6 Nazioni Letterario: Irlanda – ‘L’Occhio Invidioso’ – Giuseppe Fraccalvieri

6 Nazioni Letterario: Irlanda – ‘L’Occhio Invidioso’ –  Giuseppe Fraccalvieri

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Quel giorno il cielo era più terso del solito, e alla fermata di Nassau Street, Jimmy stava aspettando l’autobus che lo avrebbe portato verso l’aeroporto: Joan, la sua compagna, doveva partire per un viaggio di lavoro in Messico, ma prima di farlo si erano dati appuntamento per un caffè. Lei era sempre in viaggio e indaffarata per i mille impegni, e questa era diventata una loro piacevole abitudine.

Salito sul mezzo, Jimmy si era seduto al solito posto: gli piaceva poggiarsi al finestrino e guardare il panorama o le nuvole. Gli piaceva pure leggere qualcosa, in quel tragitto. Poteva essere l’ultimo best – seller, un classico o semplicemente qualcosa che l’avesse incuriosito. Quella volta aveva tra le mani un libro di mitologia.

Lo aveva acquistato un sabato di qualche settimana prima, dal mercatino dei libri di Temple Bar. Era un fine settimana piovoso, e il cielo che si intravedeva tra i gazebo e gli alberi non lasciava presagire nulla di buono. Il libro era lì, in una cassetta di legno, tra mille altri che parlavano di materie legate tra loro in modo più o meno tenue. I libri di mitologia celtica pare abbiano tutti lo stesso titolo, pensò Jimmy, ma il negoziante (che non era telepatico) sembrò rassicurarlo, puntando col dito alle pagine che sfogliava tra le mani: « ha scelto un ottimo testo, uno dei migliori ».

Non ci volle molto a convincerlo: per quel prezzo sarebbe stato un crimine lasciarlo, e per quanto non fosse un esperto, eran cose che leggeva sempre con piacere.

Le prime pagine erano passate velocemente: Jimmy non aveva voglia di perdersi più di tanto nelle questioni metodologiche, ma i miti coi loro protagonisti attirarono maggiormente la sua attenzione. Gli sembrava incredibile che gli abitanti della terra che stava calpestando potessero aver creduto a quelle storie così inverosimili.

Dopo aver letto di alcuni eroi, passò ai Fomori, esseri sovrannaturali che abitarono la prima Irlanda, e al loro sovrano, il terribile Balor. Questi teneva il suo occhio sempre coperto, tranne che in occasione delle battaglie, in ragione del suo sguardo così distruttivo. L’espressione suil Balor si riferiva a questo e indicava il malocchio.

Proprio mentre finiva di leggere queste righe, Jimmy alzò lo sguardo verso il cielo, e notò un aereo che stava passando sulla sua testa. Come un lampo, gli passò per la testa l’idea che anche lui, come Balor, avrebbe potuto distruggerlo con uno sguardo. Jimmy era un ingegnere, una persona estremamente lucida, e rimase turbato da quel pensiero subitaneo e irrazionale. Senza neppure sapere perché, cominciò tuttavia a desiderare fortemente che quell’aereo cadesse. Una voce nella sua testa sembrava al contempo spingerlo a desiderare sempre più intensamente, e a dirgli che se fosse stato esaudito, la sua vita ne avrebbe subito le conseguenze. L’ingegnere si diceva da solo che il suo era un pensiero folle e sbagliato, ma intanto continuava a volere che l’aereo cadesse.

Dopo qualche secondo il velivolo non era più visibile, e Jimmy si sentì svuotato dallo sforzo legato a quel suo inspiegabile conflitto interiore. Mise da parte il libro, anche perché l’autobus si stava avvicinando alla sua fermata. Mentre scendeva dal mezzo, sentì un rumore molto forte, ma non ci badò più di tanto, più che altro perché al momento cercava di raggiungere Joan.

I due avevano appuntamento davanti all’entrata del loro solito luogo di ritrovo, ma Joan era stranamente in ritardo. Era sempre stata un po’ ansiosa, ma da quando aveva raggiunto un livello dirigenziale aveva imparato a non darlo mai a vedere; ad ogni modo la cosa la aiutava ad essere sempre puntuale, in maniera impeccabile. Dopo qualche minuto, Joan arrivò. Non si abbracciarono, e Joan sembrava abbastanza sconvolta:

« Hai sentito? » Lui non sapeva davvero cosa dirle; stava comunque per risponderle qualcosa, quando lei lo interruppe di nuovo.

