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Shoah: per ricordare, sì, ma... - Giornata della Memoria, per ricordare, si dice, per non dimenticare. Perché? Già, perché non dimenticare un orrore così grande, non voltare pagina, non pensarci più? In fondo la storia profonda, individuale e collettiva, è anche la storia dell'oblio pietoso, della dimenticanza terapeutica, delle rimozioni efficaci e balsamiche di ciò che - insopportabile al ricordo - rovinerebbe, letteralmente, l'esistenza. Perché, allora, ricordare la shoah?
La risposta la conosciamo, è un ritornello unanime: ricordare, non dimenticare, perché ciò che è accaduto non abbia a ripetersi, perché il senso e la percezione dell'orrore, ripresentati alla memoria, scongiurino il riprodursi, sempre possibile, di ciò che è già stato. E' il fare memoria come commemorazione: rappresentare (ripresentandoli celebrativamente alla memoria) i fatti da ricordare.
Io credo che non basti, credo che il fare memoria proporzionato alla shoah - se davvero tende a una funzione catartica, a far sì che l'orrore non accada ancora - debba andare oltre la commemorazione. La storia è piena di orrori (così com'è piena di gioie) da celebrare commemorandoli, e la shoah sarebbe uno di questi. Non basta. Il fare memoria commisurato alla shoah ha da fare un passo più in là.
Dev'essere (dovrebbe essere, ma non lo è, e questo mi preoccupa) un fare memoria non di ciò che accadde, ma della domanda che con la shoah, e con essa sola, si impone: Come è potuto accadere? Il fare memoria proporzionato alla shoah non è (solo) un salutare commemorare celebrante dei fatti di un passato orribile: è piuttosto l'impegno a meditare sulla domanda alla ricerca di una risposta.
Come è potuto accadere?
Certo, Hitler era cattivo, i fascismi e i fascisti suoi alleati non furono da meno, certo. Ma sei milioni di persone, santo Dio, 6 (SEI!) MILIONI DI EBREI, sterminati in pochi anni, e in maniera pianificata e organizzata! Dove è successo questo orrore? In Europa, nella civile Europa, nella cristiana Europa: in Germania, nella coltissima Germania, dove perfino un Heidegger innamorato di una Hannah Arendt non riesce, vivendo lì, a vedere l'orrore mentre nasce e si diffonde, e non fa nulla per vederlo.
Dio mio, ci vogliono spie che stanino gli ebrei, e tante! Ci vogliono funzionari locali che li segnalino, e tanti! Ci vogliono amici, parenti, vicini, colleghi, amanti, preti, suore, maestri, dottori che li conoscono e non muovono un dito, che tacciono e fanno finta di niente! Ci vogliono autisti che vadano a strapparli dalle loro case, e poliziotti e carabinieri, e capistazione che organizzino i convogli, e macchinisti che facciano andare le macchine, e addetti ai vettovagliamenti per il viaggio, e uomini per le scorte! Ci vogliono ingegneri e architetti per progettare Auschwitz, e muratori e carpentieri, idraulici, elettricisti che mettano in piedi il campo e lo facciano funzionare! Ci vogliono burocrati che controllino i documenti, doganieri che diano il visto, prefetture che approvino, impiegati che mettano i timbri, fabbri che forgino i timbri coi marchi da tatuare sulla pelle dei deportati, sarti e sarte per cucire i numeri di matricola e le stelle di david sui loro capi! Ci vogliono infermieri e cuochi e inservienti e fuochisti per far andare i forni, e spalatori per chiudere le fosse con la calce sopra i cadaveri! Ci vogliono intellettuali cauti e guardinghi (ma quelli non mancano mai) o intellettuali massimalisti sui massimi sistemi e rivoluzionari nei salotti, ma ciechi e sordi alla realtà (neanche di questi c'è mai carestia). Ci vogliono soprattutto occhi, tanti occhi, tantissimi occhi capaci di voltarsi dall'altra parte al momento giusto per non vedere, per non vedere niente!
Sei milioni di ebrei sterminati dal nazismo. Un'opera immensa, che non sarebbe mai riuscita senza la complicità di duecento milioni di europei indifferenti. Ecco come è potuto accadere, solo questa complicità lo ha consentito. Una complicità che nella storia gli Europei non hanno fatto mancare neanche in passato a chi se la prendeva con gli ebrei. Una complicità che aspetta ancora di comprendere se stessa, il suo perché.
Fin lì, fino alla risposta a questo perché dovrebbe arrivare il fare memoria commisurato alla shoah. Ma gli Europei belle coscienze non ne hanno ancora avuto il coraggio.
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