6 Nazioni Letterario: Italia – ‘Il Trasloco’ – Antonino Emanuele Valere, Antonello Soriga, Elena Paparelli

6 Nazioni Letterario: Italia – ‘Il Trasloco’ –  Antonino Emanuele Valere, Antonello Soriga, Elena Paparelli

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Breve nota della squadra azzurra

Il trasloco è un vero lavoro di squadra, un’autentica partita.

Questi i ruoli di chi ha indossato la maglia azzurra per l’ultimo turno del Sei Nazioni 2018:

Gaspare è Antonino Emanuele Valere

Emma è Antonello Soriga

Carlo è Elena Paparelli

Gaspare

«D’accordo. Aspetta un attimo, però. Perché… per quel coso lì dovrei chiedere a mia moglie».

«No no, non si preoccupi, non volevo metterla in difficoltà. Non è importante, l’ho visto gettato lì, in mezzo a tutte quelle cianfrusaglie impolverate che ci ha chiesto di gettare via, e ho pensato che non vi servisse più».

La casa dove lavoro oggi è immensa.

In tutta la mia carriera, parola mia, non ne ho mai vista una così.

Immensa, elegante, piena di quadri alle pareti e librerie, lastricata di parquet intarsiato ovunque. Per non parlare poi di lampade, sculture e tappeti. E chi l’ha mai vista, prima, una reggia così?

Quando siamo entrati per il sopralluogo, Paolo, il mio capo, mi ha fatto un fischio in un orecchio e io non ho potuto fare a meno di scoppiare a ridere. Questo è successo il mese scorso.

Ora invece, dopo la mia irriverente richiesta da accattone, il padrone di casa, un anziano professore di Architettura in pensione, si è appena allontanato per telefonare alla moglie, avvocata penalista – mi pare – ancora in esercizio.

Non so perché vi stia raccontando tutte queste cose, su casa, status sociale e professione dei nostri attuali clienti. Non me le avete neppure chieste e il nocciolo della questione non sta nemmeno lì, per dire. Il nocciolo non sta in questo appartamento di duecentosessanta metri quadri tondi tondi in pieno corso Buenos Aires, bensì in un pallone di cuoio vero, tutto impolverato, che mi è venuto in mente di chiedere ai suoi legittimi proprietari. Gli stessi della casa.

«Perfetto, va bene… Sì sì, d’accordo, ma non ti arrabbiare. Dico al ragazzo dei traslochi che quando arrivi a casa ne parlate voi due, con calma. Intesi, Emma, ho capito. Non c’è bisogno che ripeti, ho capito, è un cimelio, sì, d’accordo, tuo zio… Va bene, riferisco, ne parlerete più tardi».

Il professore sta tornando, avanza a grandi passi verso di me: il ragazzo dei traslochi.

Masantoddio!” penso. Sono vent’anni che provo a sfangarla con questo mestiere, ho passato dentro e fuori dalle altrui case più di metà della mia vita, e ancora, almeno per tutti i nostri clienti, giovani o vecchi, pezzenti o ricchi da fare schifo che siano, io, Gaspare Gaudenzio, impiegato pluridecennale della CasInViaggio SNC, sono – e forse resterò per sempre – il ragazzo dei traslochi.

Sono vent’anni che faccio questo lavoro. Venti, fottutissimi anni che, casa dopo casa, non ho mai mancato una volta di portare a termine – sempre con cortesia e onestà, beninteso – il piccolo, grande rituale personale che rende ancora oggi la mia professione una continua sorpresa. Che mi fa andare a lavorare, ancora con entusiasmo, dopo due decenni di stesso, stramaledettissimo impiego.

Vi confesso che però, durante il mio primo trasloco, la cosa è nata per gioco, poi, adagio adagio, è diventata una curiosa quanto soddisfacente abitudine. Per me che chiedevo, e per i clienti che erano quasi sempre felici della mia curiosità, del mio interesse per una loro quisquilia, un pezzo della loro storia in quella casa, che era stato dimenticato da tutti, tranne che dalla polvere.

