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martedì 3 settembre 2002 |
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Flashback da Segou, ovvero la mia Timbuktu - Le Grand Griot oggi è vecchio, e passa il pomeriggio a recitare il rosario su una sedia al'ombra davanti all'hotel. Dicono che una volta, molto tempo fa, gli ospiti finivano di cenare a Yassa Poulet, e Foutou e lui si sedeva alla kora cantando l'epopea di Sundiata Keita, l'Imperatore del Mali. Gli ospiti parlavano e ascoltavano sorseggiando tè alla menta forte.
Il figlio o il nipote, non ho ben capito, che gestisce oggi l'albergo, un uomo alto, magro, sui 40 anni, sembra aver deciso che affittare camere ad ore alle protitute sia profittevole almeno quanto gestire un normale hotel per turisti; sicuramente meno faticoso. Ha una di quelle facce baffute da nero arabeggiante dallo sguardo sfuggente privo di sorriso. Quando ancora a Segou c'erano ufficiali francesi, funzionari dell'Office du Niger e viaggiatori che inseguivano la fascinazione esotica dell'impero coloniale, il cortile dell'Hotel Chez le Grand Griot era un luogo piacevole, rinomato per le serate fresche, profumate dall'odore delle bouganvillee in fiore e dei sigari delle Antille. Alle pareti del cortile salivano pinate rampicanti che fiorivano di colori caldi e intensi, mentre la notte era illuminata da tante luci basse sotto le quali conversare.
Stasera il cortile è quasi completamente buio. C'è solo una lampadina bassa sotto le piante e una luce che arriva dalla piccola stanza del portinaio affacciata sul cortile. Una parte del cortile è occupata da una tettoia interna in muratura dentro la quale ci sono alcuni tavoli e una televisione che crea uno spazio di luce azzurro-catodico in contrasto con il blu scuro delle notti sulle rive del Niger. Fino a poco tempo fa lì sotto c'era il ristorante dell'albergo, ma mi dicono che il servizio è stato eliminato da circa un anno. Di notte due vecchi vestiti con lunghe tuniche stanno lì dentro. Stanno immobili come due gatti al buio, seduti o stesi a dormire sulle panche, mentre alla televisione passano fino a tardi marabutti che predicano e cantano noiose cantilene.
L'altro lato del cortile è coperto da un pergolato rado e da qualche pianta. Sotto ci sono delle poltrone di pelle nera e un paio di tavoli bassi a cui siedono due ragazzi che fanno parte dello staff dell'albergo, anche se non ho capito bene la loro mansione. Oggi pomeriggio discutevano un po' concitati bevendo tè. La sera attraversano le poche luci fievoli ed eseguono gli ultimi ordini del padrone senza sorriso. Di notte tutti stanno lì sotto al buio silenziosi, ritti come in una veglia.
Non sembra ci sia noia in quel silenzio. Credo che la notte sia uno spazio e un tempo in cui sono più a loro agio rispetto a noi europei. Spesso nelle notti di questo viaggio, alla frontiera di Kayes, per le srade buie di Dakar o sulla Place de l'Independence di Bamako, mi sono domandato il perchè degli uomini, delle donne e dei vecchi in silenzio a sedere sulle panche alla luce della brace del fornello del tè. Forse semplicemente dormono ma non avendo un letto hanno imparato a farlo seduti o in piedi.
Fino alle camere del primo piano affacciate sulla grande veranda che dà sul cortile arriva per tutta la notte la musica bassa di una radiolina e si dorme con la consapevolezza della presenza silenziosa e immobile di queste persone laggiù al buio. Il pianerottolo delle camere del primo piano gira tutto attorno al cortile e vi si affaccia con delle balaustre traforate in muratura imbiancata.
Ho fatto il giro del primo piano di notte e molti tratti sono completamente bui. Mentre arrivi ai limiti di quelle zone d'ombra senti le ragnatele che si adagiano sul tuo viso. In quei tratti passano raramente gli ospiti dell'albergo. Se ti affacci a fumare una sigaretta appoggiato alla balaustra, lo sguardo è confuso dal gioco di ombre creato dagli archi del cortile e dalle decorazioni in rilievo che salgono lungo le pareti. Osservi ma non riesci a realizzare bene il senso di quegli orpelli e di quelle ombre che sembrano di una scenografia bladerunneriana.
Sono stato il tempo di una sigaretta ad osservare quella notte immobile, e mi apprestavo a rientrare nella mia camera calda, ipnotizzata dalla ventola che gira con il suo rumore ritmico e insistente. Dall'ingresso del cortile però ho visto entrare una ragazza nera un po' grassa in minigonna rossa, seguita da un ragazzo sui 30 anni. Lui la seguiva a qualche metro di distanza, era vestito abbastanza bene, e la ragazza sembrava una segretaria che lo stava conducendo in qualche importante ufficio, di fronte a qualche notabile burocrate che lo avrebbe messo in soggezione.
