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Il Grignolino, vino maleducato
Chi si ricorda ancora del Grignolino?
E’ un vino piemontese, del Monferrato, con la denominazione divisa in due (il Monferrato astigiano da una parte, il Monferrato casalese dall’altra), non so quanto realmente rispecchiando pretese diversità di espressione organolettica. E’ un vino dimenticato: neanche i più urlanti sostenitori e difensori (a chiacchiere) delle biodiversità oserebbero difenderlo.
L’alibi è il solito: è un vinello d’altri tempi, non ha corpo, non ha stoffa, non ha sostanza.
Sarà vero?
No, non lo è. Ho voluto farmene un’idea a partire da una bottiglia di Grignolino d’Asti Quelbriccone 2001 prodotto da Luigi Cavallotto a Moncalvo (Asti). Ecco cosa ho trovato nel bicchiere: colore classico bordeaux chiaro e trasparente. L’uva grignolino è povera di antociani (i responsabili del colore). L’effetto su di me è stato un bel ah, finalmente un vino che ha il coraggio di essere se stesso!, senza scimmiottare tutti questi vinoni vestiti di palandrane blu notte impenetrabili e tutti uguali.
Il naso è originalissimo. Il Grignolino non urla al naso i suoi profumi, semmai pretende dal naso che se ne occupa di dare il meglio di sé, di concentrarsi, di ripercorrere con la memoria sentori antichi, ormai persi anch’essi: l’olfatto finissimo ed elegante comincia allora a parlarti di nespole, e del buon odore che in casa trovi quando hai sul fuoco a bollire il brodo della domenica.
Bevi, e subito la lingua pesa un corpo ben presente, che la levità del colore non ti lasciava sospettare e così ti sorprende. Lo prendi sempre più sul serio questo vino, e ti conquista: anche al palato nespole e umori di carne, cui si aggiunge in chiusura, dopo aver deglutito il sorso, un finale gentile e antico di frutta piccola sotto spirito, in un retrogusto etereo e nostalgico.
Gran vino, parola mia. Perché allora così dimenticato – e volontariamente, e consapevolmente! – da tutti?
Perché è un vino maleducato, ecco perché. A cominciare dal nome: Grignolino (per alcuni) viene dal verbo grignè, che in piemontese vale deridere, prendere in giro, non senza una nota di lieve crudeltà sarcastica. E sembra prenderti in giro quest’uva Grignolino: delicata, sensibile a tutte le malattie, a tutte le variazioni climatiche, alle minime variazioni delle caratteristiche del terreno. Puoi trovarti una pianta bella, sana, con la giusta carica d’uva e grappoli meravigliosi, e la pianta accanto un disastro. Puoi vederla fiorire, nascere, promettere una stagione splendida, e ritrovarti nulla o quasi alla vendemmia. Ma non basta: ha rese basse per natura quest’uva (e questo spiega, quando è ben fatto, il gran corpo del visivamente tenue Grignolino). Rese basse per natura. In un panorama vinicolo dove le superstar fanno a gara nel raccontare storie di riduzione forzata delle rese, chissà come mai, un’uva che naturalmente si esprime a quei livelli... chissà, forse è per questo che è un’uva (e un vino) così fuori moda, hai visto mai.
E’ un’amante scontrosa quest’uva: pretende le cure e le attenzioni del viticoltore. Non fa da sé. E se il viticoltore non se ne prende cura, il Grignolino si vendica deridendolo, prendendolo in giro, comportandosi da vero maleducato, come un’amante tradita, anzi, meglio, come un’amante trascurata. Forse è anche per questo che il Grignolino è fuori moda: in un mondo fatto sempre più di vini progettati a tavolino dalla divisione marketing aziendale, il Grignolino fugge via e reclama per sé cure attenzioni e amore. Chi ne è ancora capace, però, riesce a regalarci ancora un soffio di vitale ed energica eleganza, non decadente, non estenuata, non urlata. Onore al merito a Luigi Cavallotto di Moncalvo, dunque, e ai suoi (pochi) colleghi che a quest’uva maleducata, a questo vino dimenticato, continuano a dedicare – contro tutto e contro ogni logica di mercato – le attenzioni e l’amore che meritano.
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