La prima volta che ho chiesto a un cliente di poter prendere un oggetto che a loro non serviva più fu, mi pare, durante l’estate del 1997. Fine estate. Si trattava di una vecchia edizione della Vita di Galileo di Brecht sommersa da panni lisi, cartelle di documenti e vecchie porcellane, dentro una cantina in cui l’umidità e la polvere avevano fatto di tutto per rendere irriconoscibile la copertina dei pochi libri superstiti. Chiesi solo quello, la copia di quel libriccino che per me, per ragioni che non sto qui a raccontarvi, aveva un certo valore anche affettivo.

Andò bene: la padrona di casa, una allora giovanissima insegnante del Politecnico, sembrò felice della mia richiesta e io, da quel momento, feci lo stesso con tutti i successivi clienti: un libro, una statuetta, una calamita, una vecchia foto con gli angoli corrosi dal tempo, un posacenere, una moneta da cinque lire, un francobollo senza lettera, una cartolina con tanto di francobollo…

Ebbene, sì. Sono un accattone se siete tra quelli che hanno bisogno di apporre un hashtag sulle storie. Cioè, non so se accattone è il termine corretto, ma tant’è. Comunque, anche se si trattava di roba dimenticata, usurata, vilipesa dalla polvere, dall’oblio e dal tempo, non ho mai mancato una volta di chiedere al padrone di casa il permesso di poter tenere un piccolo frammento della loro vita per ricordo, perché era il mio piccolo rituale; e fin dal mio primo giorno di lavoro.

Dal settembre 1997 a oggi: lunedì 5 febbraio 2018. Vent’anni e spiccioli: come passa, il tempo!

«Non mi dica che lei è un cultore del rugby» mi fa l’anchilosato, lucidissimo professore.

Ha appena messo via il telefono e poggiato i suoi coloratissimi occhiali da lettura sulla consolle barocca dell’ingresso, quella che ancora io e Mariano, il mio collega, non abbiamo imballato.

«Sì, lo sono. Lo confesso. Anche se, dopo la schioppettata al Sei Nazioni contro l’Inghilterra, questa non è una gran bella giornata per i colori azzurri».

«45-18, mala tempora» sospira. «Non siamo più la squadra di quindici anni fa, caro ragazzo!»

«Sedici».

«Prego?»

«45-16. Non vorrei contraddirla, ma credo sia finita così Inghilterra-Italia».

«Sempre una bella batosta, non crede?»

«Sì sì, ma i ragazzi, tutti molto giovani, ci hanno comunque messo il cuore».

«Per quello che ho visto, be’, sì. E poi gli inglesi non sono i più forti del mondo, attualmente?»

«Qualcosa del genere. O meglio, sì, se si tengono fuori gli extraterrestri».

«È la verità. Gli All Blacks fanno paura solo a vederli».

«Anche lei, professore, è un appassionato?»

«Mi chiami Carlo, mio caro ragazzo».

«E lei mi chiami Gaspare, prof… ehm… Carlo».

«Affare fatto. Sì» il professore tossisce per schiarirsi la voce, archiviare le formalità e caricare un pensiero. «Sono un appassionato, ma non creda, solo di riflesso. La vera esperta è mia moglie. È matta per questo sport. Sa, è la nipote di uno dei primi giocatori della nazionale italiana».

«Caspita». Avrei voluto dire una cosa meno stupida, ma un’entusiasta curiosità mi paralizza.

«È da stamattina che sgobbate» esclama il prof. «Le andrebbe un caffè? Così mi racconta perché proprio un vecchio pallone da rugby che mia moglie aveva dimenticato e che adesso ha risvegliato in un attimo tutti i suoi ricordi» si ferma, rivanga nel suo stesso silenzio, pare riflettere.

