Simplicissimus, il blog di Antonio Tombolini
Il blog di Antonio Tombolini.
 

venerdì 28 marzo 2003

Sulla guerra, io la vedo così - A nessuno piace la guerra, come a nessuno piace il cancro. Eppure, da sempre, la guerra c'è, come il cancro: chi continua a urlare No alla Guerra! potrà forse ricavarne un qualche appagamento psicologico personale, ma pronuncia una frase senza senso: lo stesso che urlare No al Cancro!.

La guerra c'è da sempre semplicemente perché l'aggressività è una pulsione naturale (anche) dell'uomo e delle comunità cui dà vita.

Urlare Pa-ce-Pa-ce è sterile: può farci sentire bene, può farci sentire buoni. Ma non ha alcun senso. E' come urlare Sa-lu-te-Sa-lu-te.

Il linguaggio dei totalitarismi fa un grande uso di termini come etica, morale, valori. Il linguaggio della democrazia no. I totalitarismi perseguono il Bene Supremo, che a seconda delle epoche e dei regimi assume nomi diversi, sempre belli e buoni. L'unanimismo beota delle piazze dell'occidente opulento che urlano Pa-ce-Pa-ce mi puzza di totalitarismo, e mi preoccupa. Stanno facendo della Pace un Valore Assoluto. La democrazia non si interessa di etica e valori, cose che lascia laicamente alle coscienze dei singoli e delle comunità, ma si limita (e m'hai detto niente!) a creare le condizioni strutturali perché ciascun individuo e ciascuna comunità possa esercitare con libertà i suoi diritti. La democrazia stessa, in se stessa, non è un valore assoluto: ogni democrazia reale è sempre solo un'approssimazione più o meno compiuta alla democrazia.

Sono interventista e favorevole non al diritto, ma al dovere di ingerenza negli affari degli stati non democratici. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo è un documento giuridico, cui gli stati aderenti all'ONU (in gran parte non democratici) ha dato la sua adesione, e che va dunque attuato. La libertà di espressione è un diritto dell'uomo sancito dalla Dichiarazione, e va attuato: dove non viene attuato, occorre ingerirsi perché venga attuato. La parità tra uomo e donna è un diritto sancito dalla Dichiarazione: dove non è rispettato occorre ingerirsi perché venga attuato. E così via.

Per quanto sopra, non sono contrario alla Guerra: sono favorevole alla Guerra, nel senso del combattere per l'affermazione, la tutela, la salvaguardia dei diritti dell'uomo, ovunque.

Sono però nonviolento, e ispiro la mia azione politica al metodo gandhiano. Chi conosce almeno un po' Gandhi, sa benissimo che dovendo scegliere tra il vigliacco disertore mascherato da pacifista e il violento combattente per la giusta causa, la sua preferenza andava a quest'ultimo. Cui contrapponeva però la sua scelta nonviolenta: la non violenza come vera e propria arma per l'affermazione dei diritti, alternativa alle armi violente cui l'uomo è ancora abituato. Per questo quella di Gandhi era lotta nonviolenta.

Scatenare una guerra nonviolenta nei paesi totalitari e non democratici significa bombardare quindi quei paesi con le armi della comunicazione, della informazione, della conoscenza. Con radio televisioni internet e quant'altro. Con volantini e riviste. Con libri. Con parole e con immagini. Significa mettere la creatività al servizio di questa guerra. Se si convertissero le spese militari in ricerca di strumenti di lotta nonviolenta sono certo che ne vedremmo di bellissime. E questo potrebbe essere un concreto programma politico: convertire progressivamente le spese militari in spese civili per la creazione di armi nonviolente.

Il processo gandhiano è quello che Freud chiamerebbe Kulturarbeit, termine in cui - a dire di Sigmund - si sostanzia in fondo tutto il lavoro dell'uomo: un lavoro di civilizzazione. Il progresso della civiltà, il Kulturarbeit consiste nella progressiva e crescente capacità dell'uomo di sublimare le proprie pulsioni istintuali: tra queste la pulsione dell'aggressività. La civiltà non è in un utopico mondo senza guerre in cui ci amiamo tutti senza condizioni (sai che palle...): è piuttosto nel percorso di conquista di stadi e metodi di guerra e di lotta nonviolenta.

Eh, ma come! - mi dicono alcuni - sei cattolico, e come la metti col Papa?

