle genti per movimentare il monotono panorama. Mariateresa sosteneva di no e spiegava l’effetto ottico dell’immobilità con la distanza. Ma io le avevo guardate bene quelle greggi e a me gli scozzesi non mi fregano.

I sussulti del mezzo sollecitato dallo scatenato pilota caledone e dalle ondulazioni della strada interrompevano le mie osservazioni. Ascoltavo le spiegazioni di Mac o Mc (si chiamano tutti così da queste parti) che sembravano note di un navigatore di rally più che informazioni turistiche. Ovviamente pioveva e una strana foschia occupava le vallate. Nuvole basse da cui spuntavano torrioni di castelli medievali popolati da dame e cavalieri in armi. E le pecore sempre lì immobili.

Lo stridio dei freni ci annunciò una breve sosta per rifocillarci. Pioveva e tirava vento. Ci fermammo in una sorta di autogrill delle highlands con ristoro, negozio di souvenir e distilleria di whisky, torbato, naturalmente.

L’accoglienza dei gestori abituati a questi periodici assalti di ciurme dirette a Inverness fu caratterizzato da una discreta diffidenza. Uscimmo e passando davanti alla finestra della distilleria notai all’interno il nostro conducente sorseggiare un liquido che non credo fosse acqua. Una certa inquietudine che già covavo riprese a rovistarmi le viscere.

Arrivammo finalmente alla nostra meta e ci mettemmo in fila per salire sul battello che ci avrebbe portato faccia a faccia con il mostro. Mi ero sempre chiesto come si potesse credere a una minchiata del genere che ha la sua origine nel racconto di due albergatori del luogo che dopo numerose pinte di birra hanno incontrato il serpentone gibbuto.

Pare abbia attraversato la strada che costeggia il lago mentre loro transitavano con il loro veicolo. Mah! Poi altri avvistamenti e alcune foto sfuocate o taroccate. E il mito di Nessie è nato e con esso un movimento turistico inimmaginabile per queste parti. Perché il lago Ness non è altro che un tratto del canale di Caledonia, un budello di una ventina di chilometri. Ma tant’è e pure io ero lì in fila ad aspettare il natante che ci avrebbe portato a solcare le acque scure di Loch Ness.

Salimmo sulla barca e notai subito che sui vetri c’erano appiccicate delle decalcomanie del mostro. Le osservai per alcuni secondi e pensai: « ci pigliano per il culo ‘sti qua ».

Fotografando l’immagine con sullo sfondo l’acqua del lago ti regalavi l’agognato souvenir: l’immagine di Nessie che spunta dal lago. Questa cosa avvalorava anche la mia tesi sulle pecore. Attorno a me notavo le facce ghignanti degli indigeni. Ovviamente non mancava, all’interno dell’imbarcazione, il monitor che scandagliava le oscurità delle poco profonde acque. Finita la perlustrazione senza veder traccia della selvaggia belva marina tornammo al pullman.

Mac o Mc ci attendeva. Lo notai agitato seduto al suo posto di guida che fissava l’autoradio.

« Si sarà fatto qualche pinta di birra » pensai.

Poi capii, stava iniziando la partita di rugby. E non era una partita qualsiasi, era Scozia – Galles del sei nazioni.
Mise in moto il motore e iniziammo il viaggio di ritorno. Intuii che sarebbe stata dura, molto dura. La guida di Mac o Mc si fece intermittente. Momenti di quiete alternavano strappi nervosi. Il pilotaggio seguiva le mischie, le touche e i raggruppamenti spontanei. I calci piazzati richiedevano un silenzio assoluto che sfociava in esultanze o imprecazioni.

Compresi che le cose non andavano molto bene per i blu di Scozia e la cosa mi preoccupò. Mac o Mc alternava le ultime notizie turistiche con brevi cori a mezza voce. Sembravano i canti di battaglia delle disordinate truppe scozzesi prima della battaglia.

« Freeeedom » gridò più forte del solito. La Scozia era andata in meta. Fu solo un fuoco di paglia. Ma forse fu meglio così per noi. Il secondo tempo iniziò con una fiammata dei blu ma poi i gallesi presero netti il sopravvento. Perché il rugby è uno sport che non perdona i deboli, non ammette meline, è impietoso. Nel secondo tempo le squadre forti emergono sempre e quel giorno a Murrayfield i migliori erano i rossi di Cardiff.

Il fischio finale della partita annunciò un silenzio che ci accompagnò fino a Edimburgo.

Stava venendo sera e mi assopii esausto. Sognai gli scozzesi uscire dal campo applauditi dai vincitori e poi il terzo tempo tra boccali di birra e quelle indigeribili pietanze che usano da queste parti. Un sentore di bacon e cipolla risalì il mio esofago. Era la colazione del mattino che si manifestava.

Un altro stridio e il rumore gracchiante del freno a mano annunciarono l’arrivo nella capitale scozzese. Mac o Mc scese silente e noi passeggeri sfilammo davanti a lui con ossequioso rispetto.

« Non ti dimenticherò piccolo maledetto scozzese ».

« Freedom ».

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