«Volentieri, grazie» dico imbarazzato per la sua – per me ingiustificata – assenza di parole.

Mi fa cenno. Mi chiede di seguirlo in cucina, accelera il passo e poi torna indietro per prendere gli occhiali gialloblù dimenticati sul tavolinetto intarsiato.

«Sa, quello non è un pallone come gli altri» bofonchia di spalle. «È un cimelio, mio caro».

«Dice davvero?» ribatto con finto stupore. «Be’, ecco, in verità non volevo metterla in difficoltà con la sua signora. Ho visto che era gettato lì, in un angolo, e ho pensato non servisse più».

«In realtà non serve più dal 1929».

«Capperi!» Sì, lo so, il caspita tanto bistrattato di poco prima sarebbe stato meglio.

«È il pallone della partita che ha consegnato all’Ambrosiana Milano il primo campionato nazionale di rugby giocato in Italia».

Si mette ad armeggiare con le manopole di una rudimentale macchina Lavazza, quindi si dirige alla colonna dispensa per prendere due capsule. Ha la schiena curva di chi si è speso tanto, ha studiato parecchio e capito molto di più di quanto i suoi libri, esplicitamente, avrebbero voluto permettergli.

«Normale o decaffeinato?» mi chiede a bruciapelo.

Sono distratto. Pensavo al passato, all’esperienza, allo sport e ad altri lieviti della vita.

«Normale, normale» rispondo senza grazie, con la testa ancora al ’29.

«Beato lei, io non bevo un bel caffè caffeinato… dai tempi in cui quel pallone era in attività» ride.

«Che storia!» faccio. No, non alludo al decaffeinato, parlo dell’Ambrosiana.

«Già, brutta storia l’extrasistole» sospira. Ma la sua non è rassegnazione, più che altro abitudine.

«No, mi scusi» stavolta sono io a ridere. «Parlavo del pallone, dell’Ambrosiana campione d’Italia».

«Sì, caro il mio ragazzo dei traslochi, e sarà dura convincere Emma. La avverto».

Emma

«Scusa ma ti riferisci al pallone di zio Stefano? Ma non se ne parla nemmeno!» Mio marito balbetta qualcosa dall’altra parte del filo. «E vorrei vedere! Quel pallone non è un semplice involucro di cuoio, è la storia del rugby italiano. Fa parte della storia della famiglia, è carne della mia carne».

Chiudo la comunicazione, tirando giù la cornetta dell’elegante telefono degli inizi del Novecento, pezzo che arricchisce con altri arredi d’epoca il mio famoso studio di penalista di corso Vittorio, proprio di fronte al Tribunale Civile di Milano.

Torno a guardare il mio cliente che, un po’ in imbarazzo, aveva assistito, muto, a quella strana telefonata fra me, il suo avvocato, e non si sa bene chi dall’altra parte.

«Mi perdoni, ingegner Bifulco, torniamo subito alla sua causa, il fatto è che a casa siamo in pieno trasloco e sorgono continuamente piccoli, grandi problemi che devo discutere con mio marito».

Quando esco dal mio studio nel tardo pomeriggio ho già dimenticato la conversazione telefonica con mio marito, ma, proprio mentre giro la chiave nel quadro della BMW, eccola riaffiorare.

Abbandono l’idea di fermarmi dal parrucchiere per raggiungere subito casa. Chiusa la porta alle spalle, appoggio le chiavi sulla consolle barocca dell’ingresso e do una lunga occhiata all’appartamento, in cui pacchi e scatole abbondano, accompagnati dal sottile odore di legno che talvolta producono i mobili prima smontati e poi accatastati da una parte.

La cucina, il salone e tutte le pertinenze sono state quasi del tutto smontate e imballate. Rimane intonsa la nostra camera da letto e pochi altri spazi di servizio.

«Ciao Emma» fa mio marito. «Pensavo ti fermassi dal coiffeur. Vieni, vieni, come vedi i lavori sono a buon punto».