Se il Papa dovesse pronunciarsi condannando apriori la guerra in sé, ogni guerra (cosa che non ha fatto), direi che sta dicendo (come ho motivato sopra) una cosa senza senso. Se condanna questa o quella guerra, invece, ritengo che agisca in termini di valutazione politica, in quanto capo di stato, la qual cosa non ha influenza alcuna sul mio credo religioso e sulle mie personali convinzioni.

Cosa penso dunque io invece di questa guerra, della guerra in Iraq?

Penso che si sarebbe potuta evitare, se anche solo il 10% di quelli oggi urlano Pa-ce-Pa-ce nelle piazze si fosse occupato di Iraq (e affini) negli ultimi 12 anni, preoccupandosi di ciò che lì accadeva, e sollecitando interventi per l'affermazione della democrazia: costoro si preoccupano oggi dei quindici civili morti sotto una bomba, ma non si sono preoccupati fino ad oggi delle centinaia di migliaia gasate da Saddam in questi anni. Penso che si sarebbe potuta evitare se l'Unione Europea e gli USA, affiancati dalla Lega Araba (rimasta in questo inascoltata) avessero esplicitamente e formalmente e unanimemente puntato alla soluzione dell'esilio di Saddam in vista di un governo provvisorio ONU verso un governo autodeterminato e democratico iraqeno.

Penso che le maggiori responsabilità di questa guerra vadano addossate soprattutto a Francia, Russia, Cina e Germania. Vi meravigliate? No, non meravigliatevi troppo. Questa la tabella relativa alla fornitura di armi all'Iraq negli ultimi 25 anni:

1. URSS, 7.200 milioni di dollari
2. Francia, 3.800 milioni di dollari
3. Cina, 1.500 milioni di dollari
4. Germania, 600 milioni di dollari
5. Gran Bretagna, 280 milioni di dollari
6. Altri (tra cui Italia), 4.240 milioni di dollari
7. USA, 0 milioni di dollari
(La tabella è stata pubblicata da numerosi quotidiani italiani ed esteri. E anche qui)

Curioso no? Sembrerebbe che più armi si vendono più si diventa pacifisti...

Insomma: non avrei fatto questa guerra, spero che il lavoro diplomatico prosegua anche in questi giorni, durante questa guerra, perché si possano creare le condizioni per una cacciata di Saddam, la cessazione del conflitto armato e l'instaurazione di un governo provvisorio.

Nel frattempo farei sapere ai pacifisti che non lo sanno che la loro bandiera arcobaleno è il vessillo della battaglia per i diritti dei gay, e li inviterei a organizzare una bella manifestazione, con quelle bandiere, in Arabia Saudita o a Cuba, dove essere omosessuali è reato punito con la galera.


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Perché me ne sono andato dal Blogger di Guerra - Non ho lasciato il Blogger di Guerra (come molti lì credono o vogliono far credere) perché uno (che si autodefinisce catafalco, figuriamoci) mi ha dato dello stronzo, ci vuole ben altro! Lascio quel posto perché, nato (nelle intenzioni) come luogo di libero scambio di informazioni, notizie, riflessioni sulla guerra è diventato - di fatto - un posto in cui c'è una linea a cui uniformarsi, e quindi non mi interessa. Chi propone informazioni, notizie, riflessioni non coerenti con la linea (che è in sintesi gli amerikani sono dei bastardi guerrafondai, assassini e imperialisti, Saddam magari non è buonissimo, ma in fondo malemalemale non è...) diventa automaticamente un provocatore. Così si è rivolto testualmente a me codesto catafalco, protagonista tra i più attivi del blogger di guerra:

Lei interviene in uno spazio pubblico creato da e dedicato a coloro che sono contrari a questa guerra non solo per rilevare eventuali contraddizioni e/o sperequazioni, cosa che sarebbe assai gradita, quanto per definire i più che vi partecipano come culi caldi o cervelli spenti. Onestamente, mi pare più da provocatore che da essere argomentante e senziente. Non ho il piacere di conoscere le Sue gesta, epperò ho come l'impressione che Lei sia un po' stronzo.

Che nessuno si sogni che sia sufficiente darmi dello stronzo per sbarazzarsi di me! Non è l'ultima frase che mi ha fatto scappare di lì: è quel che ha scritto nella prima parte che mi ha chiarito che quello non è un posto per me.


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