Hanno attraversato il cortile e sono entrati in una porta che dà verso un'area dell'albergo da dove, anche di giorno, arrivano le voci di ragazze che fanno il bucato o escono dalla doccia con le treccine lucide e la pelle nera bagnata appena coperta da piccoli asciugamani che fasciano il grande seno e scendono giusto fin sotto i fianchi. Verso le 10 di sera sono tre o quattro a sedere allegre su bassi sgabelli a sinistra dell'ingresso dell'albergo, sul bordo della grande strada sterrata e buia. Ogni tanto ridono forte e scherzano con la loro voce dal timbro colorato di soprani neri. La finestra della mia camera è proprio li sopra, ma la vista è coperta dalle chiome degli alberi.
La notte la ventola girava forte e rumorosa col suo ritmo allucinante, e mentre là sotto sudavo senza scampo mi sono svegliato al rumore di risate e urla che venivano da sotto la finestra. Mi sono rigirato cercando un lembo fresco sul lenzuolo moscio e sottile, con poco interesse per una notte che non posso capire perché troppo lontana. Il bagno della mia camera è sporco, non ha più la porta o forse non l'ha mai avuta. Comunque là dentro la lampadina è fulminata, lo sciacquone è completamente secco e il suo coperchio giace per terra assieme alla ciambella del water. Nessuno ha pensato a riparare sciacquone e ciambella, e nemmeno a raccogliere la ciambella da terra. Le lenzuola lise non sembrano pulite e hanno qua e là macchie rosse di zanzare schiacciate. Nel pomeriggio da sotto la porta era iniziata una massiccia invasione di formiche attirate non so da che cosa, forse da quella chiazza di caffè sul pavimento, anche se era difficile capire le loro intenzioni. Le ho sterminate innervosito con lo spry insetticida che avevo comperato contro le zanzare sul delta del Sine Saloum in Senegal.
La mattina di Segou è sempre fresca e pulita e la doccia fredda è una rivincita contro i demoni, il sudore e l'affanno della notte. Sono uscito per andare a raccogliere il bucato che avevo steso su un filo di fronte alla porta della mia camera e in basso, nel cortile, non c'era più nessuna delle silenziose presenze notturne: una coppia di ragazzi europei stava attraversando il cortile ombreggiato e si dirigeva verso l'uscita; una bella ragazza nera, con la gonna un po' corta, spazzava il cortile. Tutto, la mattina, sembrava più chiaro, meno torbido e misterioso.
Qualcuno, la prossima primavera, cercherà su Google qualche informazione su Segou per organizzare un viaggio in Mali. Forse leggerà le cose che ho raccontato a proposito dell'ex Chez le Grand Griot e lo eviterà. Penso poi che la prossima edizione della LonelyPlanet non parlerà più di questo albergo o probabilmente ne parlerà ma con qualche nota negativa in più rispetto alla già negativa recensione contenuta nell'edizione che ho nello zaino. Sempre meno turisti verranno qui e le ragnatele invaderanno sempre più gli angoli polverosi del cortile, mentre la pelle delle poltrone diventerà più dura e secca. Sugli archi imbiancati si aprirano crepe. (by Michele Costantini)
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lunedì 19 agosto 2002 |
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Bamako-Dakar Express, venerdì 16 agosto, ore 19.51 - Ebrima mi ha accompagnato a piedi fino all’Hotel Provencal di rue de Malenfant a Dakar. Ci siamo fatti scattare una foto di fronte all’ingresso dell’hotel, ma lui aveva un’espressione timida, non allegra ed entusiasta come quando, qualche ora prima, lo avevo immortalato felice sul tetto del treno in corsa.
Con lui parlavo inglese perché è del Gambia, una piccola enclave anglofona che interrompe la costa senegalese a sud di Dakar. Con il suo compagno di avventura Ahmadou, invece, parlavo francese. Tra loro parlavano in Wolof, lingua comune sia al Senegal che alla Gambia. Il toubab della prima classe ha fatto amicizia con i due topi clandestini che viaggiano sul tetto del treno.
Da Bamako a Dakar: Ebrima e Ahmadou se la sono fatta gratis sul tetto del treno grazie alla sorniona benevolenza del grasso capo stazione di Bamako. Ahamadou non mi ha seguito e mi ha salutato con un sorriso felice e ottimista appena fuori del parcheggio della stazione, senza chiedermi nemmeno 100 franchi. Due storie differenti quelle di Ebrima e Ahmadou, ma in comune i loro 14 anni e un viaggio di 55 ore sul tetto dell’espresso Bamako-Dakar. Ebrima aveva un viaggio da terminare, doveva ritornare a casa sua in Gambia e quando ci siamo salutati mi ha detto che avrebbe provato a prendere un taxi brousse o un bus oggi stesso. I 2000 franchi che gli ho regalato non sono sufficienti per comperare il biglietto, ma il ragazzo se la caverà in qualche modo.
