6 Nazioni Letterario: Galles – ‘Il Piccolo Sguscia’ – Stefano Tombolini

6 Nazioni Letterario: Galles – ‘Il Piccolo Sguscia’ –  Stefano Tombolini

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Un altro figlio del Galles del Sud: stessa storia, stesso posto, stesso carbone.

Persino gli spettatori di questo Sei Nazioni letterario che tifano Galles con tutto il cuore saranno stufi della fuliggine emanata dai racconti della compagine in maglietta rossa e calzoncini bianchi.

Pensate, quindi, quanto potessero averne piene le tasche gli abitanti di quelle terre. O, meglio, vuote le tasche.
Il protagonista dell’ultima di queste partite, giocate su campi di pixel bianchi solcati da inchiostro digitale, è cresciuto a Glanamman (in gallese Cwmamman, “Valle di Amman”), paese appartenente alla contea di Swansea, che ha come capoluogo l’omonima città.
Swansea, in realtà, era famosa per il rame, tanto da essere soprannominata “Copperopolis”.

A Glanamman, invece, sul finire del Settecento fu scoperto il carbone. Solito film visto e rivisto: una volta scoperti e inaugurati i giacimenti, a metà Ottocento arriva la ferrovia, che consente il trasporto veloce ed economico al porto più vicino, quello di Llanelli.
Perché parlare sempre del maledetto carbone? Perché in Galles dove c’era carbone (o, ancora meglio, porti commerciali per venderlo) c’era sviluppo economico e crescita demografica.

Entrambi fenomeni estremamente contraddittori e problematici, ma che nel piccolo favorirono la nascita di numerose squadre di rugby, dove germogliò la grande tradizione gallese della palla ovale.

La squadra locale di Glanamman si chiama Amman United RFC e i suoi giocatori partecipano alle selezioni regionali dell’importante squadra degli Scarlets di Llanelli. Come volevasi dimostrare.

A inizio anni Novanta, il tre quarti ala australiano David Campese, l’ultimo dei grandi dilettanti e il primo dei milionari del gioco del rugby, ci ha lasciato in eredità l’era professionistica, che lui stesso definì come “la nuova generazione dei robot sfasciatutto”.
Come ha fatto, dunque, il gallese Shane Williams, un metro e settanta di altezza per 80 chili (di muscoli, beninteso), a vincere nel 2008 (quasi vent’anni dopo Campese) il prestigiosissimo premio di migliore giocatore dell’anno, assegnato dalla federazione rugbistica internazionale?

Grazie a una domenica del mese di novembre del 2003, durante la Webb Ellis Cup, la coppa del mondo del rugby, ospitata in quell’anno dall’Australia.

Il girone eliminatorio è già ipotecato: un Galles privo di aspettative schiera la seconda squadra per l’ultima partita, da giocare nientemeno che contro i numeri uno del mondo, gli All Blacks neozelandesi.

Shane, ventiseienne (giovane ma non più a inizio carriera), entra in campo col numero 14 stampato sulla schiena.
Negli ultimi anni, al posto dei cap (presenze in campo) con la nazionale gallese ha collezionato fastidiosi infortuni ai flessori delle ginocchia. Una bruttissima tegola per chi fa dello scatto la sua arma vincente.

L’allenatore della selezione gallese, Steve Hansen, lo ha convocato come terza scelta per il ruolo di mediano di mischia, che Williams è in grado di svolgere in alternativa a quello, preferito, di ala.
Il livello di autostima è talmente basso che Shane si considera nulla più che “un ragazzo dell’acqua molto costoso”, visto che il suo compito principale durante le partite precedenti era stato portare borracce d’acqua ai compagni durante le pause.
E pensare che aveva fatto di tutto per attirare l’attenzione di Hansen, ma le dure sessioni di allenamento in palestra e l’assunzione di integratori alimentari non sembravano compensare i problemi di sempre: stazza e statura.
Durante la prima mezz’ora di gioco il numero 14, defilato come tutte le ali, riesce a malapena a seguire le traiettorie di corsa dei compagni e la direzione di gioco della palla.

Sembra stordito: la frase “sei troppo piccolo per giocare a rugby” gli rimbomba in testa come un tamburo.

Era stato sempre più piccolo della media per la sua età. Persino alle superiori, compagni e insegnanti continuavano a ripetergli in ogni occasione che era troppo piccolo per giocare a rugby.

