6 Nazioni Letterario: Inghilterra – ‘La Battaglia degli Alberi’ – Maria Pia Levy

6 Nazioni Letterario: Inghilterra – ‘La Battaglia degli Alberi’ – Maria Pia Levy

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La sera della vigilia di Inghilterra Galles, il capitano della squadra inglese andò a dormire preoccupato. Aveva bevuto parecchio e non avrebbe dovuto. Era che si sentiva piuttosto nervoso.

Nella partita con l’Italia, la sua squadra non era stata brillante come si sarebbe aspettato e la cosa lo contrariava non poco. Scendendo in campo aveva pensato che avrebbero castigato gli italiani senza troppa fatica, erano gli ultimi arrivati nel torneo delle 6 nazioni e il rugby non é il calcio. Cosa diceva Churchill ? Gli italiani fanno la guerra come se giocassero a calcio e giocano a calcio come fossero in guerra.

L’ombra di un sorriso apparve all’angolo della sua bocca, il calcio era cosa da signorine, qui si gioca a rugby. Ma subito si accigliò di nuovo perché si ricordò di come fosse stata dura vincerli stavolta. Sarà stata l’aria di Roma che d’inverno é più gradevole dell’estate a Bath, sarà stato il tifo degli italiani del rugby che, doveva ammetterlo anche se controvoglia, erano simpatici e calorosi, who knows, sembrava davvero che gli azzurri avessero dichiarato guerra con tutte le intenzioni di vincerla.

Comunque ora é andata, si disse, pensiamo al Galles.

Si versò ancora un bicchiere sperando che il doppio malto lo tranquillizzasse e, dopo averlo tracannato d’un fiato, decise di andare a coricarsi. L’indomani sarebbe stata una giornata dura e ci voleva arrivare riposato e lucido.

Dormiva da un po’, non avrebbe saputo dire quanto, quando si svegliò con la certezza di non essere solo nella camera. Nel buio vide una figura seduta in poltrona, ne distingueva la testa che pareva sormontata da uno strano copricapo. Who are you, tuonò furibondo mettendosi a sedere sul letto e cercando l’interruttore della lampada sul comodino. La luce non si accese ma il tipo si alzò e, camminando a piccoli balzi, si avvicinò al letto.

Quando fu a pochi metri da lui, il chiarore che veniva da fuori rivelò una figura stranissima: era un ragazzo che indossava una calzamaglia a rombi bianchi e rossi, una mantellina corta sino alla vita con un grande drago rosso ricamato sulla schiena e un ampio berretto a spicchi rossi e bianchi. Aveva una tromba in mano. Il capitano lo guardò allibito, non riusciva ad articolare una parola ma quello, tranquillo come un papa, cantava:

« Bum cledyf yn aghat – Bum yscwyt yg kat – Bum tant yn telyn »*,

poi cominciò a parlare con voce gentile. « My name is Taliesin, nice to meet you ».

Il capitano era completamente spiazzato. Si stropicciò gli occhi, si grattò la testa, tentò di dire qualcosa, niente da fare non gli usciva nemmeno una sillaba. L’altro lo guardava incuriosito, poi si drizzò in tutta la sua piccola persona, fece un breve squillo di tromba e con grande contegno annunciò : « I’m very glad to introduce you to the honourable Gwydion… ».

Non aveva finito di pronunciare la frase che la stanza divenne gelida. Seduto sul letto il capitano osservava stranito quello che gli accadeva attorno. Era come se le pareti della camera d’albergo si fossero frantumate e il letto fosse all’aperto, sotto il cielo stellato. Una gigantesca figura si mosse verso di lui, aveva forma umana ma doveva essere alto più di quattro metri. Era avvolto in un mantello che sembrava un prolungamento del cielo, tanto era nero e parlava con una voce che sembrava uscisse dal ventre della terra. Con un braccio possente lo alzò dal letto, come se, malgrado i suoi 98 kili fosse stato soltanto un’orsetto di pelouche.

Il dito indice della mostruosa mano destra dell’orrenda figura indicava Twickenham, il campo dove l’indomani si sarebbe svolta la partita ; era illuminato a giorno e qualcosa d’incredibile vi stava accadendo: da uno degli accessi entrava in campo la sua formazione, l’Inghilterra, mentre tutt’intorno allo stadio gli alberi cominciavano a muoversi, uno dopo l’altro e a marciare verso il campo da rugby.

Si spostavano come se fossero un esercito, componendosi in file ordinate, facendo fremere le ampie fronde e, oh meraviglia!, mano a mano che giungevano allo stadio si trasformavano in uomini giganteschi, legnosi, fortissimi, invincibili, vestiti d’una maglia color rosso sangue. Gli alberi si stavano trasformando nei giocatori del Galles. Osservò la propria squadra battersi con coraggio leonino, malgrado la forza impari degli alberi che prendevano la palla allungando i loro rami nodosi, si spostavano velocissimi intralciando gli avversari con le loro radici, insomma ne facevano di tutti i colori. Il capitano affranto si lasciò ricadere sul letto, i suoi le avevano prese di santa ragione senza riuscire a segnare nemmeno un punto; la partita era irrimediabilmente e malamente perduta.

Il trillo della sveglia si fece sentire alle 7 in punto. Il capitano si svegliò e il primo sentimento fu di gioia nel rendersi conto che era stato solo un orribile incubo. La partita col Galles si sarebbe disputata oggi e la sua squadra avrebbe giocato contro uomini e non contro alberi. Gli venne da ridere, si sentì disteso e ottimista.
Fu quando si alzò da letto che vide qualcosa per terra. Si chinò e lo raccolse mentre, per un istante il cuore cessò di battere : era un buffo copricapo a spicchi rossi e bianchi…

* “Io ero una spada in pugno – Io ero uno scudo in battaglia – Io ero una corda in un’arpa”

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