«Ciao Carlo» rispondo, sentendo proprio in quell’attimo la stanchezza di una giornata trascorsa fra codici, scartoffie e clienti petulanti.

Dal fondo del corridoio fa capolino Gaspare che, pulendosi le mani in un panno, sfodera il sorriso più vivo che credo gli permettano la stanchezza, la tuta da lavoro e le mani impolverate che tenta di rendere presentabili. Mi tende la destra.

«Piacere, avvocato, la attendevamo per avere da lei un parere su alcuni pezzi da imballare e altri, a sua discrezione, da lasciar perdere e semmai da sostituire nella nuova residenza».

Gaspare mi fa subito una certa simpatia, non lo nego. Quelle mani callose, il fisico prestante da atleta. “Alla faccia del ragazzo dei traslochi!” penso, mentre volgo lo sguardo al salone che adesso somiglia più alla rimessa di un rigattiere che al cuore della nostra bella casa.

In un angolo, un cumulo di vecchie lampade, scarponi usurati, libri senza copertina e altre cianfrusaglie. Di lato, come un regale simbolo del passato glorioso di cui è portatore, il pallone ovale, che non nasconde i suoi anni, d’accordo, ma che ha pur sempre il fascino di un oggetto capace di portare con sé una storia gloriosa, di blasone.

Mi avvicino e, guardando il ragazzo dei traslochi, dico: «Era di zio Stefano, fratello di mio nonno». Gaspare guarda il pallone curioso: «Suo marito mi accennato qualcosa… Ma sta davvero parlando di Stefano Bellandi? Della mitica Ambrosiana?»

«Sì, proprio lui, vedo che se ne intende. Non credo che qui a Milano siano in tanti a ricordarsi di quella mitica formazione che diede inizio alla storia del rugby in città, e forse in Italia».

«Scusi, avvocato, suo marito mi ha accennato questa mattina al fatto che questo pallone fosse molto antico, ma capisco solo ora di aver fatto una gaffe a chiederlo come dono. Un pallone come questo rappresenta un pezzo di storia a cui anche io porto rispetto, a cui sono molto legato. Ho frequentato per molti anni i campi di rugby e sono ben orgoglioso di aver fatto parte della Amatori Rugby Milano che, nel 2002, riconquistò il titolo che fu della Ambrosiana. Da mediano ho dato il mio piccolo contributo per riportarla in serie B. Ricordo ancora nella vecchia sede dell’Arena Civica una fotografia dell’Ambrosiana del 1928, vincitrice del primo titolo nazionale. Questo è davvero il pallone originale della finale con il G.S. Michelin, al velodromo Umberto I di Torino?» dice Gaspare incredulo, con gli occhi lucidi, accarezzando l’ovale che tengo in mano come fosse una lampada da cui, per strofinamento, può venir fuori il Genio del rugby in persona.

Non è nemmeno riuscito a nascondere i nuovi occhi con cui guarda il pallone, come fosse un oggetto degno di venerazione e rispetto, dal valore economico insignificante forse, ma dalla cifra enorme sul piano storico per gli amanti di questo sport.

A me, abituata a trattare con ogni tipo di essere umani, questa sfumatura non sfugge, anzi mi impressiona molto, come se ancora una volta il rugby voglia entrare nella mia vita di soppiatto, non con il clamore di urla da curva e mete e profumo d’erba e sudore, ma come dolce ricordo, emozione e sentimento. Anche Carlo ora si avvicina a noi due.

«Hai visto che coincidenza, Emma? Proprio dei traslocatori ex rugbisti dovevano capitare in questa casa, non sembra un segno del destino?»

