Simplicissimus, il blog di Antonio Tombolini

Wine Trends

Il pezzo settimanale di Antonio Tombolini sul vino per Bloomberg Investimenti
 

venerdì 14 giugno 2002

Giandomenico Negro, ovvero: l'Antienologo

Se capitate sulle Langhe (un pretesto per visitatore quei posti si trova sempre...), non mancate di fare un salto a Roccaverano. Paesino di forse seicento anime, arroccato a 800 metri d'altezza, su uno dei cocuzzoli più alti di langa. Non c'è molto da vedere, ma quel poco vale il viaggio. La Chiesa di Santa Maria Annunziata, realizzata con la bellissima pietra locale su disegno del Bramante nel XVI secolo. E poi la grande Torre Rotonda, su cui vi arrampicherete (al contrario di me, vinto dalle mie vertigini) per godere una vista mozzafiato a dominare tutto l'astigiano. E infine via, al Ristorante Aurora, a sottoporsi alle (piacevolissime) angherie gastronomiche di un ristorante in cui nessuno vi chiederà cosa volete mangiare, ma sarete amorevolmente accuditi e nutriti a più non posso, senza poter opporre resistenza né – tantomeno – rifiuto.

Roccaverano era sconosciuta ai più, finché Giandomenico Negro, enologo di Bubbio (siamo sempre in provincia d'Asti), si è testardamente cimentato nel dimostrare che la Robiola di Roccaverano Classica (quella vera, quella fatta solo con latte di capra!) era probabilmente l'unico caprino italiano in grado di competere (e spesso di battere) la scuola dei caprini francesi.

Detto fatto, Giandomenico ha creato Arbiora, una piccola azienda attraverso la quale seleziona, acquista, stagiona e rivende solo le migliori Robiole di Roccaverano. E così facendo ha contribuito al rilancio della piccola economia del paese, dimostrando nei fatti come attraverso una adeguata valorizzazione del patrimonio agroalimentare autentico possa passare il riscatto economico e sociale di un territorio.

Ma Giandomenico Negro, prima ancora che formaggio, è vino. E' il suo mestiere, e il suo mestiere lo fa bene. Si è formato professionalmente per lunghi anni nelle Marche, presso Umani & Ronchi, e adesso, rientrato nel suo Piemonte, continua a girare l'Italia, chiamato a fungere da enologo per alcune prestigiose cantine sparse un po' in tutte le regioni vinicole italiane.

Una di queste, più vicina a lui e alle sue terre, è l'azienda Tenuta La Carretta, che la proprietà gli ha intelligentemente affidato. Una cantina dal potenziale straordinario: 70 ettari equamente ripartiti tra Roero, Barbaresco e Barolo; una cantina interrata che farebbe il sogno di ogni enologo; un amore e una passione per i dettagli straordinari.

Grazie a Giandomenico ho potuto assaggiare alcune meraviglie: l'Arneis 2001, anzitutto, un bianco di grande personalità che non fatico a collocare tra i tre-quattro bianchi piemontesi degni di menzione. E poi un meraviglioso e accattivante (perché fresco, vero e vitale) nebbiolo in purezza: il Roero Bric Paradiso 1999. E ancora, un fantastico Barbaresco, Cascina Bordino 1998, ottenuto da vigne alte (400 mt) che sfoggia una concentrazione "naturale" (non ottenuta per via di artificio), e perciò denso ma non stucchevole, e di finezza straordinara (e qui, sorseggiando, senti imperiosa la voglia di un buon formaggio!). Per chiudere (ché ogni felicità, ahimé, ha la sua fine) con uno strepitoso Barolo Cannubi 1997: e qui c'è da alzarsi in piedi e togliersi il cappello. Una meraviglia rara. Un vero fuoriclasse. Immaginate la potenza e la forza di un Mike Tyson (ops... no, di un Lewis!) abbinata senza forzature caricaturali ma con naturalezza alla grazia di un Nurejev. Immaginate l'immediatezza di una ballata dei Beatles coniugata all'arditezza spericolata di un acuto della Callas. Immaginate... insomma, mi tocca dirlo: uno dei rossi più buoni del mondo. L'ho detto.

E tutto ciò è merito di Giandomenico Negro nella misura in cui egli sa essere Antienologo, sottraendosi schivo allo star system degli enologi di grido, capaci solo di mettere la loro impronta "personale" su qualsiasi vino, omologandoli tutti. Lui no: lui è bravo a leggere il territorio, a parlare con le uve, a lasciare che sia l'identità di quella terra, la sua storia e quella degli uomini che la lavorano ad esprimersi. Bravo Giandomenico!


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C'è barbera e barbera...

E' accaduto un piccolo grande evento nel mondo del vino italiano, uno di quei fatti che rischiano di passare inosservati, e che potrebbero invece, adeguatamente valorizzati, segnare un paradigma di crescita per tutto il comparto.

L'evento di cui voglio parlare è una nascita, e come ogni nascita ha il suo papà. A nascere è la superzona della Barbera d'Asti "Nizza", il suo papà è Giuliano Noè, enologo di grande esperienza e saggezza, schivo ed estraneo rispetto allo star system del grande circo del vino, ma capace di coagulare intorno a sé un nutrito e coeso gruppo di produttori eccellenti.

Sono prima di tutto alcune cifre a dare il senso di questa operazione: 350 mila bottiglie di Barbera "Nizza" contro i 38 milioni di bottiglie prodotte nell'intera zona della barbera; zona ristretta a 18 comuni (tutti limitrofi a Nizza Monferrato), contro i 169 della barbera; resa massima limitata a 70 quintali per ettaro, contro (tanto per dare un'idea) gli 80 quintali di nebbiolo ammessi per la produzione del barolo; 18 mesi almeno di affinamento, di cui almeno 6 in legno.

Ma soprattutto – e qui la grande esperienza di Noè fa la differenza – una scommessa, la scommessa che questa piccolissima area abbia caratteristiche di territorio tali da rendere diversa e riconoscibile questa barbera rispetto alle altre.

E come averne la controprova se non nel bicchiere?

Abbiamo avuto il privilegiodi assaggiare in anteprima i 27 campioni dei produttori che hanno già aderito al nuovo disciplinare. Si tratta dell'annata 2000, la prima che potrà essere commercializzata, a partire dal prossimo primo luglio, fregiandosi della appartenenza alla superzone "Nizza".

La degustazione non poteva confermare meglio l'intuizione di Noè e dei suoi produttori. Nella generalità dei campioni è rinvenibile non solo un livello di qualità indiscutibilmente molto elevato, ma è anche rintracciabile una identità comune, un tratto del gusto che – alle caratteristiche comuni a tutte le vere barbere – aggiunge una nota di territorio inconfondibile, che a me piace individuare nella succosità accattivante e non stucchevole della mora selvatica e in una vena latente, ma percepibile in tutti i campioni migliori, di finocchietto selvatico.

Tra i ventisette campioni, vale la pena di segnalare alcune punte di assoluta eccellenza: dalla Arbiola di Riccardo Terzano, alla Piano Alto di Bava; dalla Anssèma di Cascina Giovinale, alla Gironda di Susanna Galandrino; dalla Mora di Sassi di Malgrà, alla Clemente Cossetti. Barbere finalmente vere, fragranti, ricche, succose, non ruffiane ma ad un tempo accattivanti.

Tutto bene dunque per la superzona "Nizza"? Nessun rischio?

