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Foodball, VII (e penultima!) puntata: L'Ostaggio (Cheonan, venerdi 28 giugno 2002) (Vai alla VI puntata)
“Legalo più stretto.”
“Non preoccuparti, non si può sciogliere.”
“Non mi fido, guarda come suda, quant’è unto. E’ viscido, magari scivola via dalle corde.”
“Stai tranquillo, Umberto. Ti ricordi quella volta che abbiamo tenuto in ostaggio Azeglio Vicini per tre settimane, e poi t’ha fatto giocare contro l’Olanda?”
“Zitto, parla piano, c’è ancora l’inviato della Repubblica in giro per l’hotel. Se sente è un casino…”
“Ma và, di che ti preoccupi?”.
“Mmmmm! Ahhh, brrrrr, gggghhh…”
Nel bugigattolo del Nosaburo Hotel, si sente uno schiocco clamoroso.
“Gigi, ma che fai, lo prendi a sberle? Stai calmo.”
“No, è lui che deve stare zitto, muto, calmo altrimenti lo frastorno di schiaffoni. E gli suono l’Inno di Mameli sulla testa, a ritmo. Capito? Capitos, amigo?”. E giù un altro manrovescio.
“Mmmm! Ohhh!”.
“Dai Gigi, smetti un attimo, d’accordo che se le merita tutte ma con la violenza non andiamo lontani”.
“Umberto, è la nostra ultima occasione: a proposito, hai trovato il numero di telefonino di Blatter?”
“Sì, me l’ha dato un amico dirigente svizzero”.
“Quello che ti voleva portare a giocare nell’Ambrì Piotta?”
“Proprio lui”.
“Secondo me hai sbagliato a non andarci. Ti offrivano un ingaggio clamoroso, metà in franchi svizzeri, un terzo in dollari, un quarto in Tobleroni al cioccolato bianco, e una compartecipazione azionaria in un caseificio di emmenthal”.
“Lasciamo perdere. Dai, chiama Blatter”.
3…3…5…5…4…3…0… Slap! “T’ho detto di stare fermo, quieto!”
“Quuu… iiii. Tooo!”
“No, fermo, che a casa non ti ci mandiamo tanto presto. Umberto, fagli un altro giro attorno alla bocca col nastro adesivo!”.
“Halò?”
“Pronto, Blatter?”
“Yes, sì, chi parla?”.
“Non mi conosce, non si preoccupi di come ho avuto il suo numero. Quello che conta è che lei senz’altro vuol evitare che scoppi un super scandalo proprio nei giorni finali del Mondiale”.
“Cosa?”
“Guardi, noi sappiamo tutto. E quello che non sappiamo, ce lo può raccontare un amigo che è venuto spontaneamente a trovarci e spontaneamente, se gli togliamo il bavaglio, ci racconta anche il resto”.
“E chi sarebbe?”.
“Le dice nulla il nome di Byron?”.
“Yes, ja, il grande poeta inglese. Grande autore, da Champions League della letteratura mondiale”.
“Blatter, non faccia il furbo. Ha già preso per il culo quattro o cinque nazioni intere, in questi mondiali. Ma ora il gioco finisce. Vuole che chiami gli inviati del Corriere della Sera e de El Pais e li faccia parlare col nostro amigo?”.
“Lord Byron?”.
“Bravo, bravo. Sì, Lord Byron Moreno…”
“Ma cosa dice?”.
“Che il suo bravo arbitro ecuadoriano è qui con noi…”
“Eee.. quaaa. Doooo. Reee. Gnoooo!”.
Vola un altro ceffone.
“Muto, Byron, muto o ti strappo il parrucchino da Playmobil e lo faccio avere a Blatter per dimostrare che ti teniamo davvero!”
“Ma l’avete preso in ostaggio?”
“No, quando l’abbiamo acciuffato all’aeroporto si è infilato spontaneamente nel sacco. E adesso si capisce che è pronto a raccontare tutto…”.
“Cosa intendete fare?”.
“Guardi, Blatter. Purtroppo la situazione è molto compromessa. L’ideale sarebbe stato riammettere l’Italia ai Mondiali, ma ci rendiamo conto che sarebbe stato un precedente duro da spiegare, e poi proprio con i coreani, si rischiava una rivoluzione di popolo”.
