Puglia alla riscossa
Nominare la Puglia enologica significa nominare il secolare crocevia della diffusione dei vitigni dall'Asia Minore, dal Medioriente, dal Caucaso, verso l'Europa continentale, e perfino, come il caso del Primitivo-Zinfandel – le cui radici sono state infine individuate in Croazia – ha dimostrato.
Possiamo in tutta tranquillità affermare che per i Greci e i Romani dell'antichità, la Puglia rappresentasse, riguardo al vino, quello che per noi oggi rappresentano Bordeaux, la Borgogna, il Piemonte, la Toscana, e le altre zone enologiche d'elezione.
Cosa accadde a questo primato? Accadde ciò che accadde a tutto il vino italiano, e che consentì l'emergere, a partire dal XVIII secolo, del primato della Francia. Accadde che il vino, per le popolazioni italiche, decaduto l'impero, cominciò a rappresentare un alimento di base della dieta quotidiana, un importante integratore calorico nell'ambito di un regime alimentare forzatamente povero e limitato.
Fu così che – nel corso dei secoli – si andò affermando nell'Italia enologica il primato della Quantità sulla Qualità, che ha governato in tutto e per tutto la produzione fino a non più di venti anni fa.
Le aree che più hanno sofferto di queste politiche, pagandole con un'immagine negativa consolidata oggi difficile da rimontare, sono state proprio le zone cliematicamente più vocate: dove andare a spremere più uva possibile se non in Puglia, là dove non vi è alcun impedimento climatico alla massimo sfruttamento delle terre?
La Puglia è così ridotta a cantina d'Europa, nel senso deteriore di serbatoio di vini da taglio a disposizione di aree più blasonate e nobili: Bordeaux e Toscana innanzitutto. Ma il generale (e obbligato, per fortuna, che altrimenti dubito che molti produttori vi si sarebbero indirizzati spontaneamente) movimento di riconversione della produzione enologica italiana, dal primato della Quantità al primato della Qualità, non poteva non coinvolgere anche la Puglia. E i segnali in tal senso cominciano a essere concreti. Non farò nomi, ma numerose sono le aziende che stanno indirizzando su quelle terre i loro investimenti.
Come al solito, il rischio è che puntino tutti sulla stessa cosa, sui soliti vini noti. Le opportunità migliori, al contrario, per i produttori che sapranno staccarsi dal coro, impostando un lavoro di lungo periodo che parta da una rinascita delle attività di ricerca ed esasperata selezione ampelografica.
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