Sì, un rischio c'è, e se ne percepiva la presenza in qualche intervento ascoltato durante la presentazione: il rischio che questa operazione, tutta centrata sulla qualità di un territorio, sulla identità vera di un vino, sulla autenticità espressiva di un modo di fare barbera, possa essere deviata da parte di qualcuno nella direzione della solita e banale operazione di marketing, vuota di contenuti, volta magari ad aggiungere qualche euro in più al prezzo di bottiglie anonime e indistinguibili.

Ma Noè ha pensato anche a questo, istituento una Associazione tra i produttori del "Nizza" che saranno i primi giudici di se stessi, degustando periodicamente alla cieca i loro stessi campioni e vigilando sulla coerenza del progetto. I presupposti sono davvero eccellenti. La barbera "Nizza" è nata, viva la barbera "Nizza"!


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Il prezzo dei vini: chi è il lupo cattivo?

Il vino costa troppo, specialmente sulla tavola del ristorante. Di chi è la colpa? Come provare a correggere questa situazione?

Cominciamo col dire che chi fa la verginella è il sospetto numero uno. E i panni delle verginelle di turno sono questa volta quelli vestiti dall'Assoenologi, l'associazione che riunisce il 90% degli enologi ed enotecnici italiani, presieduta da Mario Consorte, general manager di Sella & Mosca.

L'Assoenologi infatti dedicherà al tema "Prezzi tra produzione e consumo" il suo 57° Congresso Nazionale che si terrà a Pescara dal 6 al 9 giugno prossimi.

Il tema e la discussione verteranno sul perché i prezzi al consumo vanno ad ammontare tra le tre e le cinque volte rispetto ai prezzi praticati alla produzione. E – sono pronto a scommetterci – il tutto tenderà a dimostrare che i "cattivi" sono i ristoratori, avidi di guadagno e pronti a speculare sulla bottiglia di vino da stappare a tavola.

Io la penso esattamente al contrario: i ristoratori sono le vittime di un sistema distributivo che li costringe a praticare prezzi così alti da scoraggiare, spesso, i più desiderosi appassionati.

La verità è che tutti gli operatori sanno come stanno le cose, solo che nessuno le dice. E allora provo a dirle, con un po' d'ordine.

Primo passo: il famigerato prezzo "franco cantina". Più di una guida indica il prezzo del vino acquistato "in cantina". E il lettore resta poi di sasso e si scandalizza quando vede un prezzo ben più alto in enoteca o al ristorante. Ma vogliamo finirla signori delle guide con questa informazione così fuorviante? Oppure, se volete continuare a pubblicare quel prezzo, perché non dare un'informazione completa, e chiarire bene che si tratta del prezzo della bottiglia praticato dal produttore a chi va nella sua cantina facendosi il viaggio apposta, raccomandandosi di non dirlo a nessuno e soprattutto esente da IVA perché venduto in nero? Ecco, scrivetelo così nelle guide: "prezzo franco cantina in nero", e poi vediamo se i produttori si faranno ancora belli della loro "modestia".

Secondo passo: il vino in cantina, che nella guida costa così poco, in cantina non c'è, soprattutto se è buono. Perché il produttore affida il suo vino alla "distribuzione". Come funziona la distribuzione del vino?

Due sono le possibilità: o il produttore ha una sua rete di vendita (suoi agenti: rarissimamente), oppure si affida a un "distributore", che gli compra tutto il vino che venderà a sua volta (il distributore) tramite la sua rete di vendita.

E qui entra in ballo il meccanismo infernale delle guide, dei voti, dei premi: ogni distributore cerca di accaparrarsi almeno qualche "chicca" premiata dalle guide più importanti. Per farne cosa? Semplice: l'agente del distributore X va dal suo cliente ristoratore e gli dice: "Caro amico ristoratore, se vuoi un bel voto nella guida dei ristoranti, nella tua carta dei vini ci deve essere anche questo vino qua, che ti dò io, se no ti penalizzano. Bene. Io questo vino te lo dò. Ma per ogni bottiglia di questo vino qua, ti dovrai comprare anche 24 bottiglie, 48 bottiglie, 60 bottiglie di quest'altra ciofeca qua". Il ristoratore, vittima anche lui dell'infernale meccanismo delle guide, compra qualche bottiglia del vino "importante" da mettere in carta, ma anche una camionata di vini che nessuno comprerebbe mai. E dove scarica il costo di quei vini ciofeca che gli toccherà di usare per far scaloppe? Naturalmente sul prezzo della bottiglia che riesce a vendere.

Risultato: il produttore fa la figura dell'umile verginella, il ristoratore fa la figura del ladro, il distributore... continua a manovrare indisturbato.

Che fare per correggere questa stortura?

Una delle risposte si chiama internet. Se i produttori di vini buoni si decidessero a trattare alcuni siti di vendita online come clienti seri (verificando naturalmente volta per volta con chi hanno a che fare), scoprirebbero che potrebbero probabilmente guadagnare qualche lira in più loro, e far arrivare sul mercato il loro vino a un prezzo più corretto, a tutto vantaggio del cliente e dell'immagine aziendale.

Voglio distruggere i distributori? No. Anzi: sono loro nella posizione più favorevole per cambiare alla radice questo modo odioso di fare commercio. Sono loro nella posizione più favorevole per avviare interessanti esperimenti di distribuzione online. E scoprirebbero che la cosa sarebbe conveniente anche per loro. Come? Beh, mica posso rivelarvi tutto qui: scrivetemi!


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Un gran vino, una storia vera

Comincia come tante, la storia di Suavia, www.suavia.it

Siamo a Fittà, nel veronese, è l'immediato dopoguerra. La famiglia Tessari coltiva le sue vigne di Garganega e Trebbiano. Ne vinifica un po', per l'uso di famiglia, il resto via, come si usava, alle cantine che ti pagano un tot al chilo: e allora via a produrre a più non posso!

Ma già allora il nonno Giuseppe vinificava da sé qualche botte di Recioto: quel nettare rimasto troppo a lungo segreto, quanto di meglio per iniziare al vino e al suo mondo un ragazzo, un giovane, un astemio.

Il salto è merito di Giovanni e Rosetta: è il 1982, e arriva la grande decisione. La famiglia Tessari non conferirà più le sue uve alla cantina sociale, ma le vinificherà e distribuirà in proprio, col nome antico di Soave: Suavia.

E' solo l'inizio, e c'è da fare molto. C'è da resistere, da credere in quelle uve – garganega e trebbiano – che vivono lunghi anni di ostracismo. E c'è da tagliare, per trasformare una vigna nata per dare tanto, il più possibile, in una vigna capace di dare il meglio, rimanendo se stessa.

Il lungo lavoro è premiato. Non tanto dalla critica e dalle guide. E' premiato, ancora una volta, dalla famiglia stessa. A raccogliere il testimone, e a guidare oggi l'Azienda Agricola Suavia sono quattro donne: Arianna, Meri, Valentina, Alessandra. Hanno un grande patrimonio, le vigne vecchie di famiglia, e un'idea chiara in testa: “La nostra volontà è produrre vini che siano espressione della nostra terra e della nostra personalità. Dalla nostra famiglia abbiamo appreso il mestiere di produrre vino non tanto come lavoro, ma come attività legata intimamente al nostro essere. Il nostro impegno è di continuare al meglio il percorso intrapreso dai genitori per offrire ai nostri clienti vini di sempre più alta qualità”. Dove, in quale moderno master d'impresa trovare una mission meglio espressa di questa?