“Ed allora?”.
“Ed allora lei dovrebbe autorizzare una delle due nazionali finaliste, Germania o Brasile, a naturalizzare un giocatore, un grande campione, e poterlo schierare in campo domenica, nella partita decisiva”.
“Ma così violiamo il regolamento!”
“Ah, già? Umberto, sbavaglia un attimo Byron che gli facciamo cantare della concessionaria della Hyundai che sta per aprire in Ecuador”.
“Hyyyy. Unnn. Daaaai!”.
“Sentito, Blatter? Sentito come strilla?”
“Zitti, per carità. Fatemi pensare un attimo, forse si può fare, devo chiedere alla Nike, datemi un paio d’ore di tempo”.
“Non di più. Alle cinque convochiamo la stampa internazionale e organizziamo un concertino”.
“Prima delle cinque vi chiamo di sicuro. A proposito, interessa di più un posto nella Germania o nel Brasile?”.
“E’ indifferente, purchè giochi da titolare dal primo minuto…”.
“Ovvio”.
“Ovvio, altrimenti Byron, spontaneamente, racconta tutto”.
La comunicazione s’interrompe.
“Hai visto, Umberto? Siamo lanciatissimi”.
“Già, ho visto”.
“Secondo me, è fatta”.
“Per me, rischiamo il disastro”.
“Perché?”.
“Ma non hai sentito che la finale la arbitra Collina (attenzione, cliccando su Collina si apriranno almeno 600 finestre, siete avvisati! nota del redattore)? Se mi vede in campo, mi riconosce in un lampo. Gli arbitri italiani non sono mica come questo ecuadorese”.
“Eeee. Quuuaaa. Dooo. Reeee. Gnooo!”
La sberla arriva immediata.
Stavolta a darla è Umberto Raggio: “Guarda Byron che nella tua situazione non ti può mettere a fare il professorino di geografia. Mutismo e rassegnazione… Insomma, Gigi, i nostri arbitri non sono mica fessi: ti ricordi quando mi ero scambiato la maglia col Chino Recoba ed ero entrato all’85° minuto di Inter – Deportivo La Coruna? Quel demonio dell’arbitro Tombolini mi ha beccato subito…”
“Per forza, t’avevo detto di parlare spagnolo ma tu hai combinato un pasticcio”.
“Già, Recoba uscendo mi ha detto hasta magnana”.
“Significava che, come d’accordo, vi sareste ritrovati all’indomani”.
“E che ne sapevo io?”.
“Già, così gli hai detto che continuavi a mangiare, che non ti bastava quello che avevi mangiato a pranzo”.
“Non potevo sapere che Tombolini capisse lo spagnolo!”.
“E’ una famiglia di demoni, quella. Sanno tutto, sono birbanti dentro. Dovresti vedere Antonio, non gli sfugge niente. Dalla filosofia alla gastronomia, da Internet al latte sempre fresco grazie alla microfiltrazione, è un’enciclopedia: e pensa che impone ai figli di tenere sempre il dizionario etimologico a portata di mano”.
“Poveri bambini, non possono leggere Paperino?”
“No, solo il dizionario etimologico”.
“Secondo me, quando torniamo in Italia dobbiamo prendere in ostaggio anche Tombolini”.
“L’arbitro?”.
“Tutti e due, anche il fratello. Così facciamo un’altra missione umanitaria”.
“Intanto pensiamo a questa. Mentre aspettiamo che Blatter richiami, dammi un po’ di quella roba che non voglio che Byron Quesfigado ci muoia di fame sotto gli occhi. E’ da due giorni che non tocca cibo, e grasso com’è ci piomba in calo di zuccheri…”.
Umberto Raggio si avvicina ai fornelli, dove in una grande padella sobbolle un sugo denso e rossastro: “Ma cos’è questa roba?”.
“Una ricetta speciale per la finale di Foodball”.
“E cioè?”
“Un omaggio al Brasile e alla Germania. Feijoada di wurstel con crauti in umido”.
“Che cosa?”
“Semplice. Anzi, simplicissimus. Basta prendere 8 tazze di fagioli neri, salsa di pomodoro, aglio, sale, pepe, poi al posto della classica salsiccia, il chorizo, ci mettiamo quattro bei wurstel tagliati a pezzettoni, e due etti di crauti già lessati. Facciamo cuocere tutto lentamente, per almeno tre ore. Una poesia”.