Se l’è cavata quando si è ritrovato da solo a Bamako, dopo che gli amici di famiglia che dovevano venirlo a prendere in stazione non si sono visti e qualcuno gli ha rubato il borsone con tutte le sue cose. All’arrivo a Dakar era sporco quanto me e tanto quanto Ahamadou. A dire la verità loro erano molto più sporchi di me. Ma la differenza tra me ed Ebrima da un lato ed Ahmadou dall’altro stava nel tipo di vestiti che avevamo addosso. I miei da trekker semi-professionista, da ragazzino gambiano che va in vacanza a Bamako quelli di Ebrima, da ragazzo di strada africano quelli di Ahmadou.
Ahmadou é rimasto alla stazione di Dakar, risucchiato dal suo mondo di gente, polvere, bancarelle e tassì a clacson spianato. Cosa avrebbe fatto ora che era ritornato a Dakar, gli ho chiesto. Mi ha risposto col suo grande sorriso allegro che non lo sapeva e io ho avuto come l’impressione di avergli fatto una domanda che più che stupida era proprio sbagliata.
Quando il treno ieri sera al tramonto si é fermato a Tambacounda, la città più grande del Senegal orientale, i due sono scesi dal tetto del vagone di prima classe e come al solito sono venuti a chiamarmi da sotto al finestrino per fare due chiacchiere. Eravamo a sedere sul binario, di fronte a due grandissimi campi da calcio dove due squadre di ragazzini stavano facendo il loro allenamento. Si sono allora avvicinati di corsa due bambini e hanno salutato ridendo Ahmadou. La famiglia di Ahmadou è di questa città ma lui è fuggito qualche mese fa quando sua madre è morta e lui è dovuto andare a vivere con il fratello maggiore che lo picchiava continuamente. Dopo dieci minuti è arrivato anche il suo giovane maestro che sorridente mi ha raccontato la sua storia anche se sembrava più interessato a chiacchierare con il toubab che alla sorte del suo giovane allievo.
Iniziava a fare notte, la seconda del viaggio, ed Ebrima mi ha chiesto se avevo un giubbotto. A me non era rimasta che una camicia pulita e così ha passato la notte là fuori con la sua maglietta e la sua camicia sporca. Stamattina ero preoccupato di vedere come stesse, ma si è presentato verso le 6 sotto al finestrino con il solito sorriso buono e curioso senza mostrare evidenti segni di fatica. Ieri sera qualcuno diveva che il treno sarebbe rimasto fermo tutta la notte nella stazione di Tamba perché ad ovest, sulla ferrovia era deragliato un treno merci.
Puzzavo come una capra e ho deciso di andare a lavarmi. Sono salito sul vagone, ho preso la mia bottiglia d’acqua e l’asciugamano cercando un posto un po’ appartato dove farmi una doccia en plein air. Niente alberi per nascondersi, ma a circa 20 metri dal binario c’era un muretto e ho deciso che lì poteva andare. Dopo due minuti mi ha raggiunto Ahamadou e si è messo lì sul muretto ad osservarmi divertito. Mi ha lasciato fare per un po’ e infine mi ha detto che se volevo lì vicino c’era un posto dove potevo fare una doccia per 100 franchi. Al ricordo della doccia rigenerante che avevo fatto durante il viaggio d’andata ho accettato entusiasta. Purtroppo questa volta si trattava semplicemente di una turca con dentro un secchio d’acqua calda e una porta semovente da appoggiare allo stipite del bugigattolo. Mentre mi lavavo e allo stesso tempo grondavo sudore mi sono sentito di affidargli i miei pantaloni con soldi, portafoglio e passaporto. Sono uscito dalla doccia e lui rideva soddisfatto. Non avevo monete e lui velocemente ha tirato fuori 100 franchi e ha pagato per me.
Siamo tornati al binario, ho preso dalle tasche 1500 franchi e li ho dati ad Ahmadou per comperare tre panini uno per ciascuno. Abbiamo mangiato assieme scherzando sotto la luce del vagone a fianco del treno. I due topi della prima classe… qualche ora prima me ne stavo in fondo al vagone a chiacchierare con loro, un po’ in francese e un po’ in inglese. Ci divideva la porta chiusa con lucchetto che dava sulla passerella tra la prima classe e il primo vagone merci. I due topi sporgevano le loro testoline simpatiche da una finestrella rotonda tagliata sullo sportellone e io me ne stavo a sedere sulla sedia del responsabile della sicurezza.
Il tipo, un ragazzo robusto con appesa alla maglietta sudicia una targhetta con scritto Service de securité, è sbucato all’improvviso imprecando in Wolof. Per poco non è riuscito a mollare un gran ceffone ad Ahmadou che ha ritirato indietro la testa giusto in tempo. I due ragazzini si sono precipitosamente arrampicati sulla parete del vagone per rifugiarsi sul tetto mentre il treno correva in mezzo alla boscaglia. Monsieur, dovete fare attenzione, quelli sono dei voleurs, sono come topi, vi strappano la prima cosa che hanno a portata di mano, fuggono sul tetto e scompaiono, ha concluso il ragazzo della sicurezza dopo aver urlato qualcosa di minaccioso con la testa dentro la finestrella.
