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Evabbè, parlo anch'io di blog nel mio blog - Ho provato finora a evitarlo: non sopporto i blog che non fanno che parlare dei blog. Ma non ho resistito, e dedico finalmente anch'io una bloggata al fenomeno dei blog, ma prometto che farò di tutto per non ricadere in tentazione. La colpa è stata di questo articolo del Guardian, segnalatomi da Marc nel Forum (grazie Marc!). E' un buon articolo, fa il punto della situazione in maniera corretta e istruttiva.
Il fenomeno dei blog, dice il Guardian, è riuscito a imporsi all'attenzione dei media, e ci è riuscito da solo: l'avvento di uno strumento che rende semplice e a portata di tutti la possibilità di pubblicare ciò che si vuole, motivati da nient'altro che dalla passione e dal desiderio di farlo, ha attirato l'attenzione della rete e della stampa. Non c'è dubbio: l'esplosione dei blog è il fenomeno che conta oggi nel web.
Tanta è la forza con cui i blog hanno attirato attenzioni, che se ne è accorto perfino il sordissimo mondo del business-as-usual. Non c'è una sola media-company, un solo portale, che non abbia inserito nei propri piani di sviluppo l'idea di offrire gratuitamente ospitalità (e il software necessario) al blog dei propri visitatori. Da una prima fase di infastidita denigrazione, le media-corporations sono immediatamente passate a una fase di sospetto favore nei confronti dei blog.
Come mai? Sono diventate buone? Non scherziamo: il movente di ogni mossa di questi (non)soggetti è sempre e comunque il profitto. E allora? Allora vuol dire che hanno pensato che i blog possano rappresentare lo strumento di rilancio del loro infradiciatissimo business model: offriamo alle masse software e spazio web per i loro blog, i blog attirano sempre più audience, e una audience qualificata, appassionata, targettizzata e targettizzabile. Così facendo le imprese torneranno finalmente a comprare felici pubblicità che piazzeremo su quelle pagine, si dicono.
Non vale la pena dilungarsi più di tanto su questo: non funzionerà, perché è la pubblicità in sé che in rete (solo in rete? Ma questo è un altro discorso...) non funziona, ed è anzi controproducente, e - magari dopo un ennesimo costoso giro di prova - le imprese se ne accorgeranno presto e affosseranno anche questa illusione.
Il Guardian osserva però che nella blogosfera c'è fermento anche su un altro versante: sono i bloggers stessi che cominciano a pensare di usare il blog per fare un po' di soldi. Tra gli esempi citati nell'articolo, spicca per acume (si fa per dire) Nick Denton, autore (mica vero, paga un giornalista per farlo) di Gizmodo, un blog dedicato ai gadget tecnologici sfornati di giorno in giorno. Gizmodo, ci comunica Denton, comincia a fare soldi perché quando parla di un gadget linka alla pagina di Amazon dove il gadget è in vendita, incassando da Amazon le relative commissioni. Funzionerà sempre meno, dico io. Gizmodo era nato con l'idea di segnalare i prodotti che arriveranno, quelli che non sono ancora in vendita, quelli che forse non arriveranno neanche sul mercato: ri-orientarsi all'incasso di commissioni da amazon significa naturalmente uno scadimento della qualità dell'informazione, che per forza di cose tenderà a parlare sempre di più dei prodotti che esistono già, che sono sugli scaffali, almeno su quelli di Amazon. E chi frequentava Gizmodo per gettare uno sguardo più in là lo abbandonerà progressivamente, non trovando più in esso ciò che cercava, che gli veniva promesso, che apprezzava.
Ma il buon Denton non si ferma certo qui: ha appena lanciato Gawker, blog dedicato al gossip di lusso da e su New York, ed è ai blocchi di partenza un high-class porn site, un travel-related site e un general high-end consumer buying guide, tutti, giura, using the blog format, usando il formato del blog. Per farne cosa? Beh, dovreste indovinarlo ormai, è lo stesso Denton a chiarircelo: the plan is to build traffic, then target real estate and luxury goods advertisers.