“Un orrore!”.
“No, prova a darne due cucchiaiate a Byron e vedrai che confessa tutto che è un piacere. Vero Byron, pronto a comer la fejoada alemanna?”.
“Noooo. Con… fe… so…. Toooo. Dooo!”.
“Vedi, Umberto, lo dice anche lui, confessa tutto”.
Squilla il telefonino di Gigi De Rosa.
“Pronto?”
“Sono Blatter”.
“Ha richiamato in fretta, presidente”.
“Già, la questione in fondo è più facile di quello che pensavo. Si può fare”.
“Non avevo dubbi”.
“Voi però dovrete fare in modo che Byron Moreno non parli più…”.
“Su questo non ci sono problemi, non si preoccupi, Blatter. Abbiamo pronte due o tre ricettine…”.
“Non intenderete mica avvelenarlo?”.
“Ma scherza? No, noi italiani già lo amiamo, gli faremo assaggiare le specialità della nostra cucina. Vedrà che sarà talmente contento e soddisfatto che non penserà più a certe brutte cose. Poi, se non basta, gli metteremo una pillolina dentro un cocktail brasiliano…”.
“Fermi, che poi lo becca l’antidoping!”
“Blatter, lasci fare a noi, lei non è l’unico mariuolo. Umberto, passami quel bicchiere con la Tachipirinha, fagliela bere che gli passa il mal di testa e anche la memoria”.
“La memoria? Bravi italiani, così va bene. Dunque, dicevo, è tutto a posto. Il suo campione deve solo presentarsi allo stadio di Yokohama, domenica, un po’ prima della partita. Non c’è bisogno neppure che mi dica ora con quale squadra vuol giocare, decida con calma. Troverà la maglia pronta. Buona fortuna, e vinca il migliore. Ah, con Byron siamo sicuri che non parli?”.
“Ha già bevuto la Tachipirinha, siamo in una botte di ferro”.
La comunicazione s’interrompe.
Gigi De Rosa e Umberto Raggio s’abbracciano. E’ fatta. Il successo è garantito. La vendetta contro l’ingiusta esclusione del grande campione dalla Nazionale, sta per consumarsi. Poche ore ancora, e la mezzala potrà scendere in campo, nella finalissima, per dimostrare che il suo straordinario talento, ingiustamente confinato dal Trap nel sottoscala del ritiro degli azzurri, è pronto a esplodere, ad offuscare la classe di Ronaldo e Klose, di Cafù e Neuville.
“Io però, Gigi, avrei preferito giocarla con l’Italia, questa finale!”
“Ti capisco, ma lo dice anche il proverbio, che se Maometto non è profeta in patria allora la montagna va piano e va lontana”.
“Veramente mi sembrava che il detto fosse un po’ diverso”.
“La saggezza è tale solo se è aderente ai nostri obiettivi”.
“Bello. Chi l’ha detto, Voltaire?”
“No, Adelmo Toson, il mio carrozziere”.
“Bello lo stesso”.
“Ora vai ad allenarti, Umberto, che la finale si avvicina. A proposito, con chi vuoi giocare, Brasile o Germania?”.
“Te lo dico domani…”.
E trecce al vento, il grande campione esce dall’hotel e si lancia sul campetto d’allenamento, in uno dei folgoranti allunghi di sette metri che l’hanno reso famoso come Pelè, Cruyiff, Van Basten. A poca distanza, c’è un pallone. Raggio fa una finta di corpo, un doppio passo, un tuffo carpiato con doppio avvitamento, poi lo colpisce con quanta forza ha nel sinistro, il suo piede fatato. Il pallone vola attraverso il campo, finisce contro le vetrate del Nosaburo Hotel, attraversa la hall seminando il panico in una comitiva di manager della Toyota, sale due rampe di scale, entra nella Suite Imperial dove la famosa rockstar Britney Spears sta facendo la doccia tutta ignuda, s’infila nell’ascensore, ritorna al pianterreno, s’accosta al tacco di Raggio che, senza neppure guardare, l’infila nel sette della porta e, già che c’è, anche nell’otto e nel nove.
“Tottigò!”
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