Simplicissimus, il blog di Antonio Tombolini
Il blog di Antonio Tombolini.
 

sabato 11 gennaio 2003

In Sicilia: internet, uomini, terre - Quanto dista Ragusa da casa mia, da Loreto? Pochissimo: in rete, capita così.

Capita di ricevere via email un messaggio da uno sconosciuto visitatore del mio sito. Capita di rispondergli, di scambiarsi qualche riga su affinità e passioni comuni (il vino e la buona cucina, in questo come in molti altri casi, guarda caso). Capita di scoprire che Francesco Pensovecchio (così si chiama l'autore del messaggio che ho ricevuto un mese fa) vive in Sicilia.

Capita poi di avere un amico che fa vino in Sicilia, e lo fa buono: è Alessio Planeta, che coi cugini Francesca e Santi guida l'azienda che produce oggi i migliori vini siciliani. Capita di chiedere ad Alessio qualche dritta su dove andare a vedere qualche zona vinicola della Sicilia ancora poco conosciuta. Capita che Alessio decida di dedicarmi un paio di giorni per accompagnarmi a vedere queste terre con lui. Capita di dirlo a Francesco Pensovecchio, e capita di scoprire che anche lui conosca Alessio, anzi, capita che Francesco... lavori per Planeta!

Capita allora che io decida di partire giovedi scorso. Capita che Francesco mi venga a prendere all'aeroporto di Catania, e mi accompagni in una delle zone più affascinanti della Sicilia e più intriganti dal punto di vista enologico: l'Etna. A Viagrande, sull'Etna, presso le cantine dell'azienda Benanti, ci aspetta Salvo Foti: agronomo, cultore e ricercatore di grani duri, ed enologo appassionato indigeno e studioso dei territore del vulcano. Capita che Salvo ci dedichi due giorni per visitare i vigneti e le cantine di Benanti e di un'altra azienda, la Gulfi, che invece produce Nero d'Avola a Pachino. Capita così di scoprire che sull'Etna, accanto ai rossi Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, Benanti produce un vino bianco dalle potenzialità straordinarie e ancora da scoprire, il Carricante, sorprendentemente affine ai grandi Riesling del nord Europa.

Capita poi di scoprire con Salvo e Massimo Ruffino (ex ristoratore, oggi anima commerciale dell'azienda Gulfi) la storia dei Palmenti, edifici adibiti a cantine di vinificazione dai contadini della zona, bellissimi, molti ormai abbandonati e da ristrutturare, e inseriti in un paesaggio mozzafiato: Pachino, Marzamemi, Noto, su colli che guardano in faccia i due mari divisi dalla punta di Capo Passero, lo Ionio e il Mediterraneo (semplicemente mare aperto, quest'ultimo, per gli indigeni). Capita di bere nella cantina di Gulfi i cru di Nero d'Avola spillati dalla botte su cui sta lavorando Salvo Foti con una dedizione maniacale.

Capita di ritrovarsi a pranzo con Alessio Planeta e tutti gli altri a Marzamemi, in una piazzetta incantata di fronte al mare, tra la vecchia tonnare e la chiesa di tufo dorato, nella trattoria La Cialoma con la signora Lina in cucina. E capita di mangiare lì dei ravioli con ricotta e carciofi su vellutata di zucchine e gamberi meravigliosi, e dei bocconcini di palamito (una specie di piccolo tonnetto pescato all'amo) agli aromi di macchia indimenticabile.

Capita di proseguire ora con Alessio e il suo fido collaboratore Nino, un marsalese rapito venti anni fa dalla bellezza delle terre della contea di Modica, alla scoperta di altre colline e di altre vigne a Pachino e a noto. Capita di scoprire uliveti monumentali, con piante di seicento anni, maestose, alternate a carrubi e mandorli altrettanto imponenti. Capita di visitare insieme un appezzamento vicino a Noto, con un casale signorile abbandonato e terra a 250 metri di altitudine, con lo sguardo che si apre su tutti i lati oltre Capo Passero verso il mare, fino all'Etna verso l'interno, su Noto e su Rosolini.

