paolo pietrosanti  Mostra Profilo  Invia Email  Modifica Messaggio

(7 maggio 2003 22:13)
Lo so, lo so che c’è ben altro di cui occuparsi, discutere, da radicali, in questi giorni. Eh sì, lo so. Eppure voglio dirvi una cosa.
E’ da poco che posso materialmente usare Internet, e quindi entrare anche nel sito e nel Forum, perché da poco ho potuto dotarmi delle attrezzature che consentono ad un cieco di farlo. Eppure, già in pochi mesi mi sono rotto i coglioni di quel che trovo nella rete.
Perché trovo troppo, troppo spesso barriere, stupidi ostacoli che potrebbero non esserci. E che invece rendono stupidamente assai difficile la vita ad un cieco come me.
Lo stesso accade a molti disabili motori, a moltissimi anziani, a un mucchio di gente che non può andare in giro in un’enormità di parti della rete, proprio così come nel mondo non virtuale chi giri su sedia a ruote o non si trovi su due gambe decenti, ha di continuo a che fare con ostacoli e barriere materiali.

Eppure, forse per la prima volta nella storia dell’umanità sarebbe possibile che un ambito di interazione tra persone non escluda chi ha uno o più handicap o disabilità.

Internet, i vari siti del web, son pieni di barriere, sono pieni di ostacoli. Ma questi ostacoli possono essere rimossi con relativa facilità; almeno, è più facile rimuovere questi ostacoli virtuali che non le barriere fisiche che al di fuori degli USA sono connotato più o meno uniforme di quasi tutto il mondo. Ed è facile progettare un sito assolutamente privo di barriere. Basta, appunto, porsi il problema in fase di progettazione; e poi si può fare un sito come qualsiasi altro.

E’ possibile che il mondo virtuale sia privo di barriere. E’ possibile che il mondo virtuale sia per la prima volta nella storia dell’umanità un mondo che non escluda una parte delle persone.

Questo è possibile grazie all’essere ancora limitata la estensione del mondo virtuale, e quindi per l’essere ancora conveniente metterci le mani; inoltre, abbattere una barriera virtuale, informatica, è obiettivamente più facile, tendenzialmente, che abbattere una barriera fatta di marmo e mattoni.

L’Europa istituzionale sta ponendosi da tempo questo problema, come i singoli stati. Così che, per esempio in Italia, sta per essere discusso un Disegno di Legge che prescrive accessibilità ai siti pubblici o che ricevano fondi pubblici per espletare un servizio pubblico, e che sia incoraggiata da un bollino-qualità la accessibilità dei siti privati.

A mio parere questa impostazione non va bene per niente. Va combattuta.
Credo che noi radicali si debba lottare – sia sul piano italiano che su quello inter e sovranazionale – a che la accessibilità del nuovo mondo virtuale, delle sue strade, delle sue vetrine, delle sue piazze, dei suoi giardinetti, dei suoi gabinetti, delle sue case, dei suoi bordelli, degli altri suoi studi professionali, delle sue botteghe sia totale in ogni area della rete. Per dirla brutalmente, e rozzamente, un sito non si apre se non è accessibile, se non rispetta i protocolli peraltro esistenti e codificati (ma purtroppo non perentoriamente prescrittivi) applicando i quali un sito è ragionevolmente accessibile.

Se è possibile edificare un intero mondo (perché un mondo la rete è davvero, come ci si dice e come sappiamo tutti, vediamo tutti, se siamo qui) senza barriere e ostacoli, può l’umanità perdere l’occasione senza precedenti di fare sì che questo mondo effettivamente nasca come mondo che non escluda nessuno, nessuno che voglia entrarci?

Il solo fatto che oggi sia concretamente possibile che un ambito così enormemente importante quale la rete sia del tutto accessibile a tutti… non basta questo a imporre, a letteralmente imporre che quel possibile sia, divenga realtà?
Può il mondo privarsi anche soltanto della bellezza del concepire e render concreto per la prima volta un ambito libero e di libertà che non sia precluso ad alcuno?