Il riscontro del bicchiere non poteva essere più fedele a questi intenti. Le sorelle Tessari producono oggi uno dei migliori Soave che io conosca. E toccano i vertici della produzione di vini bianchi italiani col Soave Classico Superiore Le Rive. Ho stappato una bottiglia del 1998 qualche sera fa. Un vino di grande stoffa, dal tatto denso e untuoso. L'acidità domata adeguatamente dal legno tutt'altro che invadente sostiene la fragranza di un'albicocca matura e persistente. Un'albicocca che accompagna il retrogusto di mandorla a lungo, molto a lungo. Del resto, come stupirsi? La garganega in purezza di cui è fatto è solo quella del cru Le Rive, una vigna impiantata nel 1951, con splendida esposizione a sud e rese controllatissime. Ha già quattro anni questo bianco. Ma ne farò una buona scorta per la mia cantina. Non vorrò perdermi l'emozione di scoprire ciò di cui sono già certo: tra altri quattro anni, sarà ancora uno dei più buoni bianchi d'Italia.


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E’ in Franciacorta la Toscana più vera!

Suona americana, ma è italianissima, toscanissima anzi, la Moris Farms, azienda vinicola maremmana della famiglia Moris, alla cui guida, fin dal 1979, Adolfo Patentini è riuscito ad avviare prima e a condurre a termine ora un percorso di qualità tra i più interessanti d’Italia.

L’Avvoltore, travolgente ora nella sontuosa versione della vendemmia 1997, è uno di quei vini di Maremma (siamo a Massa Marittima) che sembrano poter togliere ogni significato alle dispute ideologiche tra i sostenitori dei vitigni autoctoni e quelli dei vitigni internazionali, tra i tifosi del terroir e i parkeriani, tra i gamberorossisti di stretta osservanza e i maroniani adoratori del frutto.

C’è sangiovese, e parecchio, nell’avvoltore: il 75%. Ma c’è anche Cabernet-Sauvignon, il 20%, da quando anche Patentini ha scoperto e verificato nei fatti che qui, in Maremma, ci troviamo in una delle zone più vocate per questo vitigno a livello mondiale. E un po’ di syrah, il 5%.

La cosa che più stupisce in questo vino è che li ritrovate tutti e tre, con precisione e in perfetta armonia: al naso la punta speziata dello syrah introduce alle atmosfere soffuse e austere di un dolce e avvolgente fumo d’incenso e di erbe officinali, che annuncia a sua volta gli assalti più freschi e sanguigni del sangiovese.

In bocca è prugna matura, succosa, e prugna secca, dolce, polposa. Il tatto denso non è stucchevole, ed è il sangiovese a segnare la chiusura di bocca, con una nota rotonda ma imperiosa di piccoli frutti rossi, dolci e asprigni quel tanto che basta a far desiderare un nuovo sorso.

Ho bevuto l’Avvoltore 1997 in un angolo di Toscana autentica: ad Erbusco, al Ristorante “La Mongolfiera dei Sodi”. Certo che lo so, Erbusco è in provincia di Brescia. Ma Toscanissima è la famiglia Coppini, con Gioacchino e Luigi impeccabili in sala, e la signora Maria, a dirigere la cucina e a dimostrare come la tradizione amata e ben interpretata sia alimento a una creatività che già la lettura della carta fa intuire straordinaria: le finissime pappardelle (tirate a mano, naturalmente) al ragù di piccione rimarranno a lungo nella mia mente per l’uso sapiente di spezie ed erbette aromatiche in magico equilibrio.

E la carne. Come esistono vini che fanno perdere la testa anche al più incallito degli astemi, esistono anche delle carni capaci di motivare a un’occasionale trasgressioni anche il più rigido dei vegetariani. Ne conoscevo solo una, finora: il pollo arrosto di Eleonora Rossi all’Oasi degli Angeli di Cupra Marittima (AP). Alla Mongolfiera ho conosciuto la seconda: una fiorentina morbida e succulenta, con una cottura da manuale, che in Toscana, lo confesso, non ho mai trovato così buona.

La fiorentina dei Coppini e nel bicchiere l’Avvoltore 1997: basterebbe fare questa esperienza per sostituire, e con vantaggio, ore di astratte lezioni sugli abbinamenti cibo-vino.

Eleggo dunque l’Avvoltore, della Moris Farms, come miglior vino toscano dell’annata 1997 bevuto fino ad oggi.

Ed eleggo La Mongolfiera dei Sodi, ristorante condotto dalla benemerita famiglia Coppini, miglior ristorante di Erbusco. Non è poco, se ci pensate bene…


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Vinitaly celebra il trionfo del vino, ma attenti agli eccessi!

Si respirava una strana aria di trionfalismo quest’anno al Vinitaly.

Il vino italiano – e il business del vino italiano – si è ritagliato, grazie a una politica della qualità condotta senza tentennamenti negli ultimi venti anni, un ruolo di primo piano nell’ambito del made in Italy. Grandi gruppi industriali si contendono aziende vinicole e terre da uva a suon di decine e decine di milioni di euro. I vip della finanza, che fino a qualche tempo fa si guadagnavano la copertina dei gossip magazine a colpi di flirt e di capi firmati, oggi sono alla caccia di almeno un fazzoletto di vigna piemontese, o toscana, disponibili a offrire cifre impensate. Essere (o apparire) esperto di vino è un bonus oggi spendibile nei salotti dell’alta società. Senza parlare di enologi e produttori (pardon, winemakers!). Stampa, radio, televisioni dedicano sempre più spazio (sulla qualità di questi spazi ci sarebbe per la verità molto da dire…) al vino e ai suoi personaggi.

Cosa c’è di male in tutto questo?

Assolutamente nulla. Solo che, nella generale autocelebrazione dei protagonisti del vino, rischiano di passare inosservati alcuni segnali di debolezza che converrebbe non trascurare. Ne accenno alcuni.

I vini bianchi: l’Italia soffre ancora di un gap qualitativo medio molto consistente nei confronti della Francia, e i prodotti in grado di reggere seriamente il confronto, se non di vincerlo, sono ancora pochissimi. Un maggiore impegno a tutti i livelli (dalla ricerca scientifica sui nostri vitigni, alle tecniche di produzione e a quelle di affinamento) è urgente e necessario, per arrivare a un cambio di mentalità che sul vino bianco (vissuto ancora come vino da bere nell’annata) non è ancora avvenuto.

Lo sviluppo e il consolidamento dei vini delle regioni emergenti. Si fa un gran parlare di “regioni emergenti”, ma la sensazione è che – al di là di uno sparuto gruppo di produttori già affermati – queste regioni stentino ad affermarsi come “territorio vinicolo” d’eccellenza, come sono riuscite a fare Piemonte e Toscana. La corsa di singoli produttori al vino-fenomeno con cui ottenere il premio delle guide non serve. E’ solo partendo dalla ricerca sul territorio e sui suoi vitigni, sulla sua storia enologica, che è possibile – a garanzia di tutti i produttori di qualità – trasformare il nome-regione in un valore aggiunto condivisibile.

