6 Nazioni Letterario: Italia – ‘La Rimonta’ – Antonello Soriga

6 Nazioni Letterario: Italia – ‘La Rimonta’ –  Antonello Soriga

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La solita pozzanghera.

Roma è una città strana per molti versi ma la cosa che da anni, da quando ho lasciato la mia Irlanda mi colpisce, è la sua refrattarietà all’acqua. Dopo appena poche gocce di pioggia si formano pozzanghere dappertutto e l’asfalto, i marciapiedi, le aiuole, vecchie di decenni, diventano una sorta di percorso a ostacoli o di spazio spruzzi delle automobili ai danni dei pedoni. Anche decine di motoscooter, nonostante l’acqua, continuano a ronzare e a sbucare da ogni interstizio e a correre su ogni centimetro d’asfalto carrozzabile. Ma i romani sembra abbiano fatto il callo a questa condizione, prendono le buche e le pozzanghere come un evento correlato, consustanziale alla pioggia: sono certo che se per miracolo l’amministrazione riuscisse a ripararle tutte, i romani – un poco – si sentirebbero a disagio.

La mia caviglia, come al solito, si fa sentire, nonostante le marce automatiche del mio SUV, mi duole ogni volta che schiaccio l’acceleratore. Accidenti a quel mediano di mischia del Gloucester che me la fracassò diciotto anni fa. Da allora è come avessi nel fondo della gamba un’antenna che capta con precisione qualunque variazione del tasso d’umidità. In compenso il cielo si sta aprendo e finalmente vedo i lunghi pali dell’illuminazione del Giulio Onesti. Le abbiamo buscate sia dagli inglesi che dagli irlandesi ma ora ai francesi dobbiamo per forza dargliele. L’ho detto anche alla prima conferenza stampa:

 “sono consapevole che saremo giudicati sulla base dei risultati, ma sappiamo bene tutti del livello di gioco con cui andremo a confrontarci e delle sfide che ci attendono in ogni partita, a cominciare dall’affrontare la seconda e la terza squadra del ranking mondiale nell’arco di sei giorni nelle prime due giornate”.

Sì, voglio che i ragazzi arrivino a Parigi con il coltello fra i denti e determinati a vendere cara la pelle: si può anche perdere, ci sta con queste squadre, ma mai mollare, mai darsi per vinti. Compattezza, solidarietà, sacrificio devono essere la nostra guida. Questo pensava fra sé O’Shea, il Ct della nazionale italiana di rugby, mentre varcava i cancelli del complesso sportivo Giulio Onesti. Nel frattempo lo spogliatoio si era già riempito per una buona metà di vecchie glorie e nuovi convocati.

“L’allenamento di oggi sarà particolarmente delicato per scegliere i quindici che, per primi, calcheranno il prato verde di Parigi” – pensava l’allenatore celtico – intorno qualche giornalista, alcuni immarcescibili tifosi nelle gradinate e in alto un cielo in cui corrono veloci nuvole incerte con sprazzi di sole. Eccoli i trentaquattro convocati in fase di riscaldamento, tutto regolare, se non fosse per il fatto che ancora la formazione titolare non ce l’ha in testa. O’Shea ha il suo bravo taccuino e discute, al riparo della panchina, con il suo secondo, mentre i preparatori atletici seguono il gruppo che ora fa stretching, formando per il campo circoli di dieci giocatori. La zona in cui sorge il complesso sportivo del Giulio Onesti è particolarmente tranquilla, un po’ fuori mano, ma in un’area bellissima, fra il Tevere e Villa Ada. Sembra di stare in aperta campagna per cui i suoni, le voci si sentono anche da grande distanza. Quel giorno non faceva eccezione e la pioggia appena cessata aveva lasciato un sottile strato di fini goccioline sull’erba e tutto odorava di fresco. All’improvviso la pace e la calma si rompono come se una folata di vento si fosse sollevata improvvisa per spezzare quell’equilibrio che caratterizza l’inizio delle sedute mattutine d’allenamento. Qualcuno si è attaccato al clacson dell’automobile con insistenza, come quando in città qualcuno ha parcheggiato l’auto in seconda fila impedendo ad un altro di uscire dal parcheggio. Ma ora, allo strombazzamento, si mescolano urla di donna che chiedono aiuto, soccorso. I gruppi di atleti, quasi fossero un solo corpo, si fermano, e le facce preoccupate si voltano verso la fonte del rumore; l’allarme corre di volto in volto, come il passare lesto di una maschera che modifica i lineamenti con occhi spalancati e interrogativi. Marco Riccioni sembra riconoscere la voce della donna che chiede aiuto, rompe gli indugi e si stacca dal cerchio, per dare uno sguardo all’ingresso. Poi scatta, preso da forte preoccupazione, e si lancia verso gli spogliatori e il parcheggio. Chi suona e urla all’ingresso è la sua compagna, Stefania.