Good luck my friend!, Bon courage mon ami Ahamadou! Sono qui a scrivere in questa camera d’albergo sotto la luce al neon blu che balla con le pale del ventilatore e sento una dolorosa nostalgia per i due pericolosi e dolcissimi topi della prima classe. (by Michele Costantini)
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sabato 17 agosto 2002 |
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Bamako città, Mali, 12 agosto, ore 21.21 - A chi fosse un po' stanco della mia prosa stentata e faticosa, e volesse leggere un vero grande reportage sulle Afriche di oggi, consiglio di seguire il Ritorno al Congo di Stephen Smith su Le Monde. Questo signore, che conobbi a Bordeaux quando studiavo lassù Storia dell'Africa, è forse il più importante giornalista europeo ad occuparsi di cose africane. A Bordeaux ci raccontava che cosa significasse fare il reporter in Africa e fu franchement fort!!! Questa, pubblicata su Le Monde di ieri, è la prima puntata di un viaggio sul fiume Congo, ripercorrendo le tracce di Conrad e la fascinazione del suo capolavoro Cuore di tenebra, dalla cui magia ipnotica, come tutti sanno, Francis Ford Coppola ricavò ispirazione per il suo Apocalipse Now.
Lunedi, 12 agosto, Bamako città. Simon Pietro chiese a Gesù di permettergli di camminare sulle acque. Gesù lo chiamò e Simon Pietro, lasciata la barca, camminò sul filo delle acque in tempesta. Ma vedendo quanto alte fossero le onde iniziò a dubitare e ad avere paura, cominciando ad affondare. Uomo di poca fede, quel Simon Pietro che in mezzo al mare nero, alla tempesta e alle onde infuriate venne assalito dal dubbio e dalla paura. Oggi pomeriggio stavo affondando nell'incantesimo sudato e allucinato di una metropoli africana e delle sue strade sterrate e sconnesse. Respiravo a fatica avvolto dai gas di scarico ai semafori e alzando lo sguardo potevo quasi toccare una nebbiolina umida e grigia. Le insegne colorate dei negozi, i visi delle persone si sfuocano come in un caleidoscopio. La temperatura allegramente sopra i 35.
- Eh, monsieur le blanc, taxi? - Vos chaussures sont sales, je peux vous les nettoyer pour 100 francs! - Non merci
Evito per poco un motorino e il ragazzo alla guida mi grida qualcosa in Bamara. Evito il motorino ma vengo colpito dalla puzza della fogna che corre tra la strada e il marciapiede. Devo fare attenzione a non caderci dentro. Tu non stai bene, mi dico. E ritorna il senso di nausea che mi perseguita dalla mattina. E' lunedi e il centro di Bamako è diventato un unico labirintico mercato.
Ai bordi delle strade ci sono più mendicanti del solito ed è difficile sorvolare sulle molteplici e stupefacenti forme di deformazione fisica che devi evitare camminando sul marciapiede. Se Western Union farà bene il suo mestiere domani mi riapproprierò del mio status di europeo con le tasche piene di soldi, entrerò in una farmacia e comprerò qualcosa che riequilibri la mia flora intestinale e la mia idratazione.
Devo assolutamente rientrare in camera. Alloggio alla Mission Catholique di fronte alla cattedrale che è abbastanza grande, nonostante si trovi in un paese musulmano. Eppure trovarla non è facile, ormai mi sono perso dentro alle vie del mercato. Nemmeno ho voglia di chiedere informazioni a qualcuno. Mi si attaccherà dietro fino alla missione e subirò un terzo grado nel penoso tentativo di trovare un modo per farmi cavare qualche migliaio di franchi. D'altronde, finché WU e i miei non mi daranno una mano, non ho soldi che per pagare le suore e mangiare brochette di montone senza verdura, peggiorando la situazione del mio intestino. Un po' di verdura, poca, fagiolini, insalata appassita, qualche pomodoro maturo, si trovano solamente nei ristoranti di media e alta categoria.