« L’esplosione! Non hai sentito quel rumore pazzesco, qualche minuto fa? C’è chi dice di aver visto un aereo precipitare, hanno annullato tutti i voli, compreso il mio. »

Jimmy si sentì come stretto in una morsa, incapace di spiccicare parola. Non poteva non sentirsi responsabile, ma la sua razionalità gli impedì di fantasticare ulteriormente sull’avvenimento: non poteva essere stato lui a farlo cadere, né poteva credere a simili superstizioni. Finalmente riuscì a riprendere il controllo, e i due decisero di aspettare qualche minuto, per vedere cosa sarebbe successo.

Dopo diversi minuti non si aveva ancora alcuna notizia, neppure dal cartellone con le partenze. Alla fine arrivò la comunicazione, quasi contemporaneamente, sia dallo schermo che proiettava un telegiornale non stop, sia dal cartellone degli orari. Un’intera squadra di rugby era perita con l’aereo: il giornalista paragonò la tragedia al disastro aereo di Llandow del 1950, anche se al momento non si escludeva alcuna ipotesi circa le cause dell’incidente. Non mancò neppure di ricordare i disagi all’aeroporto di Dublino. Joan chiamò i suoi superiori e spiegò la situazione: avrebbero richiesto una nuova data coi loro partner messicani, ma per il momento non doveva preoccuparsi. I due decisero allora di tornare a casa: era stata un’esperienza faticosa, più a livello di stress psicologico che fisico. Non era solito farlo, ma quella volta lui l’accompagnò fino al portone, cercando di rassicurarla. In realtà, con ognuna delle parole che stava usando, cercava innanzitutto di tranquillizzare se stesso, di non pensare a quegli inquietanti sussulti di irrazionalità che lo avevano preso nei minuti prima della tragedia.

Jimmy tornò quindi a casa, si cucinò qualcosa e mangiò molto svogliatamente, poi si sedette sul divano e cercò un telegiornale. Mentre ascoltava il primo, una telefonata di sua madre lo interruppe.

« Mi hanno appena chiamato, volevo informarti che tuo zio James è morto d’infarto mezz’ora fa. » Lo zio era ormai molto avanti negli anni e pieno di acciacchi: ogni tanto andava a trovarlo nell’ospizio, dove era da almeno una decina d’anni. Continuò la donna:

« Dopodomani ci sarà il funerale. » Si intrattennero qualche minuto ancora a telefono, e poi si lasciarono con qualche sospiro.

Jimmy era inquieto, e si sintonizzò su qualche trasmissione di approfondimento sui fatti del giorno. Non contento, accese il suo notebook e iniziò a ricercare le storie dei disastri aerei degli ultimi decenni.

Il suo primo pensiero corse all’incidente del 2016 in Colombia, che aveva visto coinvolti i calciatori della squadra brasiliana della Chapecoense: aveva allora suscitato in lui una forte impressione la commozione del pubblico. Ricordava anche che, durante qualche discussione calcistica coi suoi amici italiani, questi gli avessero parlato di Superga. Si rese conto che però che queste storie avevano poco a che fare col suo problema. Era poi davvero un problema o solo una serie incredibile di coincidenze? Per la legge dei grandi numeri, a qualcuno sarebbe capitata prima o poi una situazione simile. La morte del povero zio James, poi, era solo questione di tempo. Ragionamenti del genere lo tranquillizzavano, ma d’altra parte si sentiva pur sempre coinvolto, e soprattutto voleva saperne di più.

Trovò una lista di questi disastri su Wikipedia e iniziò a seguirla, consultando anche gli articoli citati. Probabilmente l’incidente più celebre era quello delle Ande del ’72: la storia è ormai parte della cultura generale di chiunque (i superstiti, rimasti per 72 giorni isolati su quelle gelide montagne, pare fossero stati costretti a ricorrere al cannibalismo). Fino a quel momento, però, Jimmy non aveva prestato troppa attenzione al fatto che avesse riguardato una squadra di rugby uruguagia.

