Simplicissimus, il blog di Antonio Tombolini

Wine Trends

Il pezzo settimanale di Antonio Tombolini sul vino per Bloomberg Investimenti
 

sabato 3 agosto 2002

L'inarrivabile classicità del Porto

Tutti sanno che il Porto, come lo champagne, è il risultato di un blend tra vini di diverse annate, e per questo non reca il millesimo in etichetta.

Fanno eccezione, tanto nel Porto come nello Champagne, le annate che il produttore ritiene eccezionali, e imbottiglia senza mescolarle ad altre, esponendo l'annata in etichetta e fregiandosi, per quanto riguarda il Porto, della dicitura Vintage (corrispondente al Millesimé dello Champagne).

Sono un inguaribile amante del Porto. Trovo che sia il più appassionante e seducente vino da meditazione che si possa sognare. Trovo che i blend più azzeccati, e ben conservati, siano la cosa che meglio e con maggior profitto sposa il vino al passare del tempo. Trovo che un buon Porto maturo possa rivaleggiare, senza complesso alcuno, coi migliori distallati nel fare compagnia ai pensieri profondi della solitudine.

E poi i Vintage.

Non sempre così esaltanti. Troppi produttori, alla ricerca di quel valore aggiunto rappresentato dalla magica parolina, forzano a Vintage produzioni che meglio sarebbero state impiegate in sapiente combinazione di annate diverse.

Se vi capita però il vintage giusto... E' un mondo a sé, rispetto a tutto il resto del pianeta-vino. Ho appena terminato, ahimé imprevidente come sono, l'ultima bottiglia di uno stratosferico Vintage 1994 (il 1995, per quel che ho assaggiato, pur giudicato eccellente, tra gli altri, da Wine Spectator, era ben più di una spanna al di sotto, secondo me), e – sprovvisto d'altro – mi sono fatto tentare e ho ceduto, commettendo un piccolo, soavissimo delitto.

Mi ritrovavo due bottiglie di Churchill's Vintage Port 1997, annata messa in commercio solo pochi mesi fa. Praticamente un cucciolo. Ma non ce l'ho fatta: ne ho stappata una. Ne ero quasi pentito quando, portato il bicchiere al naso, e poi il vino alla bocca, la felicità ha preso il sopravvento: la felicità di constatare che questo '97 si candida forse a qualificarsi come miglior Vintage del XX secolo.

E' sempre difficile raccontare un vino. E' praticamente impossibile raccontare un Porto. Sarebbe un peccato di presunzione imperdonabile tentare di raccontare un Porto staordinario come quello che ho assaggiato. Dirò soltanto che due dita di quel Porto possono da sole – e non se ne abbiano i miei amici - far luogo della migliore compagnia e quanto a lungo. Sei lì a sorseggiare incredulo, e pensi chissà, un piccolo morso di buon formaggio... e lo ritrovi già nel bicchiere; ti vien voglia poi di un frutto, maturo e succoso... e lì ce n'è una cornucopia; senti il desiderio di un pezzo di buon cioccolato, ma è già lì; vorresti cercare l'aromatico completamento di un tabacco di classe, non manca neanche quello. Ti ritrovi così a guardare quel bicchiere, e a concedergli, finalmente, il ruolo di solista assoluto che merita.


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Grandi vertici: ma attenti alle basi!

I Merlot, spesso anche i più blasonati, raramente trovano in Italia la freschezza, la verve, la vivacità adatte ad evitarne la tendenza a una densità melensa, a una dolcezza estenuata, a una terrosità un po' fangosa.

Colpa di nessuno, naturalmente, se non di madre natura e dell'ingegno dell'uomo che – opportunamente legati da provvidenziale complicità – si sono divertiti a regalare al nostro Paese la bellezza di (più o meno) seicento diversi vitigni, determinando, a volte per studio, a volte per esperienza, ciò che meglio corrisponde ai tanti nostri climi e terre.

Prendete però Desiderio, il Merlot in purezza di Avignonesi: dimostrazione lampante di come le generalizzazioni, pure necessarie a darsi un orientamento, trovino puntualmente, in concreto, possibili (e in questo caso: piacevoli) smentite.

Ho stappato qualche giorno fa un bottiglia di Desiderio del 1999. C'era tutto il Merlot che doveva esserci, col suo tatto spesso, con la sua densità sensuale, col rosso dai riflessi color cioccolato, col cioccolato dolce e le amerene in bocca. Ma c'era perfino di più. Come una nota di spavalderia, di contadina immediatezza, mai trovata nelle espressioni più classiche, e perciò francesi, del Merlot (men che meno, figuriamoci, in quelle sciroppose e iperconcentrate d'oltreaceano), se non nel nervosismo aristocratico del Petrus.

