Updated: 04/12/02; 11.01.12.
Simplicissimus: The Internet
Cosa penso di Internet. E a volte, cosa pensa Internet di me.
        

giovedì 25 luglio 2002
blogchalk: Antonio/Male/41-45. Lives in Italy/Loreto/Ancona and speaks Italian. Spends 80% of daytime online. Uses a Fast (128k-512k) connection.Google! DayPop! This is my blogchalk - Italian, Italy, Loreto, Ancona, Antonio, Male, 41-45!

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Le strane avventure del Popup - L'ho affermato più volte e da lungo tempo: la Pubblicità è morta. E mi è anche capitato di paragonare le forme di Pubblicità ancora esistenti al movimento delle rane decapitate, rese famose dagli esperimenti di Galvani. Il fenomeno, più difficile da cogliere nel cosiddetto mondo reale per la vastità e la mole quantitativa di tali movimenti, è facilmente visibile, in varie forme, online.

E' da tempo evidente a chiunque navighi un po' che i residui di Pubblicità online vengono tenuti artificialmente in vita, anzi, in movimento, in una sorta di guerra contro l'utente: si dà ormai per scontato (come in effetti è) che l'utente internet della Pubblicità non vuole saperne, e la Pubblicità cerca di combattere contro di lui (il tutto assume naturalmente caratteri grotteschi, non appena si faccia mente locale sul fatto che la Pubblicità dovrebbe convincere l'utente a fare quello che lei gli ordina).

Prendete i Popup, quelle finestrine che vi si aprono a tradimento non appena entrate in un sito. Una guerra che la Pubblicità ha già perso. A cosa serve infatti un Popup? Ormai lo sanno tutti: chi entra in un sito e vede aprirsi un Popup sa di trovarsi per le mani un'occasione d'oro per misurare la sua abilità al mouse e battere l'ultimo record di Chiusura Popup, una specialità in grande voga tra gli appassionati delle rete, così diffusa che se ne sono accorti ormai anche i Pubblicitari (non tutti: quelli di Kataweb.it, per esempio, fino ad oggi ancora no, provare per credere: www.kataweb.it).

Cosa ti inventano allora i pubblicitari? E qui attenzione, perché il fenomeno ci porta vicini a un paradosso in senso classico, a uno di quei luoghi privilegiati della filosofia, cioè, dove si annunciano le cose più importanti. La Pubblicità (che fin nel nome ci parla di una cosa fatta per essere vista ed esposta il più possibile alle masse più numerose possibili), pur di illudere se stessa del fatto che ancora esiste, si nasconde, certificando così da se stessa il suo non-esistere-più in quanto Pubblicità. E' il fenomeno del Popup-a-scomparsa. E non è una trovata amatoriale da cantinari: lo trovate ormai nei siti più prestigiosi, fin nel tempio dell'informazione progressista americana, il New York Times: www.nytimes.com (ma non è da meno lo Washington Post, o Altavista, e tanti altri). Entrate nel sito, vedete aprirsi un Popup, vi fiondate col mouse per chiuderlo battendo il vostro record personale, e lui che fa? Vi frega autonascondendosi da solo, prima ancora che voi possiate ucciderlo definitivamente, senza farvi vedere nulla, nella speranza che - quando chiuderete tutte le finestre per spegnere il computer, lui, il Popup-a-scomparsa, sarà l'ultimo ad essere ucciso, e potrà dire, all'inserzionista felice che lo ha pagato, di essere stato visto.


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Qui vi svelo perché l'Industria dei Media fallirà certamente (e neanche troppo in là) - L'economia classica, da cui derivano tutti i marxismi e tutti i liberismi e tutte le loro varianti finora conosciute, si basa su un assunto fondamentale: i beni (e i servizi) oggetto di scambio sono scarsi, e la loro scarsità pone il problema della loro distribuzione, e fonda il mercato. L'eleganza di tale concezione testimonia la sua classicità, e cioè il suo valore nel tempo.

L'elemento fondante la moderna, anzi, post-moderna industria dei media risiede nella concezione del bene-informazione come bene scarso, posseduto da alcuni, che questi possono conservare e distribuire come un prodotto qualsiasi. E tale concezione è alla base della mercificazione delle informazioni, fenomeno tipicamente post-industriale e post-moderno, in cui siamo ancora immersi.

Internet scardina e ribalta precisamente tale presupposto: con l'avvento di Internet non viviamo più in regime di scarsità dell'informazione, ma di abbondanza. Non è affatto difficile raccogliere le informazioni che ci servono - il più delle volte ci basta un clic su google - e pensare di conservare le informazioni in qualche post-moderno magazzino (ok, chiamatelo pure database) sicuro e inaccessibile per poterle vendere al miglior offerente è del tutto illusorio.

Per questo la Fase 2 dell'e-business, quella secondo la quale, finita l'èra del tutto gratis, adesso chi vuole i contenuti deve pagarli, va incontro a un destino ancora più rovinoso della Fase 1: nessuno, non appena se ne renderà conto, sarà più disponibile a pagare una cosa che può facilmente, per sua natura, essere reperita gratuitamente. Ciò che può essere reperito in abbondanza ed è a portata di mano cessa per ciò stesso di essere una merce. Il mercato dell'informazione (ivi compresa arte, musica & affini) è destinato a chiudere. Tornerà ad essere mercato solo in quanto avrà con sé una componente corporea e in quanto tale scarsa: il concerto, dove il cantante è lì fisicamente; il quadro originale, con la tela e la cornice da portarsi a casa; il libro, stampato con l'inchiostro sulla carta; il gameboy, con la scatoletta di plastica che contiene il gioco così te lo puoi portare in macchina, e così via. L'Industria dei Media, alti profitti e bassi costi, è destinata a chiudere.

Io credo che dobbiamo esserne felici, a meno di non ritrovarci i cassetti pieni di azioni Telecom, Tiscali o Vitaminic, o (Dio non voglia!) AOL-TimeWarner: grazie a Internet abbiamo la possibilità di de-mercificare l'informazione e i cosiddetti contenuti, riportandoli alla loro natura di cose che non hanno prezzo, nel senso che a tale espressione si dà proprio quando si parla di cose di grande valore. Ah, dimenticavo: naturalmente tale processo comporterà (finalmente) anche il crack del mercato della consulenza, che rappresenta la quintessenza della figura, ormai fuori gioco, del mercante di informazioni.

Ho messo a punto queste rapide riflessioni, leggendo le critiche di David Weinberger a proposito di un recente libro del filosofo americano Dreyfus. Tanto per darvene un assaggio, scrive Weinberger:

There is an entire economic and political system built on the idea that information is hard to gather and can be held securely. Nope. Not any more. Dreyfus is talking across a chasm in values created by the Internet earthquake.

Sì, un terremoto. Il bello deve ancora arrivare.


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