Al riparo del tronco di un albero, per non stimolare l'interesse dei ragazzi di strada, estraggo la mia guida dalle tasche sudate e studio la mappa della città cercando di capire quale direzione devo prendere. Prendo la mia strada verso l'agognata pace del cortile della missione. Ecco la cattedrale in lontananza. Entro e attraverso la grande ombreggiata veranda del primo piano. Entro in camera dove la ventola gira forte e fa rumore sopra il mio piccolo letto con zanzariera a baldacchino. E' da lì che ho sentito arrivare dei canti. Mi sono affacciato, ho messo a fuoco e ho visto una quarantina di persone, donne e uomini, ben vestiti, dallo sguardo penitente e compito, dentro ad un salone adibito a chiesa con stampe religiose alle pareti. Sono sceso e sono entrato con lo sguardo un po' basso, cosciente dei miei pantaloni corti fuori luogo e della mia maglietta sportiva sudicia e sudata. Il prete francese, sui 60 anni, portava una camicia azzurra tempestata di colorate rappresentazioni di episodi evangelici e non mi ha guardato mentre entravo. Predicava in elegante francese e il suo sorriso compiaciuto e malizioso rimproverava i fedeli e il ragazzo bianco sudato e sporco del loro dubitare e della loro paura di essere sopraffatti dalle acque e dal maligno.
- Le pauvre Simon Pierre! Et surtout pauvre nous, hommes de peu de foi!!!
Hanno poi cominciato a commentare il passo evangelico in Bamara ed io, dopo aver fatto un ampio segno della Croce, sono uscito salutando con un sorriso la bella ragazza nera seduta sulla sedia a fianco della mia. Sono uscito dalla missione deciso a risolvere i miei problemi. Ho telefonato a casa e ho fatto un salto all'internet point. E' tutto ok e il fratellino a casa ci sa fare e domani mattina WU mi consegnerà la bellezza di 120 mila franchi CFA. E' ora di una doccia, di vestiti puliti e di un taxi che mi porterà nel migliore ristorante africano della città, il San Toro di Rue de Koulikoro.
Ho bisogno di standard di servizio europei e di verdure, stasera. Ne ho davvero bisogno. Cameriere e camerieri bellissimi in sofisticati abiti di stilisti africani alla moda. Arte africana contemporanea alle pareti e un cocktail San Toro ghiacciato, rosso, dal sapore piccante, fresco, decisamante afrodisiaco. Insalata e pesce affumicato per entrée, capitaine grillé et legumes. Davvero buono. Finito di cenare sono rimasto un'ora ad ascoltare il griot e la sua stupenda kora, incantato dalla dolcezza e dalla profonda malinconia della sua musica (by Michele Costantini).
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lunedì 12 agosto 2002 |
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Villaggio Tireli, Paese Dogon, Mali, 8 agosto, Pomeriggio - Ci siamo svegliati presto stamattina perché oggi erano previsti dieci kilometri a piedi e perché sopra questi tetti di fango appena arriva un po' di luce le zanzare battono in ritirata e decine di mosche cominciano ad accarezzare fastidiosamante ogni centimetro di pelle scoperta del tuo corpo. Verso le 6 quindi eravamo tutti svegli, rassegnati e per niente riposati e mezz'ora dopo tutti a fare colazione. Daniel e Masha, i due olandesi, li ho trovati avvolti nelle lenzuola come in due sudari sotto la scala di uno dei diversi tetti che ci avevano proposto. Gael e Carine, i due francesi si svegliano sempre per primi e passano molto tempo ad organizzare il loro zaino.
Tutti e cinque stanotte dopo mezz'ora abbiamo abbandonato la stanza della capanna dove ci avevano messi e abbiamo a lungo girovagato per il villaggio per cercare di sfuggire all'impressione di dormire soffocati in fondo al mare che avevamo lì dentro. Abbiamo preso stuoie e sacchi a pelo e li abbiamo portati sul tetto della casa di fango. Il cielo era completamente schiarito, niente più pioggia né lampi. Su quel tetto fresco e ancora umido abbiamo resistito ancora 10 minuti al sonno contemplando quel cielo infinito e profondo.
La sagoma della falesia, 100 metri di roccia sopra noi, vigilava su di noi. Dopo non so quanto tempo, forse un'ora, ci ha svegliati di nuovo la pioggia. A quel punto è stato il si salvi chi può e ognuno ha girovagato ancora un po', accomodandosi alla meglio vicino a bambini e vecchi addormentati per i vicoli pietrosi e scoscesi del villaggio.
I turisti al paese Dogon vivono sui tetti delle case di fango ed io scrivo grondando sudore su un tetto all'ombra di una stuoia di paglia, mentre gli altri provano a dormire protetti dalle loro zanzariere. Hama, la nostra guida 23enne, mi ha rubato il posto e dorme sul mio sacco a pelo. Carine si rigira affannata.
Ieri ci siamo affacciati alla sommità della falesia dopo un'ora di cammino sopra una chiatta rocciosa partendo dal villaggio di Sangha. Sotto di noi si apriva fino all'orizzonte una pianura verde con alberi sparsi e fitti, campi, fiumi e specchi d'acqua. Abbiamo cominciato la discesa attraversando gole profonde e grotte. A metà discesa siamo entrati in una radura circondata dalle rocce, coperta da un erba verde fosforescente e dominata da due immensi baobab contro il rosso delle pareti. Raggiunte le pendici della falesia abbiamo attraversato il primo villaggio e sopra un tetto in mezzo a mille muri di fango rosa ho rivisto tre ragazzi italiani che avevo conosciuto a Segou. Le tre ragazze con cui ero andato a bere una birra al giardino di Bomasso di Segou non erano con loro. Ho bevuto una Coca appena fresca, mentre dalla camicia gocciava letteralmente il sudore e il mal di pancia della mattina ritornava all'attacco.
