6 Nazioni Letterario: Irlanda – ‘Confessioni di una tifosa di rugby riluttante’ – Catherine Dunne

6 Nazioni Letterario: Irlanda – ‘Confessioni di una tifosa di rugby riluttante’ –  Catherine Dunne

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Non sono mai stata una tifosa sfegatata del rugby.

A dire la verità, non sono mai stata una tifosa in generale. Ho dei tristi ricordi da ragazzina dei campi fangosi accanto a scuola, con una mazza da hockey e temperature polari che raffreddavano quanto poteva restare del mio ardore sportivo.
Più tardi, passavo i fine settimana a lato dei campi di calcio per seguire un fidanzato. Così il mio interesse era aumentato un po’: non per lo sport, ma per i vincitori.

Ancora più tardi, accompagnare alle partite mio figlio era una parte piacevole dei doveri da genitore.

Ma il campionato del mondo di rugby in Nuova Zelanda nel 2011 cambiò tutto. In quattro decidemmo di imbarcarci in questa Grande Avventura.

Il rugby era la grande passione di mio marito che, allora, era già stato colpito dalla malattia che lo avrebbe ucciso qualche anno più tardi. Lo sapevamo benissimo. E quel viaggio in Nuova Zelanda per seguire gli eroi irlandesi divenne un’avventura ben più ricca dei pomeriggi passati a gelare attorno a un campo.

Era una celebrazione della vita stessa, era il carpe diem. La gioia dell’esserci e del farne parte, godendo di ogni momento: cinque settimane, quattro maglie verdi.

Ad Auckland, alla stazione, sulla via della prima partita, tra Australia e Irlanda, notai un ragazzo con una maglietta singolare.
« Tifo Nuova Zelanda e tutte le squadre che giocano contro l’Australia ».

Riconobbi subito quel sentimento: l’animosità sportiva del Paese più piccolo nei confronti del vicino più grande, ancora di più se in comune hanno una storia di relazioni difficili. Allora le differenze interne vengono messe da parte in nome di una impresa condivisa: sconfiggere il Vecchio Nemico.

Ne so qualcosa, ovviamente: è quello che accade ogni volta che l’Irlanda incontra l’Inghilterra, in un qualsiasi sport.
Per questa prima partita avevamo trovato solo due biglietti. Uno naturalmente era riservato a Fergus, già in sedia a rotelle. L’altro per il suo amico Davy.

Io e la mia amica Joan seguimmo la partita in una comunità Maori nel centro di Auckland. È veramente difficile descrivere la scena surreale di noi circondate dai Maori mentre indossavamo magliette con scritte come la volgarissima ‘Póg Mo Thóin’ o ‘Kiss me, I’m Irish’. L’atmosfera era elettrica. Urlavamo tanto quanto i 60.000 dell’Eden Park.

Una neozelandese accanto a me era vestita di nero. Aveva le unghie dipinte di nero e, su ciascuna, una perfetta silver fern bianca, la felce simbolo della Nuova Zelanda.

Noi eravamo sicure che l’Irlanda avrebbe perso. Tutta l’Irlanda pensava che avremmo perso. Ma vincemmo 15-6 e facemmo venir giù il soffitto.

E così il rugby aveva fatto breccia in me. Ecco di che cosa era fatto lo sport: atmosfera, eroi, tensione, abilità e, inaspettato, orgoglio.

Il giorno dopo, mentre caricavamo provviste nel bagagliaio della macchina, ci venne incontro un estraneo.

« Vi ho sentite, prima,’ disse, con accento assolutamente neozelandese. ‘Siete Irlandesi, vero? »
« Sì, » rispondemmo, un po’ sconcertate.

E ci dette una bottiglia di vino: « grazie per aver battuto i f*ti australiani! » disse, con un ghigno.

Mentre se ne andava non riuscimmo a dire neanche una parola.

Da allora non ho più mancato una partita dell’Irlanda. È un giorno da condividere con gli amici, ovunque essi si trovino.
Il 6 Nazioni arriva ogni anno ad allietare la fine dell’inverno. Abbiamo sconfitto la Francia e l’Italia. E abbiamo sconfitto anche il Galles, anche se magari non ce lo aspettavamo.

Lo so che si deve pensare a una partita per volta. Lo so che non c’è ancora niente di certo. Però…

Mi piace poi l’ironia attorno alle partite: abbiamo fatto il tifo per la Scozia che sconfiggeva l’Inghilterra. Il 10 marzo sarà ben diverso… E poi sarà il turno del Vecchio Nemico.

A casa loro, ma per il “nostro” San Patrizio.

Con me avrò la mia maglia verde, insieme ai miei ricordi di Eden Park e di quel ragazzo alla stazione: so perfettamente come ci si sente.

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