-“Marco, Marco, corri, l’hanno portata via, corri …” .

Marco si precipita verso Stefania che ancora non sa bene che fare, indica con gesti affannati via dei Campi Sportivi nel cui finale si intravvede un gruppetto di ragazzi che scappano con una borsa, quella di Stefania.

– “Ci sono dentro un sacco di soldi e soprattutto i cartellini federali della nazionale, che stavo portando in segreteria” – dice Stefania con voce alterata – “non so dirti bene come hanno fatto … ma mentre uno sembrava chiedermi un’informazione, qualcun altro ha aperto la portiera, preso la borsa, e tutti sono volati via”. Marco si guarda indietro, verso il campo, e il suo sguardo incrocia quello di Sergio Parisse, Marcello Violi e Luca Bigi, compagni di squadra e amici fidati, che si erano avvicinati alla rete accompagnando con un filo d’apprensione l’amico che andava a sentire cosa fosse accaduto alla sua fidanzata, nonché ben nota segretaria della federazione rugbistica nazionale.

Prima che O’Shea o qualche altro dirigente potesse reagire, i tre avevano già scavalcato la rete di recinzione e si erano messi in coda all’amico Marco Riccioni che, senza pensarci due volte, aveva cominciato a correre verso il viale per riacciuffare i borseggiatori. Giù, a valanga verso largo Pietro Gabrielli – “di qua, tagliamo di qua” – grida Marco e gli altri a ruota, dietro il Roma Polo Club, in una stradina secondaria, per tagliare la via di fuga ai ladruncoli che, come era prevedibile, avevano scelto strade laterali per dare meno nell’occhio ed evitare di incrociare qualche macchina della pula. E infatti sono in via Ceccarelli, strada secondaria e isolata, che corre parallela al Tevere. I quattro si sentono oramai sicuri di averla fatta franca, sono pischelli della Roma borgatara, poco più che sedicenni, un filo di barbetta sul mento, capelli cortissimi che sembrano tagliati con l’aiuto di una scodella e orecchino d’ordinanza, felpa con cappuccio da rapper ma soprattutto molte denunce per scippo e scasso, sulle spalle. Sanno come menare le mani, se occorre, ma soprattutto sono furbi, veloci e organizzati. Nonostante Stefania fosse diffidente, distrarla, aprire la portiera dell’auto e scappare, era stato quasi l’applicazione di uno schema di gioco, provato e riprovato, quasi automatico, la scena di un film girata mille volte con la regia della mala spicciola e impicciona, ripetuta quotidianamente in moltissimi ciak, soprattutto nelle zone limitrofe ai Parioli o al quartiere Prati. Parlottano fra loro, riprendendo fiato dopo la corsa, e nel frattempo uno di loro ha allentato la cerniera della sacca rubata per cominciare a valutare la consistenza del bottino. L’istinto di ladro però non cessa la sua attività di controllo, stanno all’erta e come animali che sanno di essere braccati, a turno come in una danza, si voltano indietro, si guardano di fianco, stanno con le orecchie tese. E fanno bene!

-“Cazzo, regà, quelli la giù ce vengono a prenne” quasi grida, uno di loro, appena i quattro rugbisti compaiono in fondo alla via in piena corsa. Piano B, modalità di fuga. La cerniera della borsa si chiude in un zip, una lampo, appunto, e la corsa riprende con la consapevolezza del fatto che una valanga umana, di oltre quattrocento chili, in corsa, gli sta per arrivare addosso.