Chiudo con un segnale minore, più debole, ma – a mio avviso – non meno significativo: la grafica delle etichette. Bastava scorrere velocemente gli stand del Vinitaly, per accorgersi di quanta confusione regni in questo ambito tutt’altro che secondario. Al di là delle questioni di gusto (ovviamente soggettive) quello che preoccupa è una certa ricerca della grafica ad effetto a tutti i costi. L’impressione cioè è che in questa fase di mercato trionfante ci siano in giro un po’ troppi pr, un po’ troppi consulenti di marketing o “di immagine” o “di comunicazione”, in giro come predicatori intenti a dirottare risorse economiche dalle tasche di produttori emergenti verso le proprie, sottraendole a un più utile impiego volto all’unico vero e autentico fattore di successo in questo campo: la Qualità del vino, la bontà del prodotto.


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Gaja diserta il Vinitaly: zero in stile

Non sembra aver meravigliato il mondo degli addetti ai lavori l’ormai ufficiale assenza di Gaja dal Vinitaly, che si terrà a Verona dall’11 al 15 aprile prossimi.

Naturalmente ciascuno – tanto più nella conduzione di un’impresa – è libero di decidere come crede, e non è certo contestabile la decisione di Gaja di non partecipare all’evento più importante ed atteso dell’enologia italiana e non solo.

Ciò che francamente mi lascia di stucco sono le motivazioni addotte dall’azienda tramite il comunicato stampa che ufficializza la decisione. Si parte da una constatazione oggettiva: “Negli ultimi anni la gestione dello stand era divenuta per noi sempre più difficile: lo straordinario successo di Vinitaly, coronato da un numero sempre crescente di visitatori, e l’accresciuta popolarità dei nostri marchi, hanno reso la visita al nostro stand una tappa obbligata per molti visitatori”. C’è di che rallegrarsi, si direbbe: cosa desiderare di più per la propria azienda?

Ma la conclusione che ne trae Angelo Gaja è un’altra, e le parole usate hanno dell’incredibile: “Per difenderci dall’invasione avevamo anche progettato un "bunker", un fortino, con l’intento di ostacolare il libero accesso”.

Difenderci dall’invasione?!? Progettare un bunker?!? Ostacolare il libero accesso?!? Caro Gaja, con tutto il rispetto che l’enologia italiana ti deve: chi ti credi di essere?

Tutto ciò è inaccettabile e scandaloso, anche se proviene da uno dei nomi più titolati dell’enologia italiana. I visitatori del Vinitaly non sono barbari invasori, ma appassionati conoscitori. Il successo di Gaja non l’hanno decretato i suoi dieci distributori e importatori, ma proprio gli appassionati consumatori. Una fiera come il Vinitaly ha senso proprio perché costituisce, per l’appassionato, un’occasione unica per avvicinarsi anche ai grandi vini altrimenti difficilmente raggiungibili.

E non si venga a dire che la fiera serve invece per incontrare distributori e grossisti: non mancano certo a Gaja i mezzi per incontrare questi signori per conto proprio, e con tutta la tranquillità che vogliono.

Onore al merito allora del Marchese Incisa della Rocchetta, e del suo distributore, che non fanno mai mancare un assaggio del formidabile Sassicaia in ogni occasione a questo deputata. Zero in stile invece a Gaja, che, con questa mossa legittima ma offensiva nelle motivazioni, ha scelto di allontanarsi e chiudere il dialogo coi propri clienti-consumatori, un dialogo, si badi bene, difficilissimo da costruire, ma facilissimo da rompere in un attimo. E pericoloso per qualsiasi azienda.


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Il Friuli, terra d’eccellenze

Non è certo da oggi che il Friuli eccelle tra le migliori regioni vinicole d’Italia, specie tra i bianchi.

Ma ho l’impressione che quella terra, non paga di sé, stia ingranando una marcia in più, che la condurrà presto a riveleggiare, senza nulla temere, con le grandi terre dei grandi bianchi di Francia.

Una conferma vissuta: mi trovavo, la settimana scorsa, reduce da una perlustrazione enogastronomica condotta in terra d’Istria con l’amico Luigi Cremona. Sulla via del ritorno, come mancare l’appuntamento col mitico Lorenzo D’Osvaldo, il miglior produttore dei migliori prosciutti d’Italia? Sulla via di Cormons, la nostra guida, l’ottimo gastronomo Francesco Iacuzzi quasi ci “obbliga” a fare tappa a Capriva del Friuli: “Dovete assolutamente assaggiare questi vini!”.

Già stanco, speravo di cavarmela con un assaggio e qualche parola di circostanza in breve tempo. Arriviamo in cantina: Azienda Agricola Roncùs. Ad accoglierci il patron, Marco Perco. La stanchezza comincia a cedere il passo alla curiosità: Marco parla con passione della sua terra, delle sue vigne, dei suoi vini. Ci racconta di cosa sta facendo, e di cosa conta di fare. Ci racconta della sua scommessa, fatta fin dal 1999, in netta controtendenza, a favore dei bianchi, mentre tutti stanno ancora spiantando bianco a favore del rosso, perché “il rosso va di più”. Uno che la pensa così non può che avere la mia simpatia: la sua terra è terra di bianco, e su quello occorre puntare.

Che Marco punti in alto, molto in alto, è diventato chiaro al primo assaggio: Pinot Bianco 2000. Ottomila piante per ettaro, un kilogrammo d’uva per pianta. Vendemmia tardiva, condotta a più riprese. In cantina: niente lieviti selezionati: dopo tre anni di messa a punto della cantina, utilizza per i suoi vini solo ed esclusivamente i lieviti propri della sua terra, della sua uva, della sua cantina. Niente barrique. Acciaio e un po’ di legno grande. Ne nasce un grande bianco: ricco al naso, ma non ruffiano. Niente mele e caramelle, ma profumo che cresce, e una bocca densa e suadente, ma non stucchevole. Grande stoffa, segno certo di grande longevità: un vino che vorrò assaggiare ancora tra cinque anni.

Ce ne sarebbe abbastanza, non ve ne pare?

Ma c’è dell’altro invece. Marco si infervora ancora di più. Ci parla di un suo “progetto”. Un vino, naturalmente. Voleva salvare vecchie vigne di Malvasia, Tocai e Ribolla. Vigne di settant’anni almeno. E per salvarle c’era solo una possibilità: ricavarne un grandissimo vino, lavorandoci con sapienza e pazienza. La prima annata vinificata è il 1999: non sarà sul mercato che nel novembre 2003. Adesso è lì, a lavorare in botti grandi di rovere, nuove ma “avvinate” con altro vino per sei mesi prima di ospitare il suo “progetto”.

Ci ha fatto assaggiare il 1999, Marco, dalla botte. Mi piacerebbe metterlo – alla cieca – sotto il naso di tanti estimatori (come me, del resto) dei migliori Montrachet. Un vino che farà parlare molto di sé. Ringrazio la fortuna che consente a me di parlarne fin da adesso.

Bravo Marco, vignaiolo sapiente!


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Gli ingredienti del vino

Aleggia nel mondo del vino, da sempre, un dubbio amletico: ma di cosa è fatto il vino?

Per la legge non ci sono dubbi: il vino è fatto solo di uva, tanto che nel vino non occorre dare indicazione (obbligatoria in genere per tutti gli alimenti) degli ingredienti. Si presuppone cioè che il vino sia “ingrediente in sé”, il prodotto ricavato dalla spremitura e successiva fermentazione delle uve. E l’indicazione in etichetta della parola “vino” dice già da sola di cosa è fatto.

Ma è proprio vero? Ed è proprio giusto?