Guardo mio marito leggermente assorta, rifletto, sono davvero colpita da quella coincidenza e dallo sguardo di quel bel giovane che sembra ammaliato da un semplice pallone che, in fondo, è rimasto dentro un armadio, dimenticato, per una trentina d’anni, da quando l’ho, insieme a mille altre cose, ereditato da papà che, a sua volta, lo ricevette dal nonno e, dunque, dal Bellandi in persona. Zio Stefano, appunto. Sembra una sorta di quadratura astrale, proprio nei giorni in cui si disputa il Sei Nazioni e la nostra Italia gioca con le squadre più forti del mondo.

«Scusate» dico ancora assorbita da ricordi e pensieri. «Avrei bisogno di cambiarmi».

«Faccia con comodo, signora» risponde Gaspare. «Noi, nel frattempo, raccogliamo i nostri attrezzi e togliamo il disturbo. Ci vediamo domani mattina».

«Ma no» lo interrompo. «Abbia pazienza un attimo, vado in camera a cambiarmi, poi mi farebbe piacere fare una chiacchierata con voi, sia gentile».

«Certamente» risponde Gaspare. «A sua disposizione».

Mi dirigo in camera ancora turbata dalla conversazione e da un giovane così appassionato che avrebbe potuto essere mio figlio, quello che non ho mai avuto, quello che mi sarebbe piaciuto amasse il rugby quanto me.

Mentre ripongo alcuni indumenti nell’armadio a muro e indosso una comoda tuta felpata, il tempo comincia a correre a ritroso nella mia mente. Vedo passare, rapidi come in una pellicola d’epoca, i pomeriggi trascorsi negli anni Novanta con mio padre, allo stadio, a tifare per l’Ambrosiana, che in quel decennio ha infilato il suo sedicesimo, diciassettesimo e diciottesimo titolo nazionale. Penso a uno dei miei primi amori giovanili che giocava come mediano d’apertura, al figlio tanto atteso e mai arrivato, all’età che avanza inesorabile, all’amore per Carlo già ordinario di Architettura, anche lui patito di rugby di riflesso.

Torno nel salone e riprendo la palla ovale in mano. La osservo, assaporo il profumo di autentico cuoio, vecchio e rugoso, sento in essa il peso e il carico degli anni. Carlo, Gaspare e Mariano stanno chiacchierando, bevono l’ennesimo caffè – “a salve” – della giornata.

«Sapete» dico loro. «Sabato 17 marzo andrò giù all’Olimpico a vedere Italia-Scozia» poi, rivolgendomi a Gaspare, continuò: «Ti invito alla partita» aggiungo passando con naturalezza al tu. «E ci portiamo pure questo pallone come portafortuna. Se l’Italia ce la fa a mettere sotto gli arcigni scozzesi il pallone è tuo, se perdiamo lo avrai comunque, ma a una condizione. Lo terrai finché non troverai qualcuno più giovane a cui passarlo, purché sia degno di possederlo, così come sto facendo io ora con te. Sento che non potrebbe andare in mani più adatte delle tue».

Guardo Carlo, sento che ha ravvisato nei miei occhi la luce che percepisco adesso, che non li abitava da anni. Credo che anche lui sappia: i miei occhi di ora parlano di primavere trascorse, di passioni e dolori, di campi di rugby, di figli perduti, di palloni ovali e amori interrotti. Di vita trascorsa e di partite vinte e perse, di mete segnate e placcaggi dell’ultimo secondo.

Gaspare e Mariano sono ancora lì, sembrano imbalsamati.

È Carlo a rompere il silenzio. Si alza in piedi, solleva la tazzina come una coppa di champagne, allagando la rimessa/salone con un sorriso che illumina tutto e tutti per contagio.

«Viva la mia Emma e viva il rugby» esulta.

Carlo

Odio i traslochi. E odio le case in cui ho vissuto. Più o meno tutte, a partire da quest’ultima, bellissima, di più di duecento metri quadri.

E sono pure un architetto.