Dio mio, ma non ho già sentito queste parole? Sì, dai, le ricordate anche voi, un paio d'anni o di millenni fa, li chiamavano portali, ricordate? Ah, ecco, anche Denton se ne rammenta: There's absolutely nothing new or original about the revenue model here, afferma con orgoglio della sua idea. Certo, in tempi di normalizzazione della rete, ogni passo verso l'annullamento delle originalità non può che costituire motivo d'orgoglio, ci mancherebbe altro.
Non funzionerà neanche l'idea di Denton, che poi è la stessa delle major: attiro una massa di idioti con l'ultimo pezzo di vetro colorato estratto dal cilindro della rete, i blog, e avrò agio così di piazzare davanti ai loro occhi beoti e beati lei, sempre lei, la pubblicità, ma tanto targettizzata:
Blogads allow advertisers to tap into the passionate audiences. Blogs are where opinions get made these days, and advertisers need to position themselves accordingly. Advertisers can create flexible ads (text and/or image), target very select audiences and even solicit comments about their ads.
Così profetizza un altro seguace della stessa religione, Henry Copeland, creatore di Blogads, un sistema messo in piedi allo scopo di inserire pubblicità nei blog.
Perché preoccuparsene più di tanto, mi chiederete, se tanto non avranno successo? Me ne preoccupo, perché queste impostazioni tendono ad appropriarsi del blog, del (come dicono loro) format del blog, e di ucciderne l'essenza vera: quella di essere un luogo libero (anche dalla pubblicità) in cui parlare ed essere ascoltati (o ignorati) esclusivamente sulla base del valore e dell'interesse che ciò che viene detto suscita. E con lo sventolare (di nuovo) davanti agli occhi il miraggio fasullo dei soldi potrebbero appropriarsi perfino dei blogger, e uccidere sul nascere l'originalità rappresentata dal fenomeno-blog.
Non voglio però evitare la questione vera su cui costoro costruiscono i loro alibi: per fare un blog, per aggiornarlo, per fare in modo che ci siano scritte cose belle, sensate, appassionate, comunque interessanti, occorre dedicargli tempo, e se uno, per campare, deve fare altro, difficilmente troverà il tempo sufficiente per il suo blog. Ecco perché bisogna trovare il modo di fare soldi coi blog, dicono loro.
Non necessariamente, dico io. Se io fossi milionario, starei qui a bloggare in continuazione (per la gioia di tutti voi) e non mi preoccuperei affatto di come cavarne quattrini. Quindi, prima cosa: che i ricchi si sveglino, e si mettano a bloggare, magari anche tra di loro c'è qualcuno che ha qualcosa di interessante da ascoltare.
Ma milionario non sono. E il blog (che insieme a tutto il mio sito) si porta via tutto il mio tempo, voglio continuare a farlo. E quindi? Quindi apro il mio mercato, apro le mie bancarelle, mi metto a vendere ciò che mi piace, sperando che piaccia ad altri, e sperando di cavarne quanto mi basta per continuare a vivere qui, in rete, e magari per cavarne da vivere anche per un po' di amici che vogliono fare lo stesso. E se qualcuno, blogger o no, avesse voglia di provare, di mettere in piazza la sua mercanzia, di fare anche lui lo stesso, ne sarei molto felice.
Non è l'unico modo per provare a fare un po' di soldi e rimanere vivo in rete. Ce n'è un altro, e anche il Guardian ne accenna: consiste nel bloggare chiedendo un'offerta a chi passa. Non scarterei con disprezzo questa modalità: chiedere l'elemosina, o l'e-lemosina, si affretterebbe a dire con sarcasmo qualcuno. Io non lo faccio, almeno per ora, ma non perché me ne vergogni. Il fatto è un altro: pensate agli artisti di strada. Non fanno proprio questo? E alcuni bloggers non sono anch'essi veri e propri artisti di strada? E non sarei felice di offrire una moneta a chi mi garba e allieta col suo blog da artista di strada la mia giornata? Io non lo faccio, perché non sono un artista: sono di strada anch'io (sulla rete siamo tutti di strada, e il culo per terra ce l'ha più AOL-TimeWarner che me), ma non sono un artista, sono un mercante.
Coraggio allora: mercanti di strada, aprite la vostra bancarella! Artisti di strada, passate col cappello di tanto in tanto, consentiteci di dirvi quanto ci è piaciuto passarvi davanti, e sostare un po' con voi!
6:23:42 PM
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