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(7 maggio
2003 22:13) Eppure, forse
per la prima volta nella storia dell’umanità sarebbe possibile che un
ambito di interazione tra persone non escluda chi ha uno o più handicap o
disabilità. Internet, i
vari siti del web, son pieni di barriere, sono pieni di ostacoli. Ma
questi ostacoli possono essere rimossi con relativa facilità; almeno, è
più facile rimuovere questi ostacoli virtuali che non le barriere fisiche
che al di fuori degli USA sono connotato più o meno uniforme di quasi
tutto il mondo. Ed è facile progettare un sito assolutamente privo di
barriere. Basta, appunto, porsi il problema in fase di progettazione; e
poi si può fare un sito come qualsiasi altro. E’
possibile che il mondo virtuale sia privo di barriere. E’ possibile che il
mondo virtuale sia per la prima volta nella storia dell’umanità un mondo
che non escluda una parte delle persone. Questo
è possibile grazie all’essere ancora limitata la estensione del mondo
virtuale, e quindi per l’essere ancora conveniente metterci le mani;
inoltre, abbattere una barriera virtuale, informatica, è obiettivamente
più facile, tendenzialmente, che abbattere una barriera fatta di marmo e
mattoni. L’Europa
istituzionale sta ponendosi da tempo questo problema, come i singoli
stati. Così che, per esempio in Italia, sta per essere discusso un Disegno
di Legge che prescrive accessibilità ai siti pubblici o che ricevano fondi
pubblici per espletare un servizio pubblico, e che sia incoraggiata da un
bollino-qualità la accessibilità dei siti privati. A mio
parere questa impostazione non va bene per niente. Va combattuta. Se è
possibile edificare un intero mondo (perché un mondo la rete è davvero,
come ci si dice e come sappiamo tutti, vediamo tutti, se siamo qui) senza
barriere e ostacoli, può l’umanità perdere l’occasione senza precedenti di
fare sì che questo mondo effettivamente nasca come mondo che non escluda
nessuno, nessuno che voglia entrarci? Il
solo fatto che oggi sia concretamente possibile che un ambito così
enormemente importante quale la rete sia del tutto accessibile a tutti…
non basta questo a imporre, a letteralmente imporre che quel possibile
sia, divenga realtà? Accadde negli
anni ’60 che negli Stati Uniti d’America si ponesse in essere una delle
più profonde trasformazioni dell’ambiente urbano, per cui negli USA non
esistono più barriere architettoniche. Non ci sono. Visto
che è possibile, perché mai la rete, questo nuovo mondo che sta
edificandosi adesso, e in cui ciò che già è edificato può essere con
relativa facilità adeguato e reso accessibile, non dovrebbe essere il
primo ambito di interazione che nella storia della umanità sia privo di
elementi di discriminazione? Perché
– e lo dico apposta – non può essere la rete il primo ambiente mondiale in
cui vi siano regole veramente globali e veramente
americane? Le
obiezioni, almeno quelle più semplici, sono intuibili: la rete è libera,
non devono esserci limiti, ogni limite è un pericolo per la libertà e la
natura stessa della rete. Eppure, eccome
se esistono regole nella rete. Esiste, che sappia io, una netiquette, cioè
forme di buona educazione; ma esistono di certo delle regole diciamo vere
e proprie che si applicano ovunque. Esiste
di certo una serie di regole paragonabili, mutatis mutandis, alle regole
della circolazione automobilistica, per cui imporre a uno di non andare
contromano guidando in autostrada da Milano a Berlino può essere
costrizione insopportabile, ma è ciò cui si piegano tutti. Al
pari delle regole che esistono, potrebbe, dovrebbe esistere quella che
imponga alla interezza della rete di essere accessibile ai disabili di
varia foggia. Per il
semplice motivo che è possibile. Non
parlo di handicap soltanto, non parlo di disabilità soltanto, come è
evidente. Non è
un caso che negli Usa le barriere architettoniche siano state cancellate
del tutto per ragioni di utilità; e non è un caso che in Italia ambiti
urbani tendenzialmente privi di barriere architettoniche siano
sostanzialmente inconcepibili. In questo paese è inconcepibile che il
disabile sia semplicemente aiutato a giocarsela da solo, cioè sia posto
nelle condizioni di girare, muoversi e entrare in concorrenza con gli
altri, perché questo ridurrebbe a zero l’indotto del business protetto e
del non-mercato che è oggi l’assistenza. Gli
Americani compresero che per fare entrare sul mercato svariati milioni di
persone, onde consentire risparmi notevoli all’erario, e trasformare
costosi assistiti in contribuenti produttivi, occorreva mettere in atto
misure che concretamente consentissero a quelle persone di muoversi,
letteralmente di muoversi. Muoversi, muoversi, a prescindere dalla meta
del disabile, e dal motivo per cui quel disabile si
muoveva. Forse
statalisticamente, negli Usa si normò allo scopo di abbattere tutte le
barriere architettoniche. Statalisticamente e dirigisticamente senz’altro,
anzi, a vederla con gli occhiali di qui. Ma in America la utilità di una
misura pragmaticamente prevale sul suo possibile essere ricondotta
astrattamente ad una categoria, peraltro storicamente connotata in maniera
assai diversa. Forse
statalisticamente, ma prevalsero negli Usa gli interessi dei contribuenti
e quelli dei disabili su quelli dei professionisti dell’assistenza. Mi
rendo conto, beninteso, della problematicità del punto. E del mio
rischiare semplificazioni e semplicismi. Perché, se pure
si volesse una rete tutta, ma proprio tutta libera da barriere e ostacoli
virtuali, chi e come potrebbe deciderlo? Ma
tracimo; o debordo. Vedo,
in questo, una forte e tutt’altro che marginale opportunità per i
Radicali. E anche una opportunità di sinergie tra fronti di presenza e
azione radicali. Tanto più forti grazie alla elaborazione e alla azione
politica che ha connotato e connota questi svariati anni (da Cicciomessere
e agora, al Convegno lungo un mese, alle elezioni on-line, all’opera di
Cappato Europeo delll’anno, a…) in tema di uso rischi potenzialità delle
nuove tecnologie. In relazione alla concretezza della vita delle
persone. Aggiungo per
concludere righe non mie, ma di un Italiano grande conoscitore degli Stati
Uniti. Ne celo il nome; e non preciso se non che l’articolo da cui copio
queste frasi uscì dieci anni fa, e descriveva la profonda trasformazione –
letteralmente rivoluzionaria – che apartire dagli anni ’60 portò e porta
l’America ad essere di gran lunga il paese più libero dalle barriere
architettoniche. “(…)
Ma l'altro aspetto, di una portata culturale e civile che forse sfugge al
primo sguardo, è quello di avere drasticamente allargato il criterio di
normalità e di funzionamento della vita, tanto che un simile fenomeno ha
una conseguenza diretta sulla psicologia, sul modo di pensare, di
percepire, di vedere i fatti. Il cambiamento del paesaggio fisico ha
cambiato il paesaggio interiore, i criteri di valutazione e di giudizio,
il senso dell'altro. |