Capita di rientrare verso il Ragusano alla volta di Vittoria, terra di uno spettacolare Cerasuolo prodotto da Planeta, che mi ha ricordato gli affascinanti e sconosciuti francesi che trovo solo da Michele Alesiani, all'Osteria dell'Arancio di Grottammare, nelle mie Marche. Capita di ammirare lungo la via i pascoli dell'altopiano Ibleo, con le vacche Modicane libere a brucare e a ruminare tra i ricami disegnati dai muretti a secco di una magica pietra color avorio.

Capita di ritrovarsi così a Ragusa Ibla ad ammirare un barocco folle e coinvolgente, dove questa sera mi aspetta Ciccio Sultano, cuoco del ristorante Duomo, che Alessio e tutti gli altri ritengono essere un genio della cucina, e senz'altro il migliore di Sicilia: vi saprò dire. Capita di ritrovarsi per un attimo (adesso) nel tardo pomeriggio di un sabato piovoso in una camera d'albergo di Ragusa a tirare il fiato e a rendersi conto, felicemente sgomenti, della ricchezza di queste terre, e della larghezza del cuore di tante persone straordinarie, messa in moto da un messaggio di posta elettronica.

Capita in rete, dove tutto, dicono, è così terribilmente virtuale...

PS Appendice delle 23.05. Sono appena rientrato. Ho cenato al ristorante Duomo, di Ciccio Sultano. Ciccio è un ragazzo di (credo) 32-33 anni. Ha girato il mondo e ha lavorato nelle migliori cucine di mezza Europa, di New York e di Los Angeles. E' tornato nella sua Ragusa da due anni, e ha messo in piedi questa meraviglia di ristorante alle spalle del Duomo di San Giorgio, nella splendida e vivissima Ragusa Ibla. Come si fa a dire di un ristorante che vale il viaggio, quando il ristorante si trova nella punta più a sud del nostro bel paese? Si fa così: vale il viaggio! Ciccio Sultano non solo ha un nome meraviglioso e ispiratore, ma è un talento di livello mondiale.

Ho mangiato pensando a voi (no, non vi prendo in giro, vi ho pensato!):

Passata di broccoli siciliani con ricotta di vacca Modicana e scampo cotto al vapore (e un filo di splendido olio degli iblei)

Crudità di pesce con cucchiaino di caviale, gambero rosso crudo, timballo di ricciola affumicata e patacche (il nome locale del topinambour), pomodoro ciliegino spellato ripieno di provola fusa affumicata, il tutto da intingere a turno in una vaschettina con una candida riduzione di Mandorle di Avola

Tortino di dentice al vapore ripieno di cuori di carciofo su vellutata di zucchine e julienne di totani tiepidi

Zuppa di pesci nel raviolone fatto al momento nel sugo della zuppa stessa

Spaghetti freschi (già, Ciccio si fa gli spaghetti da sé, e il pane, coi grani di Salvo Foti, vedi sopra) su frittata cruda di asparagi selvatici scottati e polpa di spatola (o pesce sciabola, quel saporitissimo pesce lungo e sottile come una stringa e argentato che ormai i pescatori buttano via)

Dentice in crosta di concentrato di pomodoro e carrubo fatto in casa su zuppetta di funghi con raviolo di cuori di carciofo

Cous-cous di agnello dei monti Iblei con pistacchi di Bronte, brodo di Agnelli, ceci della varietà locale Pascià e harissa fatta in casa.

Non ho mangiato il dessert: visto come sono bravo?

Ho bevuto un vino bianco dell'Etna, il Carricante (uva etnea) Pietra Marina 1998 di Benanti, e uno splendido rosso della serie come una volta, il Cerasuolo di Vittoria 2001 Planeta.

Ho abbracciato Ciccio Sultano (che nome straordinario, non trovate?) commosso. Il mio dessert è comunque arrivato all'aperto: ho sostato per dieci minuti a contemplare la facciata del duomo di San Giorgio, una torta dolcissima e finissima, da mangiare con gli occhi.

Credits: special thanks to Francesco Pensovecchio, Alessio Planeta, Salvo Foti, Massimo Ruffino, la signora Lina, il signor Nino, Ciccio Sultano.


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