6 Nazioni Letterario: Galles – ‘Il Metodo Gallese’ – Stefano Tombolini

6 Nazioni Letterario: Galles – ‘Il Metodo Gallese’ – Stefano Tombolini

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Sabato 10 Febbraio 2018. Galles contro Inghilterra, ancora una volta. Sempre al maledetto Twiceknham; nel 1933 fu buona la decima, dopo 9 tentativi di espugnarlo falliti miseramente.

Sì, non è domenica, il turno mattutino in azienda è stato pesante ma, dopo una pinta di Brain a pranzo e… burp! (scusate…) un’altra di Felinfoel pronta, appoggiata per terra di fronte al divano in attesa che cominci la partita, non si sta poi così male.

Streaming BBC iPlayer, scroccato alla TV nazionale inglese, sparato su monitor 4K Sony da media center Raspberry Pi, entrambi rigorosamente Made in Wales.
Benefit aziendali. Certo, avrei preferito un aumento della paga ma coi tempi che corrono non posso certo lamentarmi.

Presso lo stabilimento del colosso hi-tech giapponese a Pencoed produciamo anche sistemi avanzati di telecamere di sorveglianza e soluzioni “smart” per l’illuminazione.
Roba sofisticata.

Personalmente, in qualità di sound engineer, mi limito a occuparmi dei test sulla qualità delle registrazioni audio dei sistemi di sorveglianza.
Per prendermi in giro, gli operai che si occupano dell’assemblaggio vero e proprio delle componenti mi chiamano “Alan Parsons”, l’ingegnere del suono dei Pink Floyd fino al 1973.

Coi suoni che campiono io, per lo più cani da guardia che abbaiano a gatti randagi, al massimo potrei produrre “Who Let the Dogs Out?” dei Baha Men, altro che Pink Floyd.

Il Raspberry Pi è stata una benedizione anche per me che non ci lavoro direttamente: quell’incredibile folletto sotto forma di computer fu progettato in Inghilterra (a Cesare quel che è di Cesare) e inizialmente era assemblato in Cina, ma dal 2012 la produzione è stata rilocalizzata qui a Pencoed, in Galles.

Un mio collega che si occupa di logistica sostiene che ne avremo spediti almeno dieci milioni di pezzi. Nessuno si aspettava che un prodotto del genere, hardware open source che chiunque potrebbe copiare, potesse garantire allo stabilimento un flusso di vendite così elevato.

Qui in Galles Sony produce anche a Bridgend. Poi c’è Airbus a Broughton, Admiral e i suoi competitor vanno forte nel settore finanziario… sembra una bella favola: “Che culo voi Gallesi!”

Ma non è sempre andata così, proprio no. Da secoli il Galles vive sulle montagne russe e, mentre aspetto il fischio d’inizio, mi tornano in mente le parole pronunciate da Phil Bennett, asso del rugby gallese, nel discorsetto che tenne alla squadra che stava per scendere in campo contro la nazionale inglese.

Guardate cosa gli hanno fatto, quei bastardi, al Galles.

Si sono presi il nostro carbone. Comprano case, da noi, dove abitano soltanto per un paio di settimane all’anno. Che cosa ci hanno dato in cambio? Assolutamente nulla. Siamo stati sfruttati, violentati, controllati e puniti dagli Inglesi – ed è contro di loro che giocate, voi, stasera.

Ripenso agli albori di questo sport in Galles, all’impresa di un popolo che riuscì a trasformare il fumo del carbone estratto dalle montagne e bruciato dalle acciaierie nella prima “Golden Age” del rugby gallese, agli inizi del XX secolo.

Quando Phil Bennett arringava così i suoi compagni era passato ben più di mezzo secolo: negli anni ‘70 il Galles viveva la sua seconda “Golden Age” rugbistica, il carbone era sempre meno richiesto, eppure l’antica rivalità con l’Inghilterra non era ancora sopita. Non c’è da stupirsi ed è presto spiegato il perché.

