Simplicissimus, il blog di Antonio Tombolini

Wine Trends

Il pezzo settimanale di Antonio Tombolini sul vino per Bloomberg Investimenti
 

venerdì 12 luglio 2002

Scricchiolii borgognoni

Non voglio essere profeta di sventura, ma insisto: ebbro (è il caso di dirlo) di successo, il mondo del vino italiano rischia di risvegliarsi dalla sbornia con un mal di testa che si potrebbe evitare.

Torniamo in Francia. In Borgogna, per l'esattezza.

Più di duecento vignaioli sono scesi in strada tutt'altro che pacificamente: le loro cantine, poco più di un mese dal prossimo raccolto, sono ancora piene di bottiglie invendute delle annate 2000 e 2001. E' ufficialmente crisi per le Appelation Régionales, che rappresentano il 55% della produzione enologica borgognona. Nessun problema invece, tutt'altro, per le etichette top, come i grand crus Chambertin e Montrachet.

Che lezioni ricavare da questi fatti?

La prima lezione è, tanto per cambiare e una volta di più, la lezione della qualità. La Borgogna si trova in piena recessione vinicola proprio contemporaneamente e a causa dell'abbondanza delle ultime tre vendemmie. Invano osservatori, esperti, divulgatori, commercianti hanno insistito e insistono su questo punto: la riduzione delle quantità prodotte, pur non garantendola e non potendola garantire di per sé, è comunque la premessa necessaria e imprescindibile per la qualità. Lezione inascoltata, in larga misura anche da noi. Mentre i produttori dei grandi vini hanno accolto la lezione (e anzi rischiano di esagerare a questo riguardo, dando vita a volte a vere e proprie marmellate di concentrazione esagerata), la maggior parte dei produttori sente queste cose, ma non fa nulla. Tanto siamo in Borgogna, si dicono in sostanza, tutto il mondo ha sempre comprato il nostro vino, e pagandolo bene, perché cambiare? La risposta è fin troppo semplice: perché è cambiato il mondo. Da altre aree del pianeta sono venuti lì, magari proprio in Borgogna, a studiare, copiare, imparare, capire. E sono tornati in America, in Australia, in Cile, in Sudafrica, e hanno cominciato ad applicare lì ciò che avevano imparato, e a migliorarlo. Risultato: il prezzo minimo sul mercato al consumo di una bottiglia di vino della Borgogna è di 12 dollari, ma sono gli stessi francesi a riconoscere che la maggior parte di quelle bottiglie è decisamente mediocre. E a quei prezzi, e a molto meno, nel mondo, esistono ormai bottiglie molto ma molto più buone. Domanda: è soltanto una sindrome francese? Nessun rischio da questo punto di vista in Italia? E com'è che in Francia il Governo è alle prese con un interessantissimo Piano Strategico, La Sfida del Vino Francese, alla ricerca di soluzioni, in Italia ci limitiamo al tutto va ben, madama la marchesa?

La seconda lezione non è una certezza, è un forse. Dai quattro angoli del mondo si sta dimostrando la capacità di produrre vini di buona qualità a prezzi molto accessibili. E' proprio giusto che Francia e Italia, le patrie nobili del vino, competano con queste produzioni? Quanto sta accadendo non ci dice forse che il nostro spazio è solo quello dei vini davvero molto buoni e dei vini con una spiccata personalità e impronta territoriale, capaci di fare e di far percepire la differenza rispetto alla produzione del buon vino di massa? E se fosse così, che fare? Beh, riconvertire le aree di produzione di vino medio o mediocre ad aree di produzione di vino eccellente, se ne hanno la vocazione. Altrimenti, se la loro vocazione non è quella, vuol dire che è sbagliato coltivare viti in quelle aree, e che varrebbe la pena di farci altro. Olio, eccellente anch'esso, per esempio, un capitolo ancora tutto da scrivere.


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