In quel momento ho guardato l'etichetta, e ho notato la piccolissima (quasi illeggibile, ahimé, ed è peccato) didascalia che spiega il soggetto che vi viene raffigurato: un potentissimo e maestoso toro, a nome per l'appunto Desiderio, campione di razza chianina alla fine dell'ottocento coi suoi 16,73 quintali, ritratto di profilo.

Se mai l'etichetta di un vino potrà sintetizzane, esprimendole adeguatamente, le qualità, l'etichetta di Desiderio è una di queste. Desiderio, il toro Desiderio, è il giusto nume tutelare di quel vino: ne ha la forza e la potenza. Ne ha l'eleganza del portamento. Ne ha anche la grinta e una certa austera ritrosìa. Ne ha la generosità.

Detto di Desiderio, non posso fare a meno di notare però che a tanta perfezione non ha corrisposto, e me ne rammarico, un pari livello, per lo meno di correttezza tecnica, nel Nobile di Montepulciano 1998, un vino cosiddetto di base, sempre di Avignonesi, che mi è capitato di scegliere (tra le tante belle bottiglie) in una sosta a Le Viole, delizioso ristorantino di Castelnuovo di Baganzola, nei pressi di Parma, che raccomando senz'altro. Ma dicevo del Nobile base di Avignonesi: non mi dilungherò – non è mia abitudine e non credo che serva – nella descrizione dettagliata dei problemi che ho trovato in quel bicchiere. Dirò soltanto che si trattava con tutta evidenza di problemi non passeggeri e non legati a modalità di conservazione o possibili imperfezioni della singola bottiglia. No: mi trovavo di fronte ad un vino decisamente mediocre con difetti all'olfatto piuttosto pesanti, confermati al gusto.

Spontaneamente la mente è andata ai grandi Chateaux bordolesi e ai loro "secondi vini": là non mi pare che accada. Non accade, per lo meno, ai grandi Chateaux. E siccome non vedrei ostacolo acché Avignonesi possa essere considerato a buon diritto uno dei nostri grandi Chateaux, e pensando anche ad altri blasonati produttori (qualche piccola disavventura come questa mi è capitata con le bottiglie più accessibili di Gaja, ad esempio), lo segnalo: attenzione, i nostri vertici non hanno nulla da invidiare a nessuno, e il mondo comincia ad accorgeresene. Ma chi è in grado di attingere a tali vertici, a maggior ragione, non potrà poi permettersi di mettere a repentaglio tale meritata fama, immettendo sul mercato, quasi controvoglia e come per dovere, centinaia di migliaia di bottiglie base non all'altezza, che dovrebbero e potrebbero invece, se ben fatte, costituire l'importante soglia d'accesso dell'appassionato ai grandi nomi.


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Scomparso Eugenio Campolmi, della tenuta Le Macchiole

Non era noto ai più, spesso neanche agli appassionati di vino.Conoscevano magari il suo mitico Messorio, o il grandissimo Paleo. Ma lui, Eugenio, no. Eppure era stato tra i primi a dare lustro a Bolgheri coi suoi vini.

Eugenio Campolmi, patron della tenuta Le Macchiole, è morto vinto dal cancro il 14 luglio scorso, all'età di 40 anni.

Aveva preso in mano l'azienda familiare nel 1981. Aveva sentito, prima di altri più presenzialisti di lui, il carattere della sua terra, e con risolutezza aveva affrontato esperimenti ed errori, fino a mettere a punto, con l'aiuto dell'enologo Luca D'Attoma, il suo primo grande vino, il Paleo, nato come blend di cabernet-sauvignon e sangiovese (quest'ultimo sostituito di recente con cabernet-franc, ritenuto più rispondente alla vocazione territoriale delle sue vigne).

Andare oggi a visitare le scarne pagine del suo sito internet, Lemacchiole.it, ancora incompleto, reca sentimenti alterni, di tristezza, tenerezza e ammirazione.

Non c'è compiacimento, in quelle pagine: e sì che di gloria può ben parlarsi, per i traguardi raggiunti coi suoi vini! C'è invece sobrietà e contenuti veri, schietti: la storia della sua azienda non è una celebrazione, ma una cronaca delle sue scelte, dietro la cui oggettività traspare però la forza del motore della sua passione.

E che dire delle schede dei suoi vini? Niente effetti speciali, niente frasi a effetto: solo una tabellina, ma piena di ciò che di un vino dovrebbe essere obbligatorio sempre e per tutti dichiarare. Dalla composizione ampelografica al dettaglio dei vigneti con la loro età; dalla produzione di uva totale a quella media per pianta, dalle date di diradamento e vendemmia alle modalità di lavorazione e affinamento. Una vera carta di identità per ognuno dei suoi vini. Una carta di identità che era anche l'orgoglio di Eugenio, e che diventa oggi il suo testamento spirituale.

In alto i calici, dunque, e sia reso onore a uno dei padri veri del vino buono italiano.


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