Accadde negli anni ’60 che negli Stati Uniti d’America si ponesse in essere una delle più profonde trasformazioni dell’ambiente urbano, per cui negli USA non esistono più barriere architettoniche. Non ci sono.
Non accadde perché gli Americani sono geneticamente più buoni, o più attenti caritativamente al prossimo. Avvenne, invece, perché facendo qualche conto conveniva.
E in tutti gli Usa non trovi un marciapiede che non sia abbassato agli angholi, ma non trovi posti che non siano accessibili.
Insomma, da qualche decennio negli USA hanno smantellato gli ostacoli e non si costruisce con barriere architettoniche.
Non parlo soltanto di edifici che ospitino uffici pubblici, naturalmente.

Visto che è possibile, perché mai la rete, questo nuovo mondo che sta edificandosi adesso, e in cui ciò che già è edificato può essere con relativa facilità adeguato e reso accessibile, non dovrebbe essere il primo ambito di interazione che nella storia della umanità sia privo di elementi di discriminazione?

Perché – e lo dico apposta – non può essere la rete il primo ambiente mondiale in cui vi siano regole veramente globali e veramente americane?

Le obiezioni, almeno quelle più semplici, sono intuibili: la rete è libera, non devono esserci limiti, ogni limite è un pericolo per la libertà e la natura stessa della rete.

Eppure, eccome se esistono regole nella rete. Esiste, che sappia io, una netiquette, cioè forme di buona educazione; ma esistono di certo delle regole diciamo vere e proprie che si applicano ovunque.
Preciso che non mi intendo molto di rete e di telematica, e ammetterlo, da radicale, comprensibilmente mi pesa. D’altra parte il fatto di non vederci certo non ha mai facilitato la crescita della mia abilità e conoscenza dei segreti del nuovo mondo.
Però, sono certo che esistano delle regole che valgono nella rete intera, e che esistono sanzioni, conseguenze per chi quelle regole violi.

Esiste di certo una serie di regole paragonabili, mutatis mutandis, alle regole della circolazione automobilistica, per cui imporre a uno di non andare contromano guidando in autostrada da Milano a Berlino può essere costrizione insopportabile, ma è ciò cui si piegano tutti.
Non voglio semplificare ulteriormente, ché proprio non ce n’è bisogno… tuttavia mi viene in mente che la vita di ogni città è soggetta a norme e autorità che impediscono in misura e maniera del tutto e letteralmente arbitraria di verniciare di verde smeraldo per esempio un palazzo che affacci su Piazza Navona.

Al pari delle regole che esistono, potrebbe, dovrebbe esistere quella che imponga alla interezza della rete di essere accessibile ai disabili di varia foggia.
Cioè, semplicemente, di non frapporre barriere e ostacoli alla libera circolazione di tutti nella rete.

Per il semplice motivo che è possibile.
Un bel motivo.

Non parlo di handicap soltanto, non parlo di disabilità soltanto, come è evidente.

Non è un caso che negli Usa le barriere architettoniche siano state cancellate del tutto per ragioni di utilità; e non è un caso che in Italia ambiti urbani tendenzialmente privi di barriere architettoniche siano sostanzialmente inconcepibili. In questo paese è inconcepibile che il disabile sia semplicemente aiutato a giocarsela da solo, cioè sia posto nelle condizioni di girare, muoversi e entrare in concorrenza con gli altri, perché questo ridurrebbe a zero l’indotto del business protetto e del non-mercato che è oggi l’assistenza.

Gli Americani compresero che per fare entrare sul mercato svariati milioni di persone, onde consentire risparmi notevoli all’erario, e trasformare costosi assistiti in contribuenti produttivi, occorreva mettere in atto misure che concretamente consentissero a quelle persone di muoversi, letteralmente di muoversi. Muoversi, muoversi, a prescindere dalla meta del disabile, e dal motivo per cui quel disabile si muoveva.

Forse statalisticamente, negli Usa si normò allo scopo di abbattere tutte le barriere architettoniche. Statalisticamente e dirigisticamente senz’altro, anzi, a vederla con gli occhiali di qui. Ma in America la utilità di una misura pragmaticamente prevale sul suo possibile essere ricondotta astrattamente ad una categoria, peraltro storicamente connotata in maniera assai diversa.

