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Prodotti tipici e Lingue Minoritarie come Risorsa Economica e Fattore di Sviluppo (Testo dell'intervento svolto sabato 9 novembre 2002 a Udine, nell'ambito del Convegno Lingue Minoritarie e Identità Locali come Risorse Economiche e Fattori di Sviluppo) Il crescente interesse nei confronti del Prodotto Tipico ha ormai assunto - se non ancora definitivamente, di certo prevalentemente - tutte le connotazioni proprie del fenomeno di moda, di quel tipo di fenomeni, cioè, che si impongono facendo leva sugli strati superficiali e quasi inconsapevoli del comportamento umano, piuttosto che sulla profondità di convinzioni e motivazioni consapevoli e meditate. I sintomi in tal senso sono molti. Il Prodotto Tipico non viene scelto per sé, ma svolge una vera e propria funzione di status symbol: mostrare di sapere cos'è il Lardo di Colonnata, offrirlo a cena agli amici, è l'odierno e più attuale equivalente della ostentazione del capo firmato, ormai un po' datata. La Corsa alla Tipicità è la strategia di marketing che accomuna le politiche di tutte le aziende di settore. Ai suoi esordi, le attenzioni attirate dal Tipico sembravano poter segnare un filone di riscossa da parte di piccoli produttori (artigiani) e di piccoli distributori (botteghe), nei confronti del crescente dominio esercitato dalla Produzione di Massa (la Grande Industria) e dalla Distribuzione di Massa (la Grande, anzi, la Grossa Distribuzione). Oggi è ormai evidente che il filone della Tipicità è completamente governato proprio dalla Grande Industria e dalla Grande Distribuzione. Un sintomo in qualche modo emblematico di questo percorso è il Salone del Gusto di Torino, organizzato ogni due anni, a partire dal 1996, da Slow Food. Lo spirito iniziale della manifestazione consisteva nell'offerta ad artigiani e botteghe di uno spazio, di un grande palcoscenico, di una grande audience, perché finalmente essi potessero essere sotto i riflettori, protagonisti e padroni della scena, almeno per un po'. A distanza di sei anni, basta dare un'occhiata alla Rassegna Stampa dell'ultima edizione del Salone del Gusto 2002, per accorgersi che riflettori palcoscenico e audience della manifestazione sono stati rubati, anche in quel contesto, dai main sponsors, e dunque, ancora una volta, dalla Grande Industria e dalla Grande Distribuzione, con gli espositori (artigiani e botteghe) ridotti a comodo parco buoi utile a fornire una bella Patente di Tipicità al tutto. Che male c'è in tutto questo?, ci si potrebbe tuttavia legittimamente chiedere. Non è forse, questa Moda del Tipico, risorsa economica e fattore di sviluppo, come richiede il titolo di questo convegno? Non c'è nulla di male nella Moda del Tipico, a meno che non si abbia a cuore davvero la valorizzazione delle tradizioni enogastronomiche locali (non tipiche!) come possibile fattore strutturale (e non passeggero) del complessivo sistema economico territoriale. Non c'è nulla di male nella Moda del Tipico se siamo alla ricerca dell'ultimo escamotage, dell'ultima furbata dei maghi del marketing, destinata sì a produrre profitti, ma sempre solo a vantaggio degli operatori del mercato di massa, in maniera del tutto sradicata da qualsiasi sistema economico locale e territoriale. Per quanto sopra, nella mia prospettiva, ho ormai rinunciato a parlare di Prodotto Tipico: non tanto e non solo per considerazioni linguistiche, etimologiche e filologiche, che qui non richiamo; ma anche e soprattutto perché l'espressione Prodotto Tipico, l'espressione Tipicità rappresentano ormai quella moda, quel fenomeno, in maniera totale e codificata. Per questo parlerò, nella mia prospettiva, di Prodotto Locale, di Enogastronomia Locale, di Agricoltura Locale, e di Economia Locale o territoriale. Cosa c'entrano le lingue minoritarie (o forse meglio, anche qui: locali, ché una lingua locale non è necessariamente minoritaria, anzi è quasi sempre, nel suo territorio, maggioritaria) in tutto questo? Cosa c'entra la lingua locale con il Prodotto Locale, con la tradizione enogastronomica locale? La lingua locale, in quanto possibile elemento vivo vitale e costitutivo di una identità territoriale (in senso storico e geografico), può avere utilmente a che fare coi prodotti dell'agricoltura locale, se impiegata come ingrediente chiave di tali prodotti, in qualche modo come ingrediente spia della loro autenticità. A ben riflettere, infatti, le politiche di sostegno del fenomeno-moda Tipicità hanno una ben precisa connotazione linguistica, fondate come sono sulle Denominazioni: denominare, dare un nome, è questione eminentemente linguistica. Ed è linguistica la spia che ci dice della azione di mistificazione operata di fatto (consapevolmente o no) dalle Denominazioni paradossalmente a danno delle produzioni locali autentiche. Basti qui richiamare alcuni casi emblematici e rivelatori, tratti non dall'astratta costruzione di eventi possibili, ma dalla semplice cronaca di situazioni reali. La denominazione Mortadella di Bologna è una IGP, Indicazione