La stessa cosa accade per l’olio d’oliva. (Un suggerimento: chi si fosse perso la straordinaria inchiesta sull’olio d’oliva presentata su RaiTre nella trasmissione Report, vada a vederla qui: ). In etichetta c’è scritto olio d’oliva, e questo deve far presumere che il contenuto è il frutto della spremitura delle olive, e basta.

Non è così.

Non è così per l’olio, e non è così per il vino. Lo sa – più di ogni altra persona – chi di vino si occupa professionalmente.

E allora perché non scriverlo? Chi può avere paura della trasparenza? Cui prodest?

Di certo l’obbligo di indicare ingredienti, conservanti e additivi non creerebbe alcun problema a chi il vino lo fa con l’uva, e solo con l’uva.

Di certo il consumatore sarebbe felice di sapere se nella composizione di quel vino sono entrati (magari felicemente, e per ottenere un ottimo prodotto) anche altri ingredienti: zucchero, solfiti, mosti concentrati, lieviti selezionati, aromi di sintesi…).

Eppure no: questa richiesta – a mia conoscenza – non l’ha ancora avanzata nessuno. E tanto di cappello ai vituperati americani, per i quali almeno sussiste l’obbligo di indicare se il vino contiene solfiti. Perché non farlo? Nei salumi migliori si usano (come da tradizione, a scopo antisettico soprattutto) nitriti e nitrati. E devono essere dichiarati. E sono io il primo a dire che molti esperimenti di salumi prodotti senza nitriti e nitrati sono assolutamente deludenti. Ma perché non dire come stanno esattamente le cose?

Bene: questa richiesta voglio allora avanzarla io, formalmente, da queste colonne. E la richiesta è questa: che anche nel vino, come nei salumi e nei formaggi, ci sia l’obbligo di indicazione degli ingredienti, degli additivi e dei conservanti. Dei lieviti aggiunti. Dello zucchero aggiunto (non scandalizzatevi: in Italia è vietato – stupidamente dico io – ma in altri paesi, Francia compresa, è consentito), dei mosti concentrati, della CO2 eccetera.

Il consumatore non è uno scemo. E chi lavora bene e produce meglio, riuscendo a rispettare al massimo la naturalezza del prodotto, ha il diritto sacrosanto di poter diversificare il suo prodotto da quello altrui.


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Andrea Franchetti, protagonista dietro le quinte

Non sono sicuro che tutti gli appassionati cultori del vino sappiano chi è Andrea Franchetti. E non sono neanche sicuro che abbiano tutti sentito nominare la sua azienda vinicola: Tenuta di Trinoro.

Non ha mai ricevuto i tre bicchieri del Gambero, Franchetti. E non ha mai ricevuto particolari premi e menzioni. In Italia, voglio dire, ché all’estero il valore suo e dei suoi vini è riconosciuto dai più grandi critici e (cosa ancor più significativa) da molti suoi colleghi winemaker di tutto il mondo.

Del suo vino, chi lo conosce, tende a criticare una certa “a-territorialità”: uvaggi bordolesi, grandi concentrazioni, muscolarità… insomma, Franchetti viene accusato di parkerismo a oltranza.

Non sono un fautore di Parker, di cui non apprezzo la ricerca e valorizzazione assoluta e aprioristica di un astratto godimento sensoriale, del tutto trascurando il godimento anche intellettuale che un grande vino deve sapere offrire. Si beve coi sensi, ma anche col cuore, e col cervello, e con l’anima. E conoscere quanto si può conoscere di un vino è certamente un completamento del piacere che questo offre, e un segno di rispetto dovuto a chi l’ha creato.

Proprio per questo non riesco però a capire chi si ostina a criticare i vini di Trinoro. Vi trovo, ogni volta che li bevo, esattamente l’opposto di ciò che dovrebbe essere oggetto di critica: pochi vini riescono ad esprimere, anche in Toscana (terra giustamente orgogliosa del suo terroir), in maniera così completa e complessa e armonica la triade terra-uva-uomo che fa la personalità di un vino.

Ho degustato recentemente il suo Palazzi 1997, alla cieca, in mezzo ad altri undici supertuscans. Di veramente riconoscibili, solo lui e il Sassicaia, nessun altro. Gli altri sì, riconoscibili come – appunto – supertuscans, ma non nella loro individualità. Riconoscibilissimi invece Sassicaia e Trinoro.

Chapeau dunque a un uomo che non ama la ribalta dello star system enologico. A un uomo che ha saputo in pochi anni, e con idee chiare, dare identità enologica alla sua terra. A un uomo che – accingendosi a produrre (sperimentalmente, per ora) il nuovo Cincinnato 2001 ottenuto esclusivamente da uve Cesanese d’Affile in purezza dimostra la sua apertura mentale e versatilità. A un uomo, infine, che mostra (e i suoi vini esprimono questo carattere!) una particolare predilezione per la valorizzazione delle terre più difficili, ma per questo più promettenti: non a caso ha appena acquistato 60 ettari di terra in Sicilia, sul versante nord dell’Etna. Ne aspettiamo i frutti.


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Degustazioni da Villa d’Este

C’è un organismo di degustazione che – ancora poco conosciuto – fin dal 1996 organizza regolari sessioni di degustazione ad altissimo livello: è il Grand Jury Européen, presieduto e fondato da François Mauss.

Le degustazioni (e le valutazioni) del Grand Jury hanno una loro originalità specifica: il metodo, infatti, è – grosso modo – all’opposto di quello propugnato da Robert Parker. Laddove Parker sostiene la prevalenza del giudizio del singolo degustatore, di cui si conoscono inclinazioni e preferenze, il Grand Jury privilegia invece un approccio collettivo e statistico, nella convinzione che, come si legge nello statuto, “une somme de subjectivités est un début d’objectivité”. E se leggendo le recensioni di Parker ci si sente spesso coinvolti nella degustazione solitaria e appassionante del Grande Vino, quasi in un rituale esoterico e per pochi eletti, secondo il Grand Jury non bisogna mai dimenticare che “un grand vin est fait pour accompagner un mets, pas pour être une simple bête de concours dopée artificiellement”.

Ho avuto la fortuna di partecipare all’ultima sessione di degustazione del Grand Jury, dall’1 al 3 marzo scorso, nella cornice sontuosa e familiare insieme del Villa d’Este a Cernobbio. E qui si impone una parola di elogio non formale allo staff del Villa d’Este, al più che promettente chef Parolari, al direttore Ceccherelli: è tutto loro il merito di conferire a un luogo così esclusivo e prestigioso un’impagabile atmosfera di rilassata eleganza e di cordialità.

La degustazione, articolata in 4 sedute, ha avuto altrettanti “temi”. Prima sessione dedicata ai Valpolicella 1997: impressione generale piuttosto mediocre. A sorpresa, a giudizio di chi scrive, spicca il Valpolicella Classico Superiore “La Casetta di Ettore Righetti”, imponendosi su nomi assai più blasonati (tutte le degustazioni avvengono rigorosamente alla cieca).

Il pomeriggio del venerdi è dedicato alla Svizzera, con alcuni Syrah del Canton Ticino, che definirei trascurabili (non se ne abbiano a male i nostri amici svizzeri), e una dozzina di vini ottenuti da un curioso e sconosciuto vitigno, l’Humagne Rouge, tra i quali emerge un interessantissimo Cave de Versau 2000, prodotto da Stéphane Clavien.