Forse statalisticamente, ma prevalsero negli Usa gli interessi dei contribuenti e quelli dei disabili su quelli dei professionisti dell’assistenza.
In Italia – ma niente affatto soltanto in Italia - prevalgono invece interessi diversi, interessi di ceti e gruppi diversi. Ceti e gruppi che certo fanno assai volentieri a meno di un Internet totalmente accessibile per disabili e malati…

Mi rendo conto, beninteso, della problematicità del punto. E del mio rischiare semplificazioni e semplicismi.
Tuttavia, mi sembra opportuno inserire questa riflessione tra noi, e questi problemi politici; che recano necessariamente, anche, al punto della autorità nella rete (e non soltanto nella rete).

Perché, se pure si volesse una rete tutta, ma proprio tutta libera da barriere e ostacoli virtuali, chi e come potrebbe deciderlo?
E ancora: è veramente il meglio possibile, il meglio concretamente immaginabile e quindi perseguibile, una rete in cui non vi sia autorità, non vi sia possibilità di decidere, in primo luogo e per esempio, che tutto deve essere accessibile, visto che si può?
Eppoi: non è questo un aspetto importante delle domande che occorre porsi, e in concreto, nel mondo non virtuale, a proposito di autorità e di adeguatezza della e delle sue forme istituzionali?

Ma tracimo; o debordo.

Vedo, in questo, una forte e tutt’altro che marginale opportunità per i Radicali. E anche una opportunità di sinergie tra fronti di presenza e azione radicali. Tanto più forti grazie alla elaborazione e alla azione politica che ha connotato e connota questi svariati anni (da Cicciomessere e agora, al Convegno lungo un mese, alle elezioni on-line, all’opera di Cappato Europeo delll’anno, a…) in tema di uso rischi potenzialità delle nuove tecnologie. In relazione alla concretezza della vita delle persone.

Aggiungo per concludere righe non mie, ma di un Italiano grande conoscitore degli Stati Uniti. Ne celo il nome; e non preciso se non che l’articolo da cui copio queste frasi uscì dieci anni fa, e descriveva la profonda trasformazione – letteralmente rivoluzionaria – che apartire dagli anni ’60 portò e porta l’America ad essere di gran lunga il paese più libero dalle barriere architettoniche.

“(…) Ma l'altro aspetto, di una portata culturale e civile che forse sfugge al primo sguardo, è quello di avere drasticamente allargato il criterio di normalità e di funzionamento della vita, tanto che un simile fenomeno ha una conseguenza diretta sulla psicologia, sul modo di pensare, di percepire, di vedere i fatti. Il cambiamento del paesaggio fisico ha cambiato il paesaggio interiore, i criteri di valutazione e di giudizio, il senso dell'altro.
Un fenomeno che aveva una grande motivazione morale si è verificato in tutta la sua grandiosità, non per ragioni morali, ma per esigenze pratiche. Ma, al di là della sua realizzazione, ha reso vistosamente chiaro per tutti il dato di civiltà di ciò che era accaduto. E’ accaduto che la gente ha ridefinito se stessa. E che la frontiera dell'handicap non è stato che un simbolo - forse fisicamente il più grande - della caduta di tante altre frontiere, del reticolato di divisioni e di segregazioni che ancora attraversa ciò che chiamiamo il mondo civile.
Invece di essere una ragione di compiacimento, questa vasta riorganizzazione del paesaggio sociale è apparsa finalmente per quello che è, che avrebbe sempre dovuto essere: un atto dovuto, indispensabile a tutti. È diventato un poderoso messaggio del cambiamento che ancora aspetta di essere realizzato: la fine di ogni discriminazione. L'accesso fisico è diventato metafora della piena e totale accettazione di tutti da parte di tutti non come atto di benevolenza ma come esigenza minima e preliminare di vita civile.
Se questo è vero, non siamo che all'inizio. Abbiamo appena incominciato a intravedere dove porta il percorso, come si cambiano, anche fisicamente, le cose, dove si tocca e si accerta l'assurdità (prima di tutto simbolica) dell'ostacolo.
La provocazione anche intellettuale e creativa è grandissima. Quello che è accaduto è molto, se uno pensa al recente passato. Ma non è niente, se si pensa a ciò che resta da fare e che sta per venire.”