Simplicissimus, il blog di Antonio Tombolini

Wine Trends

Il pezzo settimanale di Antonio Tombolini sul vino per Bloomberg Investimenti
 

sabato 5 ottobre 2002

Viaggio nel prezzo del vino: una questione d'amore

Abbiamo stappato una bottiglia di vino al ristorante. Abbiamo scoperto che, per venderla a noi, il ristoratore ha triplicato il suo costo d'acquisto. Abbiamo scoperto che è – in un certo senso – costretto a fare così a causa dei metodi di vendita adottati dalle reti di vendita (dei produttori o dei grossisti, non fa differenza), centrati sul ricatto che obbliga chi vuole una bottiglia del vino famoso e premiato dalle guide a comprare anche 6, 12, 18, 24 bottiglie (o più) di altri vini in listino, che nessuno o quasi vorrebbe comprare. Ci siamo chiesti il perché della prevalenza di questo tipo di vendita: enoteche e ristoranti sono davvero costretti a sottostare a questa sorta di ricatto commerciale? Non avrebbero alternative?

Sia chiaro: un semplice atto di volontà, di ribellione a questo sistema non servirebbe a nulla. Quell'enoteca, quel ristorante, si troverebbero privi delle etichette che bisogna avere, e senza una proposta alternativa allettante per il consumatore. Probabilmente ripiegherebbe in questo caso verso un localismo campanilistico (tutti i vini di tutti i produttori di tutti i vigneti di quella zona) o verso un esotismo privo di senso (un bel fritto misto di qualche californiano, qualche australiano, francesi no, un po' di Cile e, toh, un tocco di Nuova Zelanda: per il resto, vini italiani anonimi o di massa).

Per opporsi alle dinamiche dominanti della distribuzione e sottrarsi al ricatto distributivo il commerciante (che sia un enotecaro o un ristoratore, non importa) deve avere cultura, deve essere un interlocutore autorevole, deve essere un opinion leader apprezzato e riconosciuto, e influente nei confronti dei suoi clienti.

Certo, affidarsi alle Guide, che arrivano già bell'e pronte a dire a chiunque, anche al ristoratore astemio, quali sono i Grandi Vini, è molto comodo. Però ha, letteralmente, il suo costo!

Insomma, per sottrarsi al ricatto commerciale della distribuzione, l'operatore che volesse riportare la sua offerta a un livello di accessibilità maggiore, senza penalizzarne la qualità, dovrebbe amare il vino. Solo un operatore che ama davvero il vino troverebbe bello, e non faticoso, cercare, confrontarsi, provare, studiare, andare alla scoperta di cose poco conosciute e poco frequentate, e saprebbe trasmettere ai suoi clienti questo amore, gratificandoli di un valore aggiunto che nessuna Guida potrebbe mai dare. Farsi Guida egli stesso per i propri clienti, questa è la via attraverso cui l'operatore può sottrarsi alle dinamiche vecchie e stantie (e costose) della distribuzione. Non ha tempo? Beh, lo trovi: fa parte del suo mestiere. E naturalmente si faccia aiutare (ce ne sono!) da alcuni distributori e rappresentanti magari più piccoli e appassionati, o stringa alleanze con altri operatori (un'alleanza e un'affinità ristorante-enoteca potrebbe condurre a risultati molto interessanti!).

Ci resta la seconda domanda: ma i distributori sono così perché sono davvero cattivi, o solo perché li disegnano così, ovvero perché c'è una qualche distorsione ancora più a monte (a livello della produzione, dunque) che li conduce a un tal modo di operare?

Sarà la nostra domanda guida per la prossima settimana.


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