Geografica Protetta. Per il senso comune, l'espressione Mortadella di Bologna è dotata di una incisività che non spinge certo a chiedersi cosa vuol dire?, tanto il significato è dotato di autoevidenza. Non così per la legge che istituisce la denominazione Mortadella di Bologna: il disciplinare, infatti, precisa che La zona di elaborazione della "Mortadella Bologna" comprende il territorio delle seguentiregioni o province: Emilia-Romagna, Piemonte, Lombardia, Veneto, provincia di Trento, Toscana, Marche e Lazio. Se a ciò si aggiunge che la IGP (a differenza della DOP, Denominazione di Origine Protetta) consente, per potersi fregiare della denominazione, che nella zona determinata si svolga anche soltanto una fase del processo produttivo, ben s'intende la portata mistificatrice dell'operazione. Veniamo a una DOP, il massimo grado di tutela e valorizzazione dei Prodotti Tipici. Prendiamo una denominazione come Pecorino Toscano. Anche qui l'autoevidenza del significato è ingannevole, poiché l'areale di questa DOP comprende non solo l'intera Toscana, ma anche alcune aree dell'Umbria e del Lazio. Ma c'è dell'altro. Supponiamo che un pastore (ricordo che sto riferendo fatti di cronaca, anche se in forma retoricamente ipotetica) che produce formaggio pecorino col latte delle sue pecore di razza massese sui Monti del Chianti, e dunque in Toscana, non voglia aderire (non è ancora obbligatorio, per fortuna) al Consorzio di Tutela (nonostante le ampie provvidenze di cui gode, e gli scopi istituzionali di valorizzazione e tutela, codesto Consorzio, e non è l'unico, non è dotato neanche di un sito web), e non voglia quindi utilizzare il marchio del Pecorino Toscano DOP: a questo punto egli non potrà descrivere il suo prodotto come pecorino toscano, ritrovandosi così espropriato per via linguistica della sua identità locale. Terzo caso: supponiamo (ma sono fatti!) che una determinata area geografica, ad esempio il comune di Loreto, dove io vivo, non sia ricompresa in alcuna zona tutelata da DOP o IGP. Supponiamo che ingenuamente un produttori di ottimo olio extravergina di oliva, ottenuto da olive lauretane e frante a Loreto, apponga alla bottiglia un'etichetta con su scritto Olio extravergine di oliva di Loreto. Il produttore in questione è passibile di pesanti sanzioni da parte del competente ufficio della Repressione Frodi. Una zona, infatti, se non è ufficialmente denominata, semplicemente non esiste. Non così sarebbe accaduto allo sfortunato produttore qualora egli avesse prodotto non olio d'oliva ma, che so io, finocchi, e ben avrebbe potuto designarli col termine Finocchi di Loreto, e questo perché (viene da dire, ormai, per fortuna) il settore ortofrutticolo non è ancora così tutelato (si fa per dire) come quello dell'olio. Prendiamo infine due denominazioni, di due prodotti completamente diversi, tanto che (basti dire questo) il prezzo del primo è di circa 5-10 Euro al litro, il prezzo del secondo oscilla tra i 450 e 1000 (mille) Euro al litro, o più. Il primo è ottenuto da lavorazioni standard di tipo industriale che ne rendono possibile la produzione in qualsiasi zona. Il secondo è ottenuto per via di lavorazioni che datano di almeno cinque secoli, ed è frutto delle particolari condizioni microclimatiche di un'area ristrettissima, quella della bassa modenese e del reggiano. Quali denominazioni stabilisce ufficialmente la legge a tutela del consumatore perché questi possa agevolmente distinguere tra due prodotti così diversi? Il primo si chiama Aceto Balsamico di Modena; il secondo si chiama Aceto Balsamico Tradizionale di Modena. Ogni commento è superfluo. Si potrebbe esemplificare ancora. Il senso di quel che voglio dire è però ormai chiaro: l'uso della lingua ufficiale (nel nostro caso l'italiano), proprio in quanto ufficiale, tende a far valere la sua dimensione convenzionalistica: non è di Bologna ciò che viene fatto a Bologna, ma ciò che viene fatto entro l'area arbitrariamente e convenzionalmente stabilita dalla legge. Quale strumento più perfetto e raffinato dello strumento linguistico, per ottenere insieme, senza colpo ferire, l'effetto Tipicità (grazie alla sistematica apposizione di riferimenti geografici o storici o di tradizioni) e l'effetto di Sradicamento da qualsiasi concreta realtà territoriale (grazie allo svuotamento semantico di tutti quei riferimenti)? Utilizzare la Lingua Locale come Ingrediente (con la sua storia, con le sue storie), contribuirebbe forse a rendere più difficile tale operazione e a mantenere così intatto e integro il radicamento del Prodotto enogastronomico Locale al suo territorio, ovunque il prodotto stesso venga distribuito e consumato, facendone così un potenziale ambasciatore del complessivo sistema (anche economico) territoriale. In questo caso sì il Prodotto Locale - e non il prodotto tipico! - verrebbe a costituire una vera e propria Risorsa Economica strutturale per lo Sviluppo sostenibile di un'economia precisa e identificabile, l'Economia Locale, di quell'area, di quel territorio, di quella comunità. Antonio Tombolini |