In una nazione che ancora agli inizi del XIX secolo era prevalentemente agricola, si verificò il primo esempio di globalizzazione e industrializzazione forzata.

E dire che non ce la stavamo cavando male: nel corso del 1700 in agricoltura erano state introdotte importanti innovazioni e si stava sviluppando un’industria leggera del tessile che avrebbe potuto consentire una transizione più naturale a un sistema di produzione moderno.

A sedurre gli industriali inglesi e a illudere la popolazione gallese ansiosa di smarcarsi dalle asprezze del lavoro contadino, non fu il luccichio dell’oro, bensì la lucentezza dell’acciaio.

Tutto cominciò nel sud del Galles, l’unica zona dell’Inghilterra in cui era possibile estrarre il carbone in superficie, scavando direttamente le pareti delle montagne.
Carri gonfi di ghisa trainati da cavalli (sì, cavalli, povere bestie) solcavano lenti e pesanti le strade sterrate che collegavano le Valleys, e in particolare il piccolo paese di Merthyr Tydfil, al porto dell’altrettanto piccolo paese di Cardiff.

A poco servirono le strade a pedaggio, più moderne, in funzione dalla seconda metà del XIX secolo… tuttavia già a partire dal 1800 venne inaugurato un ingegnoso sistema di canali navigabili che permetteva un trasporto molto più veloce ed efficiente del ferro.

La popolazione di Merthyr cominciò a lievitare grazie alle commesse che il governo inglese, totalmente assorbito dalle guerre napoleoniche, garantiva ai signori dell’acciaio.
Nel 1801 fu censita una popolazione di 7.700 persone, cresciuta a 22.000 nel 1831 e a 46.000 nel 1951. Un paio di decine di anni dopo ben il 40% delle esportazioni d’acciaio del Regno Unito provenivano da Merthyr.

Il segreto di Merthyr era il metodo gallese: tutta la lavorazione del ferro impiegava le più moderne tecniche siderurgiche che sfruttavano l’energia sprigionata dalla combustione del carbone, ampiamente disponibile e facilmente reperibile nell’area.

A innalzare ulteriormente i ritmi produttivi arrivò nel 1841 una delle prime linee ferroviarie della storia, da Merthyr Tydfil a Cardiff. I treni merci resero economica persino l’esportazione in Argentina e India; fu così che Cardiff si trasformò in una grande città commerciale.

Tuttavia lo sviluppo industriale di Merthyr fu brutale: a differenza di altre aree estrattive e industriali del Regno Unito, la transizione all’industria pesante fu troppo repentina per essere accompagnata da un’adeguata politica degli alloggi e l’inarrestabile afflusso di lavoratori, provenienti anche dall’Irlanda e dall’Inghilterra stessa, non permise di coordinare una contrattazione salariale efficace.

Mordor, pardon, Merthyr fu soprannominata “Little Hell” per le condizioni di vita insalubri che la popolazione doveva sopportare.

Sin dall’annessione all’Inghilterra nel 1536 la lingua ufficiale del Galles era l’inglese, ma fu nel corso dell’ascesa di Merthyr che il gallese venne “Englished out of Wales” dai treni e dai giornali in arrivo da Londra.

Ciononostante nel 1905, durante la partita contro una rappresentativa All Blacks talmente forte da passare alla storia come “The Originals”, la tifoseria gallese reagì alla sua maniera alla classica sfida lanciata dai neozelandesi tramite la danza rituale dell’haka: intonarono l’inno nazionale “Hen Wlad Fy Nhadau” (“Land of My Fathers”), indirizzando alla vittoria i propri beniamini in campo.

In quel leggendario tour dell’emisfero boreale, “The Originals” vinsero 34 delle 35 partite che disputarono, anche quella contro l’Inghilterra.

Sconfissero tutti, tranne il Galles della prima “Golden Age”.
Da allora cominciammo a esportare il metodo gallese del gioco del rugby: nessuna paura dell’avversario e veloci come il vento verso la meta.

Ora silenzio, comincia la partita.
Che vinca il migliore, bastardi!

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