– “Famo aria, s’ò grossi e brutti, ce menano sicuri” incita quello che con buona probabilità è il capobanda. La fuga riprende, forsennata, a perdifiato. Si passano la borsa come fosse una palla ovale, ancora giù in via Ceccarelli, verso una piccola pineta che costeggia il Tevere, dove forse è più facile seminare gli inseguitori, ma non è così, perché anche il boschetto finisce e gli inseguitori guadagnano terreno. Il lungotevere intanto prosegue su un tratturo campagnolo un po’ scosceso e i quattro borseggiatori cominciano a sentire le gambe molli e il fiatone.

I quattro compagni di squadra sono ormai a poche decine di metri e in un attimo Marco, Sergio, Marcello e Luca gli sono addosso. Uno a testa. I ragazzi che scappano non sentono solo il fiato grosso ma ora a crescere è la paura a far andare le gambe, più gli inseguitori si fanno sotto, più mostrano la loro mole: il più piccoletto peserà cento chili, per un metro e ottantacinque di muscoli. L’inquietudine sta per sfociare in panico, sensazione rafforzata dal silenzio degli inseguitori. Infatti gli atleti della nazionale non urlano, non li invitano a fermarsi non li insultano, non minacciano, si limitano a correre come fossero un corpo unico, una massa umana enorme, in confronto a loro, che sta guadagnando terreno, ora è a pochi metri.

Gli inseguiti sbuffano, spasimano, mentre degli altri si sente il respiro quasi sincrono, profondo e pesante come quello di un toro che carica, di un predatore selvatico che sta per ghermire la preda inseguita e agognata. È Luca, da buon tallonatore, il primo che si lancia in placcaggio: afferra l’avversario, lo butta a terra come fosse un fuscello secco e in un millesimo di secondo la borsa di Stefania è recuperata. Ora Luca vola, e con un perfetto passaggio la sacca arriva a Marcello che apre su Sergio con un micidiale lancio attraverso cui la deposita fra le mani di Marco che non si ferma. Dopo aver placcato il suo avversario, i quattro formano un ruck che travolge come un tir i quattro ladruncoli e, in fine, Sergio afferra la morbida valigetta, la mette sotto il braccio e senza una parola, un rimprovero o un’esclamazione rivolta ai borseggiatori inverte la marcia. I ragazzini sono tutti a terra, sudati, impolverati, pieni di graffi e piccoli lividi ma senza nulla di rotto. Si mettono a sedere, con la bocca aperta per quello spettacolo insolito. Quattro armadi a due ante in pantaloncini e maglietta invece di farli a pezzetti, bastonarli come (forse) avrebbero meritato, ora corrono per la strada, passandosi una borsa quasi fosse una palla ovale, senza averli praticamente picchiati, senza botte inutili o punizioni, li hanno semplicemente travolti, sbattuti a terra, alleggeriti del maltolto per poi scappare via.

Li sentono in lontananza ridere, incitarsi, per aumentare la velocità di esecuzione dei passaggi e il superamento di cespugli e oggetti vari che ingombrano e sbarrano la corsa nel viottolo che li immette nella via per il campo d’allenamento da cui sono partiti. I quattro tornano verso il Giulio Onesti, ripercorrono a ritroso la via dei Campi Sportivi e con l’eleganza di un treno in corsa Sergio entra nel parcheggio, seguito a ruota dai compagni di fuga. Stefania sta ancora cercando di spiegare a O’Shea e al suo vice la dinamica dell’accaduto, ma il suo discorso viene interrotto da un urlo, quasi unisono, dei quattro compagni di squadra: meta!

Ora si abbracciano, si danno spallate, il cinque, sono raggianti. O’Shea li guarda incredulo, poi sorride e dice sottovoce: “bene. Quattro titolari li ho trovati. Se anche gli altri hanno questo spirito, i francesi venerdì li facciamo ballare!”

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