Siamo scesci fino alla pianura e ieri pomeriggio e stamattina abbiamo camminato con la falesia alla nostra destra. I villaggi si trovano a distanza di qualche ora di marcia e li vedi da lontano con le case dal tetto a punta che si accalcano sulle pendici fino ai piedi della parete di roccia. Lassù in alto sulla parete si vedono le case scavate nella roccia dei Telem, il popolo volante scacciato dai Dogon durante la loro immigrazione alla falesia avvenuta nel XII secolo. Da alcune delle grotte dei Telem pende ancora qualcuna di quelle corde che permettevano loro di volare.
Abbiamo camminato in mezzo ad un tramonto lunare, dove tutto diventava rosso, anche il verde dei baobab e del miglio alto mezzo metro. Dietro di noi in fondo alla pianura ci seguiva minaccioso il cielo nero del temporale che non ci ha fatto dormire stanotte. Al villaggio di Tireli siamo arrivati che era quasi buio e dopo una soda sono andato a fare la doccia. Era la prima volta che mi lavavo alla luce di una torcia, con una bacinella dentro ad un anfratto scavato nella roccia con la puzza di urina attorno.
Una notte di qualche anno fa su Rai3 vidi un film africano quasi senza dialoghi e con l'unica colonna sonora delle radioline dei villaggi che un vecchio attraversava durante una marcia di diversi giorni. L'inquadratura lo seguiva mentre camminava e quando si fermava nelle capanne a mangiare in silenzio dopo lunghi e cerimoniosi saluti. Finché un giorno sotto il sole a picco il vecchio arrivava ai piedi di una grande parete di roccia con alte cascate d'acqua. Sulla parete erano scavate delle grotte. Il vecchio salì fino ad una di queste, entro la sua ombra, e dopo essersi versato otri d'acqua sulla testa ed essersi lavato si stendeva sul fondo della grotta per morire.
Il tratto di strada di stamattina era verde e quasi paludoso. Un reticolo di sentieri in mezzo ai campi e all'erba alta, costeggiando ruscelli e piccoli stagni sotto i baobab. I contadini Dogon ti guardano con grande stupore mentre passi. Qualcuno stende la mano e domanda le noci di Cola. La noce di Cola é un frutto eccitante e leggermente allucinogeno che abbiamo comperato prima di partire al fine di farne dono ai notabili dei villaggi. E' un dono gradito e i vecchi lo masticano durante i lunghi pomeriggi passati sotto imponenti edifici colonnati adibiti a consiglio e tribunale del villaggio.
La curiosità con cui ti osservano i vecchi e i contadini in mezzo a quei giardini è superiore a quella dei turisti mentre visitano i villaggi. Di fronte alle arcane simbologie delle sculture Dogon, la guida snocciola qualche nozione etnografica che forse i Dogon stessi hanno imparato dai libri di qualche antropologo francese. Sarebbe bello capire realmente questa gente, i loro problemi, la loro religiosità, la loro agricoltura, che cosa pensano degli europei, di Internet e del mondo. E sarebbe bello se anche i turisti cominciassero a capire che questo non é uno zoo e nemmeno un museo. Questo é il Paese Dogon ed é pieno di persone gentili, delicate ed intelligenti (by Michele Costantini).
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domenica 4 agosto 2002 |
Segou, 3 agosto, ore 20.35 - Mi sono piaciuto stamattina quando arrivando in taxi alla stazione dei bus di Bamako e non avendo ancora deciso dove andare tra le città del nord est del Mali, ho scelto di partire per Segou. Adesso sono a sedere sotto una lampada rossa nell'angolo di un locale dove i bambini per la strada mi dicevano sotto voce di non entrare perché era un posto pieno di voleurs.
E' una specie di bar-discoteca, in un cortile buio con dei ragazzi simpatici che parlano appena francese e qualche prostituta che viene a scroccarmi sigarette. Sono seduto nell'unico tavolino basso illuminato e dopo che il telegiornale é finito hanno acceso la musica. La notte é sempre un po' torbida e sudata. Per forza di cose. Anche da queste parti.
Ho scacciato molti strani insetti che volevano a tutti costi salire nella mia scodella di brochette. Ma mi sono piaciuto quando ho deciso di partire per questa specie di Svizzera del Mali, per questa città ombrosa con decine di bellissimi viali e grandi edifici coloniali bianchi e rossi in stile sudanese, fino laggiù in mezzo alla pianura coltivata.