Non sopporto mia moglie, una donna di successo, volitiva, piena di cose da fare, cordiale, beneducata, affabile, intelligente. Ma che non amo. Anche adesso che la vedo recitare la parte della perfetta padrona di casa, mentre fa la mamma con questo ragazzotto dei traslochi, la trovo innaturale, patetica, teatrale, triste. Persino volgare.

Ha un volto radioso, è vero, come non vedevo da tempo, che si accende ad ogni ricordo con l’esattezza di un metronomo, ma senza un briciolo di sensualità.

E faccio quello che ho sempre fatto, casa dopo casa: il marito che la lascia fare, che la rispetta e la guarda muoversi sicura nel suo territorio lussuoso e sempre in ordine; il compagno intellettuale che condivide con lei ottime conversazioni e gusti raffinati; l’amico premuroso che si fa carico di tutte le faccende economiche, assecondando le sue volontà, a cominciare da quella di cambiare abitazione più o meno ogni quattro anni. Capito, sì? Una nevrotica persa: mia moglie.

Riesce persino a farmi odiare l’unica cosa che amo: il rugby. L’unico sport che abbia mai praticato. Anche quello è diventato per lei un “affare di famiglia”. Una medaglietta in più da mettersi addosso per farne sfoggio con chiunque, persino con questo tizio qui che pare aver preso a benvolere.

Quando sono con Emma, mi ritrovo al solito a eccedere in entusiasmo.

Come ora, che brandisco questa tazzina di caffè e la innalzo in aria manco fosse un trofeo in onore suo, quasi a nascondere, con lo zelo, la mia totale distanza.

Quante partite di rugby ho visto insieme alla mia Teresa? Non si contano.

Amo condividere l’entusiasmo della gara con il mio piccolo amore, la mia reginetta riccioluta, il mio angelo dagli occhi sbarazzini e inquieti, dal volto spigoloso e un po’ asimmetrico.

Mi piace starla a osservare mentre si incupisce dopo un’azione andata a male, scomponendosi in un broncio esagerato, per poi scoppiare in una risata incontenibile appena si accorge che la guardo concentrato.

Adoro quando piega la testa verso di me, lasciando scoperto il suo collo lungo ed elegante. E mi rassicura e mi riempie di calore quando, con leggerezza, mi stringe la mano, senza farmi pesare il fatto che trema forte per una malattia che mi sta rendendo difficile persino stringere una matita.

Povera la mia Teresa. Passiamo pomeriggi interi a progettare una casa per noi due pur sapendo bene entrambi che non la realizzeremo mai.

Ma ci piace giocare così, come due giovani innamorati che si affacciano alla vita di coppia. Quando ogni stanza è un paesaggio ancora tutto da esplorare in tandem.

Con Emma, invece, ogni casa è stata una fuga, il tentativo sempre identico di ricominciare da zero una partita senza pathos e senza colore. L’ho lasciata fare, come un marito troppo pavido per smettere di scappare.

Nessun figlio a fermare quella corsa, fra infiniti traslochi e tempi morti.

E adesso che mi sta davanti, mentre fa la seduttiva con questo giovanottone un po’ spaesato, seduto in salotto, non smettendola di sbandierare il valore del cimelio ovale che tiene in mano, provo persino tenerezza per la sua persona, incapace di suscitarmi l’ombra di un benché minimo desiderio.

“Teresa, che stai facendo adesso?”

Ti immagino muoverti con il tuo corpo snello e giovane nel salotto che abbiamo disegnato insieme. La piantina l’ho lasciata nel cassetto dello studio, l’ho chiuso a chiave perché non voglio che Emma la veda. Non capirebbe niente, è ovvio. Ma non voglio che il suo sguardo indagatore da avvocato si posi sul nostro spazio di intimità, pieno di minuscoli dettagli condivisi.

“Teresa, ti amo. E voglio disegnare tutte le case che non ho vissuto insieme a te”.

Questo mi viene da pensare, adesso che Emma ha smesso finalmente di parlare.

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