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Il Commercio Etico e la Sindrome da Emergency - Da tempo sto cercando di razionalizzare cos'è che istintivamente mi rende insopportabile l'espressione Commercio Etico (senza naturalmente avercela per nulla col mio amico Jacopo Fo che ci ha fatto su perfino un sito), un'espressione che mi è divenuta sempre più odiosa, tanto quanto lo è per me da sempre l'idea di uno Stato Etico.
Credo di aver trovato un filo di ragionamento che qui accenno, e che proverò in futuro ad approfondire. Gli esempi di eticità commerciale che ci vengono propinati sono per lo più costruiti sul modello che potremmo definire Sindrome da Emergency: vendo le solite cose che ho sempre venduto, nel solito modo in cui le ho sempre vendute, però ti ci appiccico la buona azione, per ogni vendita regalo un tot a Emergency, o ai poveri, o alla buona causa più in voga al momento. L'eticità di questo commercio non è pertanto una eticità interna al suo essere, ma è una eticità esterna, una eticità comprata.
L'eticità vera del commercio - e cioè il criterio che potrebbe distinguere il commercio buono dal commercio cattivo - dovrebbe invece essere interna al commercio e alla sua struttura: una eticità che risiede nella qualità di ciò che vendo e nella qualità del come lo vendo, e forse anche (ci devo pensare) nella qualità di ciò che compro e nella qualità di come lo compro (coinvolgendo così anche la responsabilità del cliente, e non solo del venditore!).
Certo questa eticità intrinseca poco si presta ad essere usata come strumento di marketing, e anzi per la sua stessa autenticità neanche sopporta di essere sbandierata a destra e a manca. Chi cerca di fare commercio intrinsecamente etico lo fa perché pensa che quello sia l'autentico commercio, senza bisogno di aggettivo alcuno: il commercio e basta.
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