6 Nazioni Letterario: Italia – ‘All’Ultimo Secondo’ – Stefano Pazzaglia

6 Nazioni Letterario: Italia – ‘All’Ultimo Secondo’ –  Stefano Pazzaglia

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Non può finire così… per un punto, perdere per un punto – penso.

Siamo nella nostra trequarti. Il tallonatore inglese arpiona il pallone che resta tra i piedi delle seconde linee. Le due mischie si contrappongono con pari forza, nessuno molla un millimetro. Secondi sospesi, infiniti. Agli inglesi quell’immobilità va bene, hanno il pallone, sono in vantaggio e devono far passare quell’ultimo minuto. La nostra prima linea comincia a guadagnare centimetri e il mediano di mischia inglese decide di giocare la palla passandola all’apertura.

Siamo schierati e io sono tra i nostri tre quarti, qualche passo dietro. Intuisco la traiettoria della palla, ho la netta sensazione di dove sarebbe transitata, una visione chiara, anticipatoria di cosa sarebbe accaduto alcuni secondi dopo. Mi fiondo tra i trequarti, sono coperto da Milanesi e il primo centro inglese non mi vede. Intercetto la palla tra i due giocatori avversari che restano basiti. Sono spuntato dal nulla, uscito dall’erba di Twickenham. L’estremo dei bianchi mi punta. Estremo contro estremo. Faccio due finte di corpo e lo salto, taglio verso sinistra e punto i pali. Do un’occhiata al grande schermo che sovrasta la muraglia bianca dei tifosi inglesi. Nessuno può più raggiungermi.

Mio padre è un architetto bresciano che nel 2003 decise di trasferirsi ad Auckland per lavoro. La sua azienda voleva introdurre nel mercato locale, fatto ancora in buona parte di case in legno, tecniche di costruzione moderne.

Tre anni dopo nacqui io. Mia madre si chiama Aroha ed è Maori.

Sono cresciuto con il rugby nella testa come tutti i bambini da queste parti e con le danze tradizionali. Ho cominciato a camminare e subito dopo ho imparato la haka.

Qui la palla ovale è qualcosa di più di uno sport. Per noi neozelandesi gli All Blaks sono un orgoglio difficile da spiegare. Credo che il rugby sposi perfettamente le caratteristiche di questa terra e di questa gente.

La Nuova Zelanda è composta da due isole principali che hanno forma di stivale e sono all’incirca alla latitudine dell’Italia. Bella coincidenza. Un popolo semplice, una natura benigna e un clima ideale. Cosa fare di meglio che prendere un pallone in mano e correre. L’essenza di questo sport è correre e placcare.

Come cominci a camminare ti danno una palla in mano e stai pur certo che arriva qualcuno che cerca di strappartela. E tu scappi, lui ti insegue e poi ti placca. Piangi mentre altri ti calpestano, quindi o ti rialzi oppure il rugby non è per te e provi con la vela, l’altro sport nazionale. Ricordo pomeriggi passati con mio cugino Kai a contenderci la palla ovale. Tornavo a casa con escoriazioni su tutto il corpo e mia madre sorrideva per nulla preoccupata. Mi metteva un unguento che profumava di muschio e di mare e tutto passava.

Ho continuato a correre con la palla ovale in mano e cominciato a giocare nel rugby a tredici e nelle squadre giovanili. Intanto era nata mia sorella Tia.

Poi l’azienda di mio padre lo ha spostato in Australia ad Adelaide, io avevo appena compiuto quattordici anni, dove siamo stati un anno e quindi a Edimburgo. Ho continuato a giocare e in Scozia ho esordito nella Scottish premiership. Avevo appena diciotto anni ma avevo visto rugby in mezzo mondo e poi avevo quella faccia da maori che mi dava un’età più matura. Ero ormai il famoso Stefano “black” Bono, considerato tra i migliori giovani tre quarti del rugby mondiale.

Quindi siamo tornati in Italia, in Franciacorta la terra di mio padre. Già conoscevo quei luoghi perché avevo trascorso alcune estati dai miei nonni paterni quando ero più piccolo. A me quelle colline piacevano con quei borghi intrisi di storia, quei profumi che solo qui ci sono e che mi erano restati in mente sin da ragazzino. Avevo l’impressione che la mia metà italiana fosse preponderante. Ero cresciuto in Nuova Zelanda ma questi paesi esercitavano su di me un fascino ancestrale, originario. Mi perdevo ad osservare i tanti muri a secco che costeggiano le strade della Franciacorta e che mi sembrava fossero lì da sempre. C’era qualcosa di magico di cui avevo sempre avuto percezione.
Quando ero in Scozia ricevetti la chiamata per aggregarmi ad una tournée con gli all blaks. Fu un’emozione unica anche se giocai solo qualche minuto. Ero uno dei componenti della squadra più famosa al mondo anche più del Brasile di Pelè, Zico e Ronaldo. La squadra del mitico Jonah Lomu.

Ovviamente, rientrato in Italia, arrivò anche la chiamata degli azzurri. La squadra azzurra veniva da una serie infinita di cucchiai di legno nel sei nazioni ma da un ottimo mondiale con il raggiungimento di una storica semifinale. Il tecnico azzurro Parisse mi chiamò e mi disse, con poca convinzione, che le porte per me erano aperte. Credo più per la difficoltà a credere che avrei potuto fare quella scelta cioè lasciare i tutti neri per gli azzurri.

Decisi in una notte e scelsi l’azzurro. Una notte passata a guardare il soffitto con tutti i ricordi che scorrevano. Le partite infinite a Auckland e le gite nelle torbiere di Iseo in barca con mio nonno. Credo che il gusto della sfida che sempre avevo cercato fu la motivazione principale. E poi c’erano quei profumi e quelle atmosfere che mi facevano sentire italiano. Ebbi la netta sensazione che se non avessi fatto quella scelta me ne sarei pentito.

Il mondo del rugby restò stupito della mia scelta. Fu più dura di quanto pensassi. Ma poi arrivò la grande sfida.

Rallento la corsa e con la coda dell’occhio continuo a guardare il grande schermo. Varco la linea di meta e come tante altre volte schiaccio in tuffo la palla. Ma questa è una meta diversa. Mi rialzo e guardo negli occhi uno a uno i tifosi inglesi. Leggo stupore, meraviglia e ammirazione. Mi giro verso il campo con le gambe divaricate e i piedi ben piantati a terra. Ho l’impressione di avere il mondo in pugno. Alcuni secondi e un’ondata azzurra mi investe. Vedo negli sguardi dei miei compagni un’incontenibile felicità.

Abbiamo vinto il Sei Nazioni!

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