Sabato 2 marzo il clou: è la volta della Borgogna, coi grandi bianchi del 1999 e i grandi rossi del 1998. Annate non straordinarie neanch’esse. Quanto ai bianchi, subito alle spalle di un fantastico Puligny-Montrachet Premier Cru “Hameau de Blagny” 1999, prodotto dalla Maison Chanson Père et Fils, spunta il “pirata” della sessione, inserito dall’organizzazione all’insaputa dei degustatori: un grandissimo bianco del Ticino, prodotto in Svizzera dall’emergente Luigi Zanini: il Castello Luigi 1998, uno Chardonnay di rara pulizia e ricchezza, del tutto privo di quegli stancanti e stucchevoli sentori di vaniglia, con grandi potenzialità di evoluzione in bottiglia.

Quanto ai rossi di Borgogna, quello che è ormai una conferma, ovvero Denis Mortet col suo Gevrey-Chambertin “En Champs” 1998, è preceduto soltanto dal Cote de Beaune Premier Cru “Les Epenottes” 1998 di Pierre Bourée et Fils.


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Viva l’accisa!

L’ho già scritto una volta, su queste colonne, qualche settimana fa: per principio e per metodo, quando sento levarsi unanime e senza eccezioni una opinione approvata senza contrasti, mi chiedo se non sia il caso di metterla in dubbio, e di provare a pensare il contrario.

E’ il caso delle reazioni che sta sollevando la proposta, avanzata dai servizi tecnici della Commissione Europea, di introdurre un’aliquota minima d’accisa sul vino pari a 0,14 Euro (270 lire) per litro. La tassa avrebbe la finalità di armonizzare il regime fiscale del vino che, mentre in alcuni paesi non è soggetto ad accisa alcuna (Italia, Spagna, Germania, ad esempio), in altri (Inghilterra, Francia, Belgio, Olanda, Danimarca e Svezia) mantiene tuttora aliquote d’accisa differenziate.

Subito si è levata unanime la voce contraria del mondo del vino. Contraria la Coldiretti, che, come la Lega Nord, teme che la misura sia volta a favorire i produttori di birra del nord Europa. Contraria la Confcommercio, e contraria pure la Confagricoltura: “Una proposta che va bloccata sul nascere!”. “Grande preoccupazione” esprime poi la Confindustria, tramite la Federvini, mentre il ministro delle politiche agricole Alemanno si augura che “la Commissione Europea non giunga a questa decisione”.

Ma è giustificato tutto questo strepito? Che incidenza potrà mai avere sul mercato una tassa di 10 centesimi di Euro per ogni bottiglia di vino? Chi può averne paura?

La ratio dell’accisa, quando non orientata a scopi protezionistici (favorire un prodotto locale al posto di un prodotto importato), ha lo scopo prioritario di fare da deterrente al consumo, nel tentativo di limitarlo. Da questo punto di vista l’accisa sul vino (come sugli alcoolici in genere) risponde allo stesso scopo sociale delle imposte che gravano sul consumo di tabacco.

E perché essere allora contrari all’introduzione di questa accisa? In fondo, su chi consuma vino di qualità, i dieci centesimi di prezzo in più non incideranno per nulla nelle abitudini di consumo. Incideranno invece su chi consuma vino dozzinale, di scarsa qualità, e di prezzo estremamente basso. Ma in questo caso – se siamo d’accordo sul fatto che nel vino, come in altre cose, vale la pena di consumare meno per consumare meglio – dovremmo semmai lagnarci della esiguità dell’importo d’accisa proposto.

Insomma, se un’accisa di importo così basso avrà un qualche effetto, potrà essere solo quello di abbassare i consumi di vino di bassa qualità, cosa di cui, francamente, non riesco a dolermi. E allora, ben venga: viva l’accisa!


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Occhio alla Romania!

Feteasca Alba e Feteasca Regala, Grasa de Cotnari, Galbesa de Odobesti. E ancora: Tamaioasa Romaneasca, Feteasca Neagra e Babeasca Neagra.

No, non è un nuovo scioglilingua.

E’ il suono misterioso e affascinante di alcuni dei vitigni autoctoni di una terra dimenticata, la Romania.

Chi si avventurerebbe oggi ad investire sul vino rumeno? Nessuno, probabilmente. Certamente non io. Eppure è un’area che mi incuriosisce…

La viticoltura ha una storia antica, in Romania. E le sue potenzialità sono enormi.

Ne conosciamo la martoriata storia di Paese blindato oltrecortina, fino alla caduta del muro, e del terribile padre-padrone Ceausescu. Come ne conosciamo gli attuali sforzi di rinascita e ripresa, complicati, come spesso accade in quelle aree, dalle brame e dalle trame di bande di malaffare.

Non sono pochi gli imprenditori italiani che hanno – a volte con successo, a volte no – tentato di sbarcare in Romania con investimenti produttivi, spesso trasferendo là imponenti strutture produttive.

Ma non mi è ancora capitato di sentire di progetti di investimento nella viticoltura e nel vino.

Eppure, lo ripeto, le potenzialità ci sono tutte: un territorio che si presta felicemente alla coltivazione dell’uva (la Romania è già oggi al sesto posto tra i paesi europei per superficie vitata); una tradizione e una storia affascinanti e tutte da riscoprire; un patrimonio di vitigni autoctoni e originali su cui studiare e sperimentare; un livello di accesso alla acquisizione di terreni molto conveniente, unito alla disponibilità di assistenze e provvidenze da parte del governo.

Certo: a guardare l’attuale produzione non c’è da stare allegri. La contraffazione del vino sembra essere all’ordine del giorno. La produzione aveva adeguato i suoi parametri non-qualitativi al livello, bassissimo, delle esigenze di un mercato di sbocco poverissimo qual era l’Unione Sovietica, oltre a quello interno.

Al di là di qualche sorprendente Muscat Ottonel (vino rinforzato che diviene assai interessante con una trentina d’anni di invecchiamento) o Vin de Cotnari (vino bianco assai promettente ottenuto in prevalenza da Feteasca Regala), il panorama della produzione attuale non è esaltante.

Ma in un mercato in cui ci si strappano fazzoletti di vigna a cifre iperboliche tutti e solo nelle stesse solite aree, un’occhiata alle opportunità esistenti da quelle parti potrebbe essere una mossa felice.


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Manca una piazza globale per il vino di pregio

E’ proprio vero che il mercato del vino di qualità ha solo di che essere felice?

A me pare invece che – al di là dei facili trionfalismi di maniera – il mercato del vino di pregio versi in una situazione molto critica. Come mai a una domanda crescente fa da riscontro un fenomeno di prezzi calanti? Come mai trovano più facile collocazione e spuntano prezzi più alti i futures (e gli acquisti en primeur) rispetto ai titoli (i vini di pregio e le grandi annate)?

E’ un problema classico dei mercati classici: è un problema di liquidità, con una caratteristica però del tutto originale. La domanda di vini di pregio è alta e crescente. Anche l’offerta è alta, ma non raggiunge la domanda. Quello che manca non è la domanda, e non è l’offerta. Quello che manca è il mercato. Quello che manca è una piazza sufficientemente grande e globale per consentire l’incontro di tutta la domanda con tutta l’offerta, a condizioni di trasparenza.

L’offerta infatti è costretta a passare per le strettoie di due sole piazze reali (Londra e New York), peraltro dominate da un unico mercante (Christie’s, e il suo partner americano Zachys, con un piccolo marginalissimo ruolo di Sotheby’s).