Dopo essersi letto avidamente ogni voce dell’elenco, alla fine ritrovò il disastro aereo di Llandow, di cui aveva precedentemente parlato il giornalista. Era il 1950 e l’aereo, un Avro Tudor V, era stato preso a noleggio da tifosi e da nove giocatori di rugby a 15. Avevano assistito da poco a un Galles vincitore del Triple Crown a Belfast, dove l’Irlanda era stata sconfitta per 6-3. Il velivolo era partito proprio dall’Aeroporto di Dublino, ma al momento dell’atterraggio a Llandow, nel Galles meridionale, l’aereo andò in stallo. Nel violento impatto col suolo, si salvarono in undici, ma nei giorni successivi il numero delle vittime crebbe: degli ottantatré tra uomini e donne presenti a bordo, si salvarono solo in tre; si trattava del peggior disastro aereo della storia fino ad allora.

Jimmy notò qualche altro particolare in comune con la storia che aveva vissuto, poi si fermò un attimo. Alla fine di questa affannosa ricerca ne sapeva sicuramente più di prima, ma a cosa potevano servirgli tutte queste informazioni?

Era già tardi: cercò di farsi forza con la sua razionalità, andò a letto e provò a prendere sonno, ma ci riuscì solo dopo alcune ore. Si alzò presto per andare a lavoro. Mentre si sciacquava il viso, davanti allo specchio, ebbe la conferma che non doveva aver riposato poi così bene. Prese la sua Harley Davidson e andò a lavoro. Sì, un ingegnere con una bella moto, non ne avete mai visti? Non è che possiamo sempre scrivere stereotipi.
Insomma, Jimmy arrivò in ufficio: i colleghi non parlarono d’altro, quella mattina. C’era chi aveva un conoscente o un lontano parente su quell’aereo, c’era chi si interrogava sulle dinamiche dell’incidente e ipotizzava un attentato terroristico, per poi scendere a conclusioni assolutamente affrettate. Jimmy rimase inquieto e silente per un po’, poi si limitò a raccontare ai colleghi gli altri incidenti dei decenni passati, dei quali oramai aveva un minimo di conoscenza. Si stava definitivamente convincendo che alla fine lui non c’entrava nulla con quella storia.

Informò chi di dovere che il giorno dopo sarebbe mancato a lavoro, per via del funerale dello zio, e ritornò all’opera, alla sua scrivania. Dopo un paio d’ore fu interrotto dal suo collega Jason.

« Che è questa puzza? Avete di nuovo lasciato troppo a lungo la roba nel microonde? »  Jimmy andò a controllare l’apparecchio, ma era spento. « Verrà dal ristorante qui fuori », disse Jason. « È il caso che torniamo a lavorare, abbiamo un’importante scadenza per la settimana prossima. »

Dopo qualche minuto, però, la puzza di bruciato era diventata solo più insistente. Jimmy chiese se non era il caso di dare un’occhiata in giro per l’ufficio o fuori: Jason si convinse a cercare meglio, e si rese conto che la puzza aumentava di molto nei pressi della porta d’ingresso. Appena l’aprì, vide il fumo salire dal piano terra; Jason allora urlò subito: “Uscite tutti!” Dopo pochi secondi erano già tutti fuori, ma al terzo piano le fiamme che venivano da uno degli appartamenti impedirono loro di proseguire la discesa verso l’uscita. Toccò loro risalire e attendere.

Riuscirono a lasciare l’edificio solo con l’arrivo dei pompieri. Quando furono messi al sicuro tutti i dipendenti, arrivò pure un ufficiale per parlare con Jason. Jimmy non capì nulla di quello che si dicevano, se non il suo collega mentre esplodeva:

« Non potete! E come lavoriamo noi, ora? » L’ufficiale cercò di calmarlo, e dopo alcuni minuti scosse la testa, come per dire che lui non poteva farci nulla. Jimmy si avvicinò a Jason e chiese cosa fosse successo.

« Pare che ci fossero attività illecite nell’appartamento dove è scoppiato l’incendio, ma hanno deciso di impedire l’accesso all’intero edificio perché ci sarebbero legami tra il proprietario e i residenti in altri locali dell’edificio. Questo significa che non sanno dirci quando potremo riprendere a lavorare, e ovviamente non possiamo tornare a riprendere nulla. »

I due rimasero silenti, ma sapevano cosa questo volesse dire: la commessa sulla quale stavano lavorando era davvero grossa e stava occupando tutte le risorse aziendali; in queste condizioni erano sostanzialmente costretti ad annullarla. In altre parole, al momento erano senza lavoro.

