6 Nazioni Letterario: Scozia – ‘Bella Ciao’ – Stefano Pazzaglia

6 Nazioni Letterario: Scozia – ‘Bella Ciao’ –  Stefano Pazzaglia

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Cammino su e giù per il Royal mile, la strada principale di Edimburgo che dal castello porta dritto a Holyrood House e mi trovo viso a viso con Adam Smith. Il mio umore non è dei migliori ma mi fermo a scambiare due parole. Mi snocciola le sue teorie economiche ma resto scettico.

“Resto Keynesiano caro Adam, è inutile che me la meni con il libero mercato” taglio corto.

Riprendo il mio cammino verso il maniero sulla collina, lui resta sul suo piedistallo a perenne memoria. Mi fissa severo, immobile come una statua. È una statua.

Bello il miglio reale pur essendo marzo è vivo, affollato d’umanità. In estate è un pullulare di artisti di strada e turisti. Un paio di anni fa venni qui d’agosto in occasione del festival. Una città sempre sveglia niente a che vedere con Londra che se entri in un locale alle nove e trenta p.m. ti guardano male.  

Il gotico intorno a me, davanti e dietro, ovunque. L’architettura va verso l’alto, la pietra vulcanica domina e i toni cupi incombono piacevolmente. Passeggiare in queste strade è sempre una forte emozione. Ti senti un po’ nel medioevo e un po’ in un racconto di J.K. Rowling. Ti aspetti di vedere Arthur Conan Doyle sbucare da un angolo proveniente da una di quelle ripide strade che portano quassù al miglio reale. Il miglio scozzese non quello inglese, mi raccomando. Arrivo al maniero e c’è la solita coda, è anche sabato. Tira una bella aria per fortuna ho la mia sciarpa clans Scotland: clan Munro.

Gaelic Name: Mac an Rothaich.

Crest Badge: An eagle perching, proper.

Motto: Dread God.

Così per essere precisi.

La cannonata dell’una mi coglie di sorpresa, non mi sono ancora abituato all’artiglieria del castello.

Da Castle Esplanade, mi dirigo verso High Street dove c’è la mia birreria preferita, il pub n°1. La cucina non è male e la birra scozzese Stewart ottima. Io qui voglio bere il fermentato di malto d’orzo e luppolo del posto, a pinte. A Grassmarket nella birreria più antica di Edimburgo mi hanno dato una Peroni e non va bene. No che non va bene.

Cammino con le mani in tasca e penso che devo andare a fare un giro ad Aberdeen, su a nord e poi magari prendere un traghetto e visitare le Orcadi. Là fa freddo e tira vento sul serio, non come qua a Edimburgo, e la vegetazione è bassa. Nulla o quasi di vegetale supera il mezzo metro. Posti inospitali e a me piacciono i posti inospitali.

 

Lo vedo spuntare da una strada laterale trafelato, bavero alzato, passo breve e frequente. Strizzo gli occhi per mettere a fuoco.

” È proprio lui, il maledetto piccolo scozzese, il driver-guida turistica che mi ha portato a Loch Ness un paio di settimane fa”. Lo seguo, guardo l’orologio sono quasi le due.

“Cazzo che passo quel piccoletto” penso, devo accennare una corsetta per non perderlo.  Si dirige verso High Street, non so perché ma lo devo seguire. Riesco ad affiancarlo, ci guardiamo, lui prosegue con il suo passo frenetico. Passiamo nuovamente davanti ad Adam Smith che saluto con un cenno, lui è sempre immobile sul piedistallo.

“Hi” dico al piccolo caledone, lui risponde con un grugnito.

“Dove stai andando così di corsa?” gli chiedo con il mio inglese stentato

“a vedere la partita” mi risponde con il suo inglese arrotato.

“quale partita?”.

Mi guarda schifato

“Italy-Scotalnd, six Nation” dice

“italiano di merda” aggiunge a bassa voce ma intuisco.

Svolta improvviso a sinistra verso la ripida discesa che porta a the garden

“hi…freedom” gli grido mentre si allontana. Lui alza il braccio e vedo svettare il dito medio dal pugno chiuso.

“Va be’… pazienza”.

 

Per fortuna sono arrivato al pub. Le panche in legno e la solita folla. Pare che gli indigeni passino buona parte del tempo libero nei locali. Mi siedo, fish & chips e la prima pinta di Stewart.

“Come Sir John Young “Jackie” Stewart, lo scozzese volante tre volte campione del mondo di F1” penso

“chissà se sono parenti?”.

