6 Nazioni Letterario: Inghilterra – ‘La palla ovale’ – Maria Pia Levy

6 Nazioni Letterario: Inghilterra – ‘La palla ovale’ –  Maria Pia Levy

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Nella stanza si soffocava; dalla porta-finestra spalancata sulla campagna, l’aria rovente del pomeriggio d’agosto entrava a ondate, accompagnata dal verso metallico delle cicale, o forse erano grilli, chissà.

Chiuse gli occhi e li riaprì passando in rassegna le pareti bianche, le tende leggere, bianche pure loro, il piccolo tavolo con il piano azzurro, la seggiola metallica e il letto che era, manco a dirlo, candido.

Si trattava di una piccola camera sulla collina; oltre le persiane spalancate, lo sguardo poteva seguire il sentiero tra le vigne fino al lago, giù in basso, scavalcarlo e arrivare alle montagne che facevano da sfondo.

Insieme al calore e al baccano delle cicale, dalla finestra giungeva di tanto in tanto, ma proprio in lontananza, il segno di qualche rara presenza umana, un’auto che passava, il suono sordo di una voce distante. Gli parve addirittura di udire qualcuno che cantava. Stremato, chiuse gli occhi e inspirò profondamente, faticosamente. Con la mano mosse il comando della seggiola facendola girare di qualche grado appena verso sinistra.

Fu a quel momento che lo vide: spavaldo, tranquillamente appoggiato sul comodino, ignaro della propria incoerenza, che in quel luogo rasentava l’assurdità e perfino l’indecenza, stava un oggetto oblungo, dal bel color cuoio. Era un pallone da rugby.

Dovevano averlo lasciato i compagni di squadra quando erano venuti a trovarlo, chissà chi di loro aveva avuto la discutibile idea di portarlo.
Lo studiò a lungo, quasi fosse la prima volta che ne vedesse uno, poi chiuse gli occhi e immaginò di averlo tra le mani: ne percepì il contatto con la superficie elastica ma robusta, gli parve di sentirne il peso e di abbracciarne quasi tutta la circonferenza con la mano aperta.

Ne sentiva addirittura l’odore e, d’un tratto, si ritrovò sul campo, con i compagni, mentre correva a perdifiato verso la meta, schivando a spallate i giocatori dell’altra squadra. Correva e gli pareva di non vedere nulla ma nello stesso tempo sapeva tutto: la posizione degli avversari, quella dei giocatori della propria squadra, la distanza dalla linea di meta, il pubblico che urlava, la bandiera del college che sventolava su un pennone oltre gli spalti mentre lui correva e correva, con quanta più forza avesse.

Macinava i metri che lo separavano dalla linea di meta, inarrestabile come una locomotiva, agile come un felino e sentiva gli schizzi di fango sul viso, in bocca, mentre le narici si riempivano dell’odore della terra e del sangue che colava da un sopracciglio. Poi spiccò un balzo in avanti, un tuffo sull’erba umida, atterrando con le braccia protese, le mani incollate alla palla ovale. Ci fu come un boato, il pubblico scattò in piedi urlando; la palla era in meta.

Aprì gli occhi e di nuovo il bianco della camera riempì il suo campo visivo, mentre l’aria entrava da fuori, un poco più fresca.
Girò la testa con fatica, lei era ancora là. Ignara di quanto fosse successo, maldestramente indiscreta, la palla ovale pareva volesse turbare l’atmosfera della camera con la sua sola presenza e continuava a monopolizzava la sua attenzione; non riusciva a staccarne gli occhi, la osservava, quasi la spiava, d’un tratto un’intuizione gli attraversò la mente, rapida, luminosa e lacerante come una folgore: touche, la palla è in touche, è stata buttata fuori.

Pensò allora che, se il pallone fosse stato rimesso in gioco, lui avrebbe potuto acchiapparlo e, con la palla tra le mani avrebbe potuto riprendere la partita, ricominciare a correre, andare in meta.

Con la palla stretta tra le dita, ancora una volta sarebbe scattato in avanti, si sarebbe tuffato sull’erba e l’avrebbe piazzata oltre la linea bianca.
Tutto gli sembrava adesso così chiaro e semplice. Ecco cosa si doveva fare, bisognava afferrare ancora la palla ovale, passarla ai compagni, schivare gli avversari, riprenderla e correre, correre, di nuovo correre in meta. Once more.

Se soltanto qualcuno avesse rimesso la palla in gioco, se soltanto la partita fosse ricominciata, allora sì, si sarebbe potuto ancora sperare.
Si era forse addormentato per qualche minuto o magari erano trascorse delle ore, quando la sensazione di una presenza vicina gli fece riaprire gli occhi.

Era un giovane infermiere, stava chiudendo la finestra.

« Mi dispiace », disse, «Non volevo svegliarla, devo solo riordinare la camera. Ora darò una pulita al comodino, le dispiace tenere lei questa palla ?»

Questione di un attimo, fu come essere proiettato sul campo ed essere alzato dalle braccia potenti dei compagni di squadra, mentre il pallone veniva lanciato sopra le loro teste. Sentì le proprie dita afferrarlo e affondare nel cuoio incrostato di terra mentre i palmi delle mani aderivano alla superficie, quasi volessero diventare una cosa sola con lei, con la palla ovale.

Preso! L’aveva di nuovo tra le mani, aveva il pallone.

Sentì un brivido, una strana scossa lungo le gambe e una voce possente dentro di lui che urlava, vai, questo è il momento, tocca a te, vai, vai, vai più forte che puoi…

Vai, ragazzo, dipende solo da te. Vai, che ce la puoi fare.

Vai.

God bless you.

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