Una situazione che poteva andar bene fino a due, tre anni fa. Fino a quando cioè la domanda di vini rari e da collezione proveniva da una ristretta cerchia di enofili sussiegosi e molto snob.

Una situazione che non può affatto andar bene oggi. La passione per il vino di qualità è finalmente esplosa. La voglia di stappare una grande bottiglia di una grande annata per celebrare un evento personale, familiare, professionale importante è cresciuta. Il desiderio di costruirsi pian piano una propria cantina, da curare e seguire personalmente è sempre più diffuso. Ma questi portatori di domanda non hanno accesso alle ristrettissime e assai scostanti “piazze” messe a disposizione da Christie’s.

Solo così si spiegano i tonfi nelle quotazioni di vere e proprie “blue chips” del vino, e le quotazioni vertiginose (e a mio parere del tutto sproporzionate e pericolose) raggiunte dai cosiddetti futures, e dagli acquisti en primeur. Solo così si comprende la costernata constatazione di Don Zacharia, presidente di Zachys, che dopo l’ultima disastrosa asta del giugno 2001 (66% dei lotti invenduti!) ebbe a dire “Ci sono clienti disposti a pagare qualsiasi cifra per una cassa di Cheval Blanc 2000, con offerte che ruotano intorno ai 10.000 dollari, mentre le casse del ’61 (straordinaria annata) faticano ad essere piazzate per la metà”. La verità è che sarebbero molti i clienti disposti a comprare il mitico 1961, se solo potessero accedere a una “piazza” più trasparente e democratica.

La morale che ne ricavo è tutta in una facile previsione: chi si cimenterà nella implementazione di una seria e funzionale piattaforma per la creazione di una Borsa Telematica del Vino Pregiato farà un grandissimo affare, e romperà finalmente gli schemi rigidi e obsoleti attuali che rischiano di uccidere il nascente entusiasmo per il mercato del vino. Chi sarà così lungimirante (e umile, a un tempo) da gettarsi in questa tutt’altro che avventurosa impresa?


  Your comments here! ()  5:54:13 PM    
Il Vino è mio, e me lo porto!

Un’idea per rilanciare alla grande ristoranti ed enoteche? Eccola qua: abolire la carta dei vini nei ristoranti.

Ma come, si dirà, che razza di ristorante è un ristorante senza la carta dei vini?!?

Eppure l’idea – certo provocatoria – è meno balzana e ingenua di quanto sembrerebbe. E non è neppure troppo originale: sarà capitato a molti di voi di trovarsi in qualche ristorante di Melbourne o di San Francisco, e di vedere gente entrare munita della propria bottiglia di vino, prelevata appositamente dalla propria cantina domestica, o appena acquistata nell’enoteca accanto.

In compenso, quei ristoranti saranno attrezzatissimi per offrire un servizio del vino assolutamente eccellente: dalla temperatura di servizio alla scelta dei bicchieri, dalla caraffatura ala mescita, tutto è perfetto, compreso il sommelier che, se invitato, si ferma a degustare e a commentare il vostro vino con voi. Il tutto in cambio di un onesto addebito di servizio per ogni commensale.

Perché dunque non sperimentare questa formula anche nel nostro Paese?

Non pretendo che il ristorante si privi della sua carta dei vini. Ma sarebbe una gran bella idea quella di accettare anche il servizio del vino portato dal cliente.

Parliamoci chiaro: non siete stanchi anche voi di quelle carte dei vini, magari imponenti, ma ormai tutte uguali?

Il meccanismo è semplice quanto odioso: i ristoranti vengono giudicati dalle guide di editori che pubblicano anche le guide dei vini. Per ottenere un buon voto, quei ristoranti devono avere anche una “buona” carta dei vini. E – per ogni guida – una “buona” carta dei vini è ovviamente quella che comprende i vini giudicati buoni dalla stessa guida. Che poi, stringi stringi, sono un po’ gli stessi per tutte le guide, punto più punto meno.

E così finisce che beviamo sempre le stesse cose. Se avete voglia di un buon bianco di razza, non dico di quindici anni, ma almeno di tre-quattro anni, non avete speranze (se non quella di corrompere il sommelier per sapere se, fuori carta, hanno qualche residuo di magazzino). E se vi prende la voglia di un bel sangiovese, vi ritroverete ovunque gli stessi vini da premio. Per non parlare dei vini “autoctoni”: vi trovate a Napoli e volete un bel Soave? Troverete in tutta Italia sempre e solo quel Soave che ha “vinto” i famigerati tre bicchieri… che noia!!!

Ecco allora la mia proposta: cominci a farlo qualche ristorante, si dica disponibile e anzi desideroso di ospitare alla propria tavola il cliente che si presenta con un suo vino, e preveda un equo addebito per un servizio del vino impeccabile. I ristoranti che volessero almeno sperimentare questa formula, me lo dicano, usando l’indirizzo email indicato qui sotto, e sarò felice di pubblicarli subito su queste colonne!


  Your comments here! ()  5:53:02 PM    

Risolto il mistero dello Zinfandel

La California non brilla certo per originalità. I suoi vini, certo buoni, hanno però il limite di essere ricavati dai pochi soliti vitigni, proprio per questo detti internazionali: chardonnay e sauvignon per i bianchi, merlot e cabernet-sauvignon, e qualche altro, per i vini rossi.

C’è però un vitigno per il quale i californiani hanno sempre reclamato il carattere della territorialità: si tratta dello Zinfandel, un’uva rossa dalle caratteristiche assai potenti e originali, molto difficile da domare in fase di vinificazione, ma capace di dar vita a eccellenti bottiglie, che non mancheranno di sorprendere: quello prodotto da Robert Biale, ad esempio, è un vino di grandissima classe, un cavallo di razza come se ne trovano raramente nel Nuovo Mondo.

La produzione di Zinfandel è stata dunque usata come bandiera per la California. Ma non per molto.

Ben presto il fitopatologo americano Austin Goheen notò una fortissima somiglianza tra lo Zinfandel e il nostro Primitivo, uva pugliese fino a poco tempo fa indirizzata alla produzione dei famigerati “vini da taglio”, che buttati su enormi cisterne percorrevano le vie del nord, fermandosi a volte in Toscana e a volte a Bordeaux.

La somiglianza divenne poi conclamata identità soltanto negli anni ’90, grazie al lavoro di Carole Meredith, docente di enologia all’università californiana di Davis: applicando le nuove tecnologie di mappatura del DNA, Meredith dimostrò inoppugnabilmente che Zinfandel e Primitivo erano due cloni della stessa identica varietà.

Non contenta del risultato, la Meredith cominciò a chiedersi di dove fosse originario il vitigno, presente in California dal 1820, e in Puglia da non più di 250 anni. Ed è la notizia di questi giorni: dopo altri quattro anni di ricerche studi e comparazioni, il viaggio si è concluso al di là dell’Adriatico, in Croazia: Primitivo e Zinfandel trovano lì le loro origini, in un vitigno che i locali chiamano Crljenak.

Una piccola morale, volta a dire quanto ancora c’è da fare in Italia: perché avevamo nel Primitivo un vitigno così importante, e non ce ne eravamo accorti? Perché queste ricerche le fa l’università americana, e non quella italiana? Perché non puntiamo non solo sulla ricerca scientifica, ma anche su quella storica, che vede l’Italia crocevia della diffusione del vino, dagli originari ceppi mediorientali verso l’ovest e il nord-europa?

Come gli americani si preoccupano di dimostrare (loro!) a noi, avremmo solo da guadagnarne.


