Simplicissimus, il blog di Antonio Tombolini

Afriche

Nobody knows, neither want to know...
 

lunedì 12 agosto 2002

Villaggio Tireli, Paese Dogon, Mali, 8 agosto, Pomeriggio - Tireli, Paese Dogon, MaliCi siamo svegliati presto stamattina perché oggi erano previsti dieci kilometri a piedi e perché sopra  questi tetti di fango appena arriva un po' di luce le zanzare battono in ritirata e decine di mosche cominciano ad accarezzare fastidiosamante ogni centimetro di pelle scoperta del tuo corpo. Verso le 6 quindi eravamo tutti svegli, rassegnati e per niente riposati e mezz'ora dopo tutti a fare colazione. Daniel e Masha, i due olandesi, li ho trovati avvolti nelle lenzuola come in due sudari sotto la scala di uno dei diversi tetti che ci avevano proposto. Gael e Carine, i due francesi si svegliano sempre per primi e passano molto tempo ad organizzare il loro zaino.

Tutti e cinque stanotte dopo mezz'ora abbiamo abbandonato la stanza della capanna dove ci avevano messi e abbiamo a lungo girovagato per il villaggio per cercare di sfuggire all'impressione di dormire soffocati in fondo al mare che avevamo lì dentro. Abbiamo preso stuoie e sacchi a pelo e li abbiamo portati sul tetto della casa di fango. Il cielo era completamente schiarito, niente più pioggia né lampi. Su quel tetto fresco e ancora umido abbiamo resistito ancora 10 minuti al sonno contemplando quel cielo infinito e profondo.

La sagoma della falesia, 100 metri di roccia sopra noi, vigilava su di noi. Dopo non so quanto tempo, forse un'ora, ci ha svegliati di nuovo la pioggia. A quel punto è stato il si salvi chi può e ognuno ha girovagato ancora un po', accomodandosi alla meglio vicino a bambini e vecchi addormentati per i vicoli pietrosi e scoscesi del villaggio.
Villaggio DogonI turisti al paese Dogon vivono sui tetti delle case di fango ed io scrivo grondando sudore su un tetto all'ombra di una stuoia di paglia, mentre gli altri provano a dormire protetti dalle loro zanzariere. Hama, la nostra guida 23enne, mi ha rubato il posto e dorme sul mio sacco a pelo. Carine si rigira affannata.

Ieri ci siamo affacciati alla sommità della falesia dopo un'ora di cammino sopra una chiatta rocciosa partendo dal villaggio di Sangha. Sotto di noi si apriva fino all'orizzonte una pianura verde con alberi sparsi e fitti, campi, fiumi e specchi d'acqua. Abbiamo cominciato la discesa attraversando gole profonde e grotte. A metà discesa siamo entrati in una radura circondata dalle rocce, coperta da un erba verde fosforescente e dominata da due immensi baobab contro il rosso delle pareti.
Raggiunte le pendici della falesia abbiamo attraversato il primo villaggio e sopra un tetto in mezzo a mille muri di fango rosa ho rivisto tre ragazzi italiani che avevo conosciuto a Segou. Le tre ragazze con cui ero andato a bere una birra al giardino di Bomasso di Segou non erano con loro. Ho bevuto una Coca appena fresca, mentre dalla camicia gocciava letteralmente il sudore e il mal di pancia della mattina ritornava all'attacco.

Siamo scesci fino alla pianura e ieri pomeriggio e stamattina abbiamo camminato con la falesia alla nostra destra. I villaggi si trovano a distanza di qualche ora di marcia e li vedi da lontano con le case dal tetto a punta che si accalcano sulle pendici fino ai piedi della parete di roccia. Le case sulla falesia dei TelemLassù in alto sulla parete si vedono le case scavate nella roccia dei Telem, il popolo volante scacciato dai Dogon durante la loro immigrazione alla falesia avvenuta nel XII secolo. Da alcune delle grotte dei Telem pende ancora qualcuna di quelle corde che permettevano loro di volare.

Abbiamo camminato in mezzo ad un tramonto lunare, dove tutto diventava rosso, anche il verde dei baobab e del miglio alto mezzo metro. Dietro di noi in fondo alla pianura ci seguiva minaccioso il cielo nero del temporale che non ci ha fatto dormire stanotte.
Al villaggio di Tireli siamo arrivati che era quasi buio e dopo una soda sono andato a fare la doccia. Era la prima volta che mi lavavo alla luce di una torcia, con una bacinella dentro ad un anfratto scavato nella roccia con la puzza di urina attorno.

Una notte di qualche anno fa su Rai3 vidi un film africano quasi senza dialoghi e con l'unica colonna sonora delle radioline dei villaggi che un vecchio attraversava durante una marcia di diversi giorni. L'inquadratura lo seguiva mentre camminava e quando si fermava nelle capanne a mangiare in silenzio dopo lunghi e cerimoniosi saluti. Finché un giorno sotto il sole a picco il vecchio arrivava ai piedi di una grande parete di roccia con alte cascate d'acqua. Sulla parete erano scavate delle grotte. Il vecchio salì fino ad una di queste, entro la sua ombra, e dopo essersi versato otri d'acqua sulla testa ed essersi lavato si stendeva sul fondo della grotta per morire.

Il tratto di strada di stamattina era verde e quasi paludoso. Un reticolo di sentieri in mezzo ai campi e all'erba alta, costeggiando ruscelli e piccoli stagni sotto i baobab. Noci di ColaI contadini Dogon ti guardano con grande stupore mentre passi. Qualcuno stende la mano e domanda le noci di Cola. La noce di Cola é un frutto eccitante e leggermente allucinogeno che abbiamo comperato prima di partire al fine di farne dono ai notabili dei villaggi. E' un dono gradito e i vecchi lo masticano durante i lunghi pomeriggi passati sotto imponenti edifici colonnati adibiti a consiglio e tribunale del villaggio.

La curiosità con cui ti osservano i vecchi e i contadini in mezzo a quei giardini è superiore a quella dei turisti mentre visitano i villaggi. Di fronte alle arcane simbologie delle sculture Dogon, la guida snocciola qualche nozione etnografica che forse i Dogon stessi hanno imparato dai libri di qualche antropologo francese. Sarebbe bello capire realmente questa gente, i loro problemi, la loro religiosità, la loro agricoltura, che cosa pensano degli europei, di Internet e del mondo. E sarebbe bello se anche i turisti cominciassero a capire che questo non é uno zoo e nemmeno un museo. Questo é il Paese Dogon ed é pieno di persone gentili, delicate ed intelligenti (by Michele Costantini).


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