Il primo boccale di birra mi sollecita pensieri. Amo la birra, anche il vino in verità, però la prima mi gratifica maggiormente perché si deglutisce, si ingurgita a boccali. Tiro fuori la moleskine e la scatolina di latta con i lapis e li appoggio sul tavolo. Lo faccio sempre, comunque, che io scriva o no. Così mi viene in mente Elmore Leonard e il suo decalogo di scrittura. Ne discutevo qualche settimana addietro con Enrico, poeta, cantautore e giornalista.

Faso tuto mi ostregheta!” d’altronde è veneto. Un amico.

Lui sposa in toto le regole dello scrittore americano, io qualche obiezione l’avrei. E d’altronde nelle dieci regole cita sempre eccezioni. Elmore usa il dialogo come mezzo di narrazione tralasciando descrizioni di luoghi e persone. A me le descrizioni piacciono soprattutto dei luoghi o di oggetti anche minimi e insignificanti. Cosa vi devo dire?

Aggiungerei un’undicesima regola che conio mentre addento il pesce con le patate fritte che mi ha allungato la procace cameriera. La guardo allontanarsi e osservo compiaciuto le sue rotondità

“che bella cosa le donne…quasi come la birra”.

Sui punti di sospensione e quelli esclamativi sono pienamente d’accordo con Leonard e anche per quanto riguarda prologhi e lungaggini. Ma dicevo della norma del perfetto scrittore che aggiungerei ed è la seguente:

  1. Non seguire pedissequamente le regole sopra scritte.

 

Nel grande schermo TV i giocatori hanno iniziato a scaldarsi.

 

Lo vedo entrare sempre con il suo fare tribolato, il piccolo maledetto scozzese. Pare un’anima in pena.

“Anche qui lo trovo” penso.

Si siede al mio fianco ma sembra non notarmi.

Lo guardo, “hi”, gli dico, ma lui ha gli occhi fissi al grande schermo

“my name is Stefano” proseguo.

“Andy” risponde allungando la mano senza guardarmi.

IL locale è pieno, la partita non è tra le più sentite da queste parti ma è pur sempre il sei nazioni. La sconfitta secca con l’Irlanda grida vendetta e poi l’Italia è riuscita più volte nell’impresa di battere i blu di Scozia. E anche a rifilargli qualche cucchiaio di legno. Quest’anno gli scozzesi hanno vinto la Calcutta cup e tanto basta. L’importante è battere l’Inghilterra.

Il match inizia.

Boccali di vetro spesso, stracolmi di birra, passano sopra la mia testa. Una mia mossa inconsulta potrebbe essere letale. Il pub è diventato un settore di Murrayfield, posso sentire i canti gaelici e i tamburi cupi prima della battaglia. A capo di tutta la tifoseria immagino lui, il piccolo maledetto scozzese. Lo vedo a torso nudo a capo di un drappello di Pitti che incitano, instancabili, i blu.

La partita procede tra una mischia, una ruck e una touche. Gli avventori partecipano fisicamente all’evento sportivo distratti solo dalle pinte. Grida di gioia per le mete amiche e ululati di disappunto per quelle avversarie. Il silenzio incombe prima dei calci piazzati a cui segue esultanza o disappunto.

Con il mio vicino cominciamo a socializzare. Accenna qualche complimento anche nei confronti degli azzurri. Le birre facilitano la socializzazione.

Io mi muovo controcorrente. Esulto quando gli altri imprecano e viceversa. Ma non c’è problema.

 

La partita finisce, poca importa che vi dica chi ha vinto e in fondo poca importa anche ai miei amici scozzesi. Ci sarà comunque una rivincita, altre birre e soprattutto un altro terzo tempo che sta per iniziare.

La situazione nel locale si acquieta, qualche commento qua e là. Lo schermo tv viene spento, a queste latitudini interessa la partita non i commenti del post gara. Al mio fianco un gruppetto di non più giovani tira fuori gli strumenti: due chitarre e un violino. Iniziano i canti, la voce è di un mezzo soprano. I vocalizzi gaelici animano il locale e il violino spicca.

All’improvviso, inaspettato, un brano a me caro:

 

Stamattina mi sono alzato

o bella ciao bella ciao

bella ciao ciao ciao

stamattina mi sono alzato

e ho trovato l’invasor.

 

Mi alzo in piedi e con me Andy. Cantiamo tutti a squarciagola in italiano. Mi commuovo lo ammetto.

Ci facciamo ancora qualche altra birra. Ho perso il conto.

 

Usciamo traballanti dal pub, Andy sorregge me e io lui. Mi accompagna al mio ostello. Forse è più lui che sostiene me. Vedo l’insegna “smart city hostel”. Sono arrivato al mio alloggio e mi aspetta quella terribile moquette, rosso prugna, piena di acari che mi fa mancare il respiro.

“Grazie Andy”

“’fanculo italiano di merda”

“ci vediamo piccolo maledetto scozzese”.

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