Era ormai notte, Jimmy non potè far altro che tornare a casa e cercare di dormire.

Andò peggio che il giorno prima. Troppi pensieri affollavano la sua mente, e troppi sconvolgimenti si erano verificati nelle ultime ore. Oltretutto, si faceva sempre più largo in lui l’idea di esserne in qualche modo responsabile. Alla fine, riuscì a dormire solo pochi minuti qua e là. Almeno non doveva andare a lavoro quella mattina, per cui restò a letto a recuperare qualcosa.

Fu svegliato bruscamente da una telefonata. « Che fai? È da stamattina che provo a chiamarti e non rispondi. »

Era Joan, ed effettivamente c’erano almeno un paio di chiamate che lui non aveva neppure sentito. « Scusami, non ho chiuso occhio stanotte e devo essermi addormentato solo da poche ore. » Si spiegò, e le raccontò dell’incendio a lavoro.

Era già mattina inoltrata, dopo un brevissimo pasto Jimmy si preparò per il funerale.

Nella chiesa c’erano tutti: i suoi cugini, sua sorella, sua madre, suo padre, parenti vicini e lontani. C’erano lo zio Bill e lo zio Colin, che dispensavano sempre perle di saggezza non richieste.

Lo zio James non era proprio un santo, e lo sapevano tutti i presenti. Anzi, più precisamente era la pecora nera della famiglia, e chiunque avrebbe scommesso che sarebbe finito all’inferno. Un sacerdote però deve fare il suo lavoro, e quello impostò il suo discorso sulla misericordia di Dio, finendo per citare Matteo 20, 15-16. « Non posso forse fare delle mie cose quello che voglio? Oppure il tuo occhio è invidioso perché sono buono? Gli ultimi saranno i primi e i primi saranno gli ultimi. »

A quelle parole, Jimmy gelò e tutta la sua razionalità andò a farsi benedire. Uscì fuori dalla chiesa e vomitò sul selciato. Dopo pochi secondi, vide Joan avvicinarsi a lui: « Va meglio, ora? »

Jimmy annuì, ma non era mica tanto vero. Né poteva raccontare a nessuno di quello che era avvenuto: chiunque lo conoscesse avrebbe pensato che fosse impazzito.

Finita la celebrazione, e prima di andarsene, lo zio Colin gli diede una pacca sulla spalla: « eh, era tanto caro lo zio James, ci tenevamo tutti a lui. »

I presenti si dispersero. Jimmy tornò a casa, solo dopo aver rassicurato Joan e i suoi che stava bene. Non era sicuramente così.

Completamente impotente, Jimmy si mise al computer, sperando di trovare qualcosa, qualunque cosa che potesse avere attinenza con la sua situazione. Si sentiva come chi cerca disperatamente una cura alla sua malattia su Internet, pur sapendo che il suo problema era forse più unico che raro.

Sapeva che qualcos’altro sarebbe successo, glielo aveva detto quella voce sull’autobus: la sua vita ne avrebbe subito le conseguenze. Solo che non sapeva come, non sapeva quando, non sapeva cosa sarebbe successo.

Si sentiva di impazzire, mentre una parte di lui continuava a ripetergli disperatamente che si trattava solo di una serie di coincidenze incredibili. La sua ansia stava quasi per calare, quando arrivò una telefonata dalla madre di Joan, in lacrime: « di ritorno dalla chiesa ha avuto un incidente. Ora è in ospedale, tra qualche minuto la operano. »

Jimmy non dovette neppure cambiarsi le vesti, scese di corsa le scale sbattendo la porta di casa, salì sulla sua Harley e accelerò. Non era la prima volta che correva in moto, ma quella volta superò se stesso.
Arrivato a qualche centinaio di metri dall’ospedale, ebbe fortuna nel trovare il semaforo verde. Meno fortuna la ebbe per un’automobilista ubriaco che andava a tutta velocità ed era passato col rosso. Lo centrò in pieno, e l’ingegnere sfondò il parabrezza dell’auto con una violenza inaudita.

Mentre sentiva il suo ultimo soffio di vita che lo abbandonava, Jimmy riuscì a notare un’ultima cosa all’interno dell’automobile che lo aveva travolto: il gagliardetto dell’Irlanda del rugby.

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