Attorno ai viali ombreggiati da altissimi alberi quasi tutte le case sono di fango e di fango sono i muri di cinta di questi palazzi con veranda e guglie in alto, oggi sede di agenzie di sviluppo agricolo, palazzi governativi e istituti di formazione. Era un fresco e assolato sabato pomeriggio quando sono arrivato in bus. In un grande campo da calcio due squadre di 22 solisti in divise europee giocavano accanite sotto il sole mentre un centinaio di spettatori si godevano lo spettacolo. Motorini e bellissime ragazze che chiacchieravano sotto le querce, che poi non erano querce, ma era come una di quelle feste che si vedono in Via col vento.
Capisco perché Brigitte, la ragazza danese che ho conosciuto oggi pomeriggio, é arrivata qui e non é piu ripartita. Adesso vive in una casa a due piani e affitta la terrazza sotto le stelle ai ragazzi che arrivano dall'Europa. Lava i panni e rammenda i pantaloni di Ibrahim, il ragazzo che le porta gli europei dalla stazione dei bus.
Si capisce perché qui ti viene voglia di rimanerci ed è perché qui la gente il pomeriggio siede sotto l'ombra e dalla strada asfaltata puoi prendere queste grandi strade rosse che vanno verso grandi pianure coltivate e ti viene voglia di andare fino laggiù in fondo e perderti in quel colore e in quella luce accecante e pulita. Domani prendo un motorino e vado a vedere l'effetto che fa.
E dalla stazione dei bus, dopo aver dribblato con molto mestiere tassisti e procacciatori d'affari, me la sono fatta a piedi fino alle rive di Sua Maestà le Niger. Tramontava, ed era così azzurro, trasparente e verde che sono dovuto fuggire sfuggendo ad un senso strano di ipnosi. Oggi pomeriggio con quello zaino in spalla e il sole forte sulla testa mi sentivo molto bene.
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venerdì 2 agosto 2002 |
Dakar-Bamako Express, ore 21.12 - Lunghissimi viaggi in Africa. Un treno attraversa lentamente l'immensa pianura rossa. Poi sale a fatica su colline rigogliose, entra in una valle chiusa tra alte pareti di roccia. Un pomeriggio, prima del tramonto, si ferma a fianco di un villaggio di dieci capanne ed attorno c'è questa valle color verde tenero di erba appena nata dopo le piogge.
Maman va a fare visita alla grande soeur che vive laggiù a Bamako, la capitale del Mali, da vent'anni. Un ragazzo senegalese porta due borsoni di scarpe senegalesi in Mali. Un giovane commerciante di diamanti liberiano viaggia con sua moglie e la bambina, Sukim, di un anno, che sorride, non piange mai e passa di braccia in braccia da uno scompartimento all'altro.
E' l'amore del treno, e un toubab se ne innamora.
Sopra le capanne, a fianco del binario, ci sono tre alberi grandissimi come una nuvola. La gente scende e si siede sull'erba ad aspettare. Tutti sono tranquilli. Si ride e si sorride ma ormai sono 35 ore di seconda classe e di sudore. Non è più un treno ma un paese, un villaggio, una specie di grande famiglia. Ci conosciamo tutti, dalla seconda classe alla prima, passando per il wagon restaurant dove si parla fino a notte alta del viaggio dei toubab e del nuovo Presidente, che se non ci mette al lavoro, come ha promesso, tra quattro anni se ne torna a casa, Ça c'est sure!
Una notte il treno si ferma da qualche parte in mezzo al buio scuro della brousse. La gente si sveglia perché un asino raglia forte sotto il finestrino. Grondi di sudore e mille puzze ti fanno stare male. Da dove viene la puzza di urina?
Ma puoi scendere a prendere il fresco e guardare le stelle, mezz'ora prima che il treno riparta.
In una stazione qualcuno ti dice che c'è una doccia che costa 100 franchi. E' una mattina torrida e corri a lavarti senza sapone e senza asciugamani. Ti precipiti dentro una doccia buia e ti rivesti con i pantaloni sulla pelle bagnata, godi della tua nuova vita mentre sotto il sole forte ritorni al treno che tra mezz'ora partirà.
Si sta molto bene sull'erba, di fianco a queste capanne con il verde che ti riempie lo sguardo e ti riposa. Ma il treno non parte più? Nessuno se lo chiede, perché si sta bene qui a sedere sull'erba con questa brezza fresca in mezzo alle montagne.
Poi - tramonto rosso sul verde dell'erba tenera - qualcuno in testa al treno urla BAMAKOOO!!!
Le donne si alzano lentamente, corrono al treno e quAlcuno le aiuta a salire, i bambini ridono e urlano, poi salgono tutti gli altri mentre il treno già si muove e gli ultimi che già corre.
Ça ira mon ami l'italien, ça ira!, una notte arriveremo a Bamako.
