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Dalle Denominazioni di Origine ufficiali al Disciplinare Volontario autodeterminato dai produttori
Ricevo da un importante e prestigioso produttore italiano una lettera. Mi pare interessante riportarne il passo centrale, che pone una questione reale e a mio avviso non più rinviabile:
Io credo che il sistema delle Denominazioni di Origine non funzioni, e che andrebbe profondamente riformato, per poter venire incontro ad una forte richiesta di chiarezza da parte dei consumatori e per la tutela di chi i prodotti li produce. Mi pare invece che il comune denominatore che ha fatto capo alla creazione del sistema sia piuttosto la volontà politica di coprire indiscriminatamente con un ombrello (peraltro sforacchiato e con qualche stecca mancante), interi territori al solo scopo, ad esempio, di dare l'accesso a finanziamenti e di accontentare lobbies e poteri (deboli spesse volte, più che forti) locali in linea con il sistema clentelare della migliore tradizione politica italiana. A chi e a cosa servano le 300 e passa DOC italiane, a volte comprese di un solo produttore (è il caso ad esempio dell’azienda Parrina e della DOC omonima, nella zona di Grosseto, nota di Antonio Tombolini) o al contrario di territori enormi e disomogenei tra loro, non si sa. Non certo al consumatore che vuole capirci qualcosa, non certo al produttore serio che vuole sentirsi tutelato.
Cosa dire? Il problema è di quelli grossi. Di quelli che si tende per pigrizia ad accantonare: è andata bene fino ad oggi, domani si vedrà. Ma anche i danni che alla lunga può provocare possono essere enormi, e irreversibili.
Quale sarà la reazione del mercato quando si accorgerà che la maggior parte dei disciplinari di produzione, sia nella determinazione degli areali che in quella dei requisiti tecnico-scientifici, è frutto di contrattazione e compromesso politico più che di corretta determinazione storico-scientifica di un prodotto locale, di un vino locale autentico e autenticamente radicato a un preciso territorio?
E’ facile rispondere: non darà più alcun peso alla Denominazione. Sta già accadendo, è sotto gli occhi di tutti. Risultato: il sistema delle Denominazioni diviene un enorme e complesso e costosissimo carrozzone che non svolge funzione alcuna, né nei confronti dei consumatori, né nei confronti dei produttori di qualità, ma anzi opera a loro danno.
Come rimediare?
La prima strada consiste nell'agire politicamente e istituzionalmente, per una riforma radicale del sistema delle denominazioni. Da questo punto di vista, la proposta istituzionalmente più avanzata è (paradossalmente) quella dell’anarchico Gino Veronelli [il suo sito è purtroppo trascurato e non aggiornato da tempo, ahimé], che da anni dedica ogni sua energia alla promozione della De.Co. (Denominazione Comunale di Origine), sostenuta ufficialmente dall'ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), che restringendo l’ambito territoriale considerato, condurrebbe ad una effettiva significanza del riferimento geografico (cosa oggi del tutto arbitraria nella maggior parte dei casi). La proposta ha già fatto una lunga strada, ha ottenuto informali dichiarazioni di consenso da parte di molti politici di tutti i partiti, ma si è bloccata lì, e non se ne fa niente.
Io sono un po’ meno anarchico, ma istituzionalmente più pessimista del maestro Veronelli, e propendo per una seconda strada. Credo ormai che l’unica via percorribile sia quella della creazione e divulgazione di Disciplinari e Denominazioni Volontarie: un gruppo di produttori, magari cominciando da quei produttori di qualità che più soffrono i danni della massificazione cui conducono le Denominazioni più vaste, potrebbe utilmente autodeterminare, con gli ausili tecnici e scientifici necessari, un Disciplinare Volontario, cui i produttori stessi dichiareranno di attenersi.
Se tutto torna, se un disciplinare serio e ben fatto e rigorosamente applicato è uno strumento utile per la qualità del prodotto, sarà facile accorgersene nel bicchiere: sarà evidente a tutti la differenza di informazioni e di qualità che quei prodotti avranno nei confronti dei prodotti muniti magari di tutte le Denominazioni Ufficiali possibili, ma privi di ciò che fa sul serio la qualità, anche nel vino: serietà, passione e trasparenza.
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