Da piccolo, inteso stavolta in senso anagrafico, del rugby lo affascinava per lo più il terzo tempo: quale ragazzino che si avvia all’adolescenza non è attirato dalla piccola trasgressione di scolare birra in compagnia dopo un’ora e passa di sgambate, passaggi e placcaggi?
Oltre al fatto di non poter prendere parte alle feste goliardiche del dopopartita, la sola idea di essere escluso per motivi di peso e altezza gli scocciava. Una questione di principio.

Per anni se n’era fatto una ragione, ma fino a un certo punto. Volente o nolente, aveva infatti optato per l’altro sport nazionale, il calcio, nel ruolo di… portiere.

L’allenatore del Cwmamman United ne notò subito il talento sportivo e il carattere da vero atleta, definendo il lavoro che Shane svolge tra i pali come “superbo” e riconoscendogli grande abilità anche in mezzo al campo.
Finalmente una bella iniezione di fiducia: un nanetto, sì, ma un nanetto in grado di proteggere una porta alta più di due metri e larga più di sette.

Il calcio stava pian piano diventando lo sport della vita, finché un giorno, chiacchierando al pub con gli amici, qualcuno gli propose scherzosamente: “Stiamo per disputare la finale di un piccolo torneo locale di rugby, perché non vieni a giocare insieme a noi dell’Amman United RFC?”

Shane tornò perplesso a casa e raccontò della sfida a mamma Christine, da sempre la sua tifosa numero uno. Il consiglio fu ovvio: “Perché no?”

Detto fatto: l’Amman United RFC vinse il torneo con più di ottanta punti di scarto e ben cinque mete segnate dal neofita del rugby Shane Williams.

Una volta scoccata la scintilla della passione per il rugby, il ragazzo di Glanamman cominciò a informarsi sulla storia e sulla tecnica del gioco: stava forse scritto da qualche parte che bisogna essere alti e grossi per diventari dei bravi giocatori di rugby?
In questo caso, saggezza popolare e ricerca scientifica gli fornirono la stessa risposta: no, affatto.
La maggior parte degli annunci delle squadre locali di rugby che riuscì a reperire recitavano, infatti, qualcosa del genere:

INCURIOSITO DALLA PALLA OVALE?
VIENI A PROVARE LO SPORT PIÙ BELLO DEL MONDO.
IL RUGBY È UNO SPORT PER TUTTI:
– IL GROSSO SFONDA
– L’ALTO SALTA
– IL PICCOLO SGUSCIA
– IL VELOCE CORRE

In un angolo nascosto della biblioteca cittadina, trovò poi un testo fresco fresco di pubblicazione: “La Fisica del Rugby”.
All’inizio Shane fu un po’ intimorito, il libro sembrava un po’ noioso e non mancavano certo astruse formule matematiche, ma lo prese comunque in prestito e, inaspettatamente, la lettura lo divertì.
Quelle formule non erano poi così inutili, adesso aveva addirittura una conferma autorevole e rigorosa del proverbio riportato sui volantini: il piccolo sguscia.

Seguite il ragionamento.

Una statura relativamente piccola rispetto a quella degli altri giocatori implica gambe più vicine al terreno, quindi baricentro basso e leve corte.

Il baricentro basso conferisce maggiore equilibrio, con conseguente difficoltà di placcaggio da parte del difensore, mentre le leve corte consentono una maggiore accelerazione (aumento di velocità), cioè uno scatto bruciante che lascia sul posto l’avversario.

In poche parole comprensibili a tutti… il piccolo sguscia!

“Il piccolo sguscia! Il piccolo sguscia!” si ripete il numero 14 del Galles, ritornato in sé, interrompendo così il flusso di pensieri negativi.

Col suo passo frenetico comincia a lasciare sul posto gli avversari, confezionando un assist e una meta.
Alla fine la superiorità dei Kiwi emergerà comunque, ma dopo un bello spavento (sotto di otto punti a inizio secondo tempo) a causa della splendida prestazione della piccola ala gallese.

Da quel giorno il nanetto che non poteva giocare a rugby divenne uno dei furetti più celebri della storia del rugby e nessuno dei suoi allenatori si concesse più il lusso di lasciare in panchina un ragazzo dell’acqua così forte.

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