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mercoledì 31 luglio 2002 |
Nangan, 30 luglio, ore 21.43 - Miiii! Hotel auberge rouge: come tutti gli alberghi economici é anche un bordello. Alcuni viaggiatori si lamentano degli andirivieni notturni altri sostengono che l'attività é esercitata con discrezione". Cosi la Lonelyplanet. Con alcuna discrezione dico io! Gran traffico di more per il cortile la prima notte passata a Dakar. Il tutto mi ha un po' turbato ;=) Verso le 5 poi, sono stato svegliato dalle urla sguaiate di una ragazza che inveiva contro qualcuno, nella camera a fianco.
Credo che Lamine abbia il vizio di spararle un po' e non lo fa quindi solo con i turisti. Ieri sera ero al bancone di un bar di Nangan, sul delta del fiume Saloun e bevevo la mia Flag. Mi si é avvicinata una bella signora sui 50 anni con un grande vestito salmone, che avevo visto chiacchierare il pomeriggio al bar con Lamine. Mi ha fatto un grande sorriso e mi ha chiesto se era vero che mia sorella era la moglie di Lamine. Io, é risaputo, ho solo tre fratelli ;=)
Oltre che per la melodrammaticità e le epopee degli imperatori mandingo, Lamine ha anche una passione irrefrenabile per i feticci e gli oggetti mistici, come li chiama lui, i Grigri. Ieri in due mosse, una lunga discussione con un vecchio al bar e poi con un ragazzo del villaggio, é riuscito a farsi ricevere dal capo di Sangan, un vecchio Serere di cui alla luce della candela non sono riuscito a vedere il viso. Dentro la capanna parlava al buio con una voce strascicata e lontana facendo lunghissime pause, mentre da un ripostiglio nel retro ha tirato fuori delle piccolissime sacche di plastica con dentro della polvere ricavata dalla radice di una pianta che dicono essere rarissima.
Da quello che raccontano Lamine e il vecchio capo Serere il rituale che viene fatto con quella polvere assicura salute e protezione da qualsiasi tipo di morte violenta, anche le pallottole, che vengono deviate. Lamine dice che stasera ci laverà tutta la famiglia, specie il fratello Fallu che gli dà tante preoccupazioni, ma anche la madre, la moglie e le due stupende bambine che ho conosciuto a casa sua prima di partire per Nangan. Erano sei anni che cercava questi Grigri che si chiamano Kadiagha e Sankan. Secondo Lamine anche i senegalesi che trafficano droga in Europa lo usano per non farsi prendere dalla polizia.
Mi ha raccontato il buon Lamine che i vecchi capi Serere sceglievano i ragazzi più forti per andare dentro la brousse (il bosco) per giorni e giorni a cercare la radice in questione, e quello che tornava, veniva ucciso per non rivelare il posto dove si trovava la preziosa pianta.
Lamine é un ragazzone di trentanni dalla faccia simpatica e sorridente. Porta al collo una cosa come tre chili di rosari di ebano bianco e nero + un grigri di pelle che lo ha salvato da una pallottola quando era casco blu in Bosnia nel '94. Appartiene alla confraternita Bayefal. Da quello che ho capito ascoltando i suoi racconti messianici e di liberazione, si tratta di una specie di religione rasta però musulmana.
E' una cosa che sembra molto seguita dai ragazzi che si fanno cerimoniosi e lunghi saluti quando si incontrano o si riconoscono grazie ai vari oggetti e simboli che portano addosso. I Bayefal sono musulmani, ma non pregano, sono per l'azione. E' più importante una buona azione, un'elemosina, un aiuto ad un amico che la preghiera. Ogni mattina il buon Bayefal deve dire tutto il rosario, recitando una cantilena in Wolof ma io, Lamine, non l'ho mai visto recitare il rosario in questi due giorni insieme a Nangan.
Laggiù finalmente ho potuto fermarmi bevendo un'acqua tonica davanti al mare. Al buio, sentivo le voci dei bambini che pescavano sopra le piroghe. Sono quaggiù per quelle voci dolci e per capire che cosa dicevano sottovoce le due mamme bellissime che discutevano mentre le due bimbe piccole giocavano li vicino.
E' fantastico come questa gente quaggiù in fondo alla strada si difenda da noi europei. Hanno uno strato di fango attorno. A questo strato di fango danno la forma che sanno noi toubab ci aspettiamo da loro. In questo modo difendono il loro e prendono tutto quello che possono da noi. Penso che a noi e a me rimanga una sola strategia per capire questa terra e la sua gente. Stare in disparte, osservare al buio della tettoia del bar bevendo qualcosa, rispondere appena al saluto in francese, aggirarmi senza dare nell'occhio. Low profile. A spy in the house of love.
Domani mattina parto con il treno per Bamako. Dovrei arrivare attorno a mezzanotte di giovedi. 35/40 ore di treno... ho provato con la seconda classe dato che ho speso troppo in questi giorni...
Google It! 4:07:43 AM
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© Copyright 2003 Antonio Tombolini.
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