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Bianco o Rosso?

Provate a chiedere “Bianco o Rosso?” a chiunque abbia a che fare col mondo del vino.

Il consumatore medio vi dirà “Rosso, il bianco mi fa male alla testa”.

Il consumatore esperto vi dirà “Rosso, è quello il vero vino!”.

Il critico enologico vi dirà “Rosso, i più grandi vini sono sempre rossi!”.

L’autore di questa o quella guida (andate a controllare) vi dirà “Rosso, è lì che diamo quasi tutti i premi”.

Il medico vi dirà “Rosso, è nel vino rosso che ci sono i polifenoli che fanno bene!”.

L’enotecaro vi dirà “Rosso, perché il bianco, se non lo consumi subito, si rovina!”.

Il commerciante vi dirà “Rosso, perché se non lo vendi subito, non rischi di doverlo buttare!”.

Il consulente finanziario vi dirà “Rosso, perché il mercato dei grandi vini chiede il rosso!”.

Il produttore vi dirà “Rosso, è il rosso che fa vincere i premi delle guide e diventare famosi!”.

Conclusione?

Apparentemente c’è poco da dire: ovviamente il trend vincente del vino è quello del vino rosso. Ma io non ci sto!

Vi dirò la mia: tutto troppo scontato. Tutti troppo d’accordo. Di fronte a un’unanimità come questa, si accende in me il sospetto. Quando un presunto trend è così evidente e ovvio, non è più un trend. E’ un fatto, ed è un fatto di cui si sono accorti tutti, ed è per questo che è un fatto che sta per essere sopraffatto da un nuovo trend, ancora invisibile ai più, ma incalzante.

E allora, diciamolo: occhio ai vini bianchi! Per una serie di buoni motivi, a cominciare dalla qualità: ci sono dei vini bianchi strepitosi, finalmente anche in Italia. Ho organizzato recentemente una degustazione di quattro grandi francesi e quattro grandi italiani (tutti rossi!), annata 1985. Eccellenti, non c’è che dire. Alla degustazione avevo invitato il mio amico Ampelio Bucci, produttore marchigiano. Non potendo partecipare di persona, si fa rappresentare da… un magnum di Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva Bucci, annata… 1983! Una meraviglia. Non credete a me. Credete agli altri degustatori che erano lì con me: da Gino Veronelli ad Enzo Vizzari, da François Mauss ad Antonio Paolini, da Giovanni Bietti a tutti gli altri… Bene: il Verdicchio di Ampelio, un verdicchio con ormai quasi venti anni sulle spalle, aveva messo tutti d’accordo. E vi assicuro: c’è in giro un sacco di vino bianco così buono e così poco apprezzato, soprattutto nelle cantine di molti ristoranti, che sarebbero ben felici di liberarsene.

E adesso una domanda: chi di voi ha nella propria cantina un bianco italiano così vecchio? Nessuno, ci scommetto. Bene. Il segnale è questo: cominciamo a investire in vini bianchi. Cominciamo a cercare (finché non se ne accorgeranno in troppi…) vini bianchi di vecchie annate, che si possono comprare ancora a prezzi molto convenienti.

E se proprio non volete comprarne, quando li trovate… fatemelo sapere, li compro io!


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I Mercati del Vino

Non esiste un solo mercato del vino, ma esistono almeno tre mercati, profondamente diversi.

Il primo, che definirei come mercato del vino di massa, trova la sua arena, la sua piazza, nei templi della grande distribuzione. E nonostante l’indubitabile innalzamento delle soglie minime di qualità accettate dai consumatori, si tratta pur sempre di un mercato in cui l’elemento centrale di competizione (e di valutazione nei processi d’acquisto) è il prezzo.

Il secondo mercato del vino, chiamiamolo il mercato del vino buono, è quello che muove le polemiche (e il business…) delle guide, dei cosiddetti critici enologici, dei dibattiti tra appassionati. La sua arena è il ristorante: ogni ristorante che aspiri ad ottenere una buona valutazione dalle guide specializzate non può oggi prescindere dalla presentazione di una carta dei vini sufficientemente ampia e sostanzialmente in linea coi verdetti dei critici enologici più in voga. Su questo mercato l’elemento centrale di competizione è (presunta o reale non importa) la qualità.

Il terzo mercato del vino è il mercato del vino raro, da collezione. I suoi attori sono – come nel mercato dell’arte – critici, mercanti, appassionati e investitori. La sua arena è quella delle aste e degli scambi privati, ma a fare da riferimento per la fissazione dei valori sono comunque le aste.

Ma la domanda interessante, a proposito di questo terzo mercato, diventa: qual è l’elemento centrale di competizione e di determinazione delle dinamiche di acquisto?

Dirò la mia: nel mercato dei vini rari e da collezione esiste un criterio apparente di determinazione dei valori, che tende a mascherare il criterio reale.

Il criterio apparente è quello della Qualità: provate a chiedere a qualsiasi appassionato e collezionista (o forse a voi stessi…) il perché dell’acquisto di quella famosa bottiglia, e immancabilmente vi risponderà parlando di un grande vino, di un vino buonissimo, e via dicendo. Ma tutto ciò nasconde il criterio reale di determinazione degli acquisti (e dunque dei valori) di questo particolare mercato: il Prezzo! Può sembrare paradossale, ma sul mercato del vino raro e da collezione il criterio principe è lo stesso che detta legge sul mercato del vino di massa, Sua Maestà Il Prezzo.

In questa rubrichetta, con la vostra partecipazione, proveremo a discutere insieme del secondo e del terzo mercato di cui abbiamo parlato. Il primo, francamente, mi attira molto poco, e immagino attiri molto poco anche voi.


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Novello o non novello?

Regolarmente, tutti gli anni, tra la fine di ottobre e i primi di novembre, esplode la febbre da vino novello. Un tempo appannaggio del mitico Beaujolais francese, da molti anni la moda del vino nuovo si è spostata in Italia. Gli schieramenti sono netti e chiari: da un lato la massa dei consumatori, che ha decretato il successo di una tipologia di vino solo pochi anni fa sconosciuta in Italia. Dall’altro l’élite degli esperti e dei conoscitori, che al solo sentir pronunciare la parola novello arricciano il naso con aria di disgusto.

Vi dirò come la penso io: non condivido lo snobismo degli espertoni. Ma non condivido neanche l’entusiasmo di chi beve fiumi di novello come se fosse il nettare degli dèi.

Il vin novello è (se ben fatto) piacevole, fragrante, fresco, profumato. E un bicchiere di buon novello, bevuto fresco ad accompagnare una fetta di salame o un cartoccio di caldarroste, è uno dei piccoli piaceri della vita a cui non saprei perché rinunciare.

Ma il novello ha dei limiti: la sua fragranza è fatta di pochi profumi, e sempre quelli, esaltati dalla macerazione carbonica che – pur determinandone la freschezza – fa sparire ogni peculiarità dell’uva di provenienza, rendendo tutti uguali i novelli di ogni latitudine. Con in più un misterioso sentore di carta copiativa e di inchiostro che li caratterizza tutti, rendendoli alla lunga un po’ stucchevoli e stancanti.

Ecco allora pregi e limiti del novello: non fatene un vino da pasto, ma da allegra merenda. Non bevetene molto, perché alla lunga stanca. Non sobbarcatevi chilometri o peripezie per trovare questo o quel novello, perché sono tutti – più o meno – uguali.


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