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Dell'obbedienza, ovvero perché è ancora una virtù (con piccola rivelazione finale)

Piccola fenomenologia dell'obbedienza

Cosa significa obbedire?
La risposta è ovvia: adeguare il proprio comportamento a un volere altrui, diverso dal volere proprio autonomamente determinato. L'obbedienza è tale – virtù o non virtù che la si voglia definire, e io, antimilanianamente, parteggio per la prima ipotesi, come dirò – se e solo se riguarda un comportamento uniforme ad un volere altrui diverso e opposto al mio autonomo volere.

Non abbiamo però ancora guadagnato l'essenza dell'obbedienza autenticamente intesa. Ci si può infatti adeguare ad un volere altrui semplicemente perché vi si è costretti da una sproporzione nei rapporti di forza tra chi detta l'ordine e chi (impropriamente) obbedisce. E' il caso del soldato nei confronti del superiore, della vittima nei confronti dell'aguzzino, del bambino indifeso nei confronti del papà violento. Qui non c'è obbedienza: c'è invece sottomissione a un potere più forte.
Ecco allora il paradosso: l'obbedienza autentica è un atto di libertà. E' autenticamente obbediente colui che liberamente decide di sospendere l'esercizio del proprio libero arbitrio e di affidarsi consapevolmente ad un altro (o all'Altro): l'obbedienza è sempre un vero e proprio atto di fede nei confronti dell'altro.

L'obbedienza autentica non è mai una pretesa, una imposizione da parte di chi impartisce un ordine: è piuttosto una concessione da parte di chi liberamente si determina per essa. E' quella che concediamo non in ragione della autorità dell'altro (ricadremmo nella sottomissione), ma in ragione della sua autorevolezza.
Decidiamo di obbedire, di sospendere il nostro giudizio per il tempo necessario a compiere quell'atto contrario al nostro immediato volere, perché riconosciamo nell'altro la capacità di comprendere di più e meglio di quanto sappiamo fare noi, e riteniamo che tale obbedienza ci farà crescere, condurrà anche noi a un più elevato grado di comprensione e di consapevolezza.

Nella autenticità di questo rapporto è proprio colui che chiede (e non impone, ché sarebbe puro esercizio di potere) obbedienza a mettersi in gioco e a rischiare di più, poiché sa che all'atto di obbedienza dovrà far seguito l'effettiva dimostrazione di quel superiore livello di comprensione cui l'obbediente, prima di obbedire, non poteva attingere: se fallirà in questo, sa che non avrà più obbedienza (ma eventualmente solo sottomissione), poiché avrà perso la sua credibilità, la sua autorevolezza (e dovrà ricorrere semmai alla sua autorità e al suo potere).

Dovessi individuare una scena che plasticamente renda tutta la complessità delle relazioni in gioco tra chi chiede e chi concede obbedienza autentica, nei termini sopra descritti, non avrei dubbi: è la scena in cui Dio chiede ad Abramo di sacrificargli Isacco, “tuo figlio, il tuo unico figlio che ami”. Dio chiede e non impone, non minaccia alcuna sanzione.

Abramo poi ci sorprende addirittura per l'apparente freddezza e distacco con cui, senza neanche un attimo di esitazione, inizia subito ad organizzarsi per porre in atto il comando di Dio: ha deciso di concedere obbedienza a quell'Altro che è il suo Dio, ha deciso di affidarsi a lui, e procede, senza che la sua ragione interferisca.

Ma grande è – anche a una superficiale lettura del testo – il senso di tensione, quasi di suspence che ci attanaglia, e attanaglia certo il cuore di Abramo, verso l'epilogo.
Il silenzio con cui Abramo si concentra totalmente nell'agire obbediente grida ad ogni passo l'interrogativo che solo dopo l'atto troverà risposta: Perché tutto questo? Quello stesso grido che Gesù Cristo spirando renderà esplicito dalla Croce: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Grande è anche la responsabilità di Dio, che sa che la mercede a cui ha diritto l'obbediente è la comprensione del senso di ciò che ha chiesto. Abramo, grazie alla sua obbedienza, avrà da Dio il figlio salvo e la benedizione nei secoli, e la comprensione totale e definitiva che il suo Dio è un Dio di cui vale la pena fidarsi ciecamente.

 

Cattolici e referendum, il caso-Andreotti

Alla luce di quanto ho tentato di chiarire sopra, è fin troppo evidente che nel caso-Andreotti non ci troviamo di fronte ad un atto di obbedienza, ma ad un atto di sottomissione. Non solo: ci troviamo di fronte ad un atto di sottomissione ma anche (e di questo va reso onore ad Andreotti) ad un vero e proprio atto di denuncia del sopruso perpetrato dall'autorità ecclesiastica nei suoi confronti.

Riconosciamo tutti al senatore Andreotti grande attenzione e raffinata precisione nell'uso del linguaggio: non possiamo perciò non onorare il suo gesto prestando grande attenzione alle sue parole. A cominciare da quelle che non pronuncia: la parola obbedienza, nella dichiarazione andreottiana, non c'è. Non c'è neanche la sospensione del proprio libero arbitrio, laddove Andreotti riafferma positivamente di non aver affatto cambiato idea, e di ritenere ancora addirittura un dovere quello della partecipazione al voto: l'adeguamento al comando di Ruini non conduce dunque affatto a una diversa e superiore comprensione, tutt'altro.

Andreotti dice semplicemente (ma quanto eloquentemente!) “Mi inchino a Ruini”. Non dice mi inchino al volere di Dio. Non si inchina al Papa, non al Magistero della Chiesa. E non si inchina neanche al Presidente della CEI. Macché: non si inchina nanche all'Arcivescovo Vicario di Roma, pastore della sua diocesi, né a monsignor Ruini. Si inchina a Ruini. Punto e basta. Ecco l'atto di denuncia del sopruso e della sottomissione necessitata: Mi inchino a Ruini vale qui Mi inchino al Potere ecclesiastico (che paradosso, per chi del potere temporale in Italia è stato a lungo simbolo ed emblema!), incarnato in questa occasione, e dunque occasionalmente, come da un signor Ruini qualsiasi, che proprio per questo suo agire basato su una pura logica di potere, viene da Andreotti spogliato da ogni carica e da ogni segno del suo ministero sacro.

Ecco perché i cattolici che – ribellandosi a un sopruso – voteranno ai referendum, compresi quelli (come me) che voteranno quattro sì, non sono affatto disobbedienti: semplicemente qui non c'è nulla e nessuno cui obbedire. C'è solo un ordine autoritario di sottomissione, a cui è semmai doveroso – da obbedienti in altro che non al potere, e proprio in quanto credenti liberi e consapevoli - rifiutarsi, e così scegliere di obbedire alla parola autorevole del vangelo: “Il vostro parlare sia sì sì, no no: il di più, viene dal Maligno” (Mt 5:37).

 

Piccola rivelazione finale

E se l'obbedienza autentica fosse qualcosa di ancora diverso, e più profondo perfino, di quanto a me è riuscito di mettere in luce sopra?

Se ci poniamo in ascolto della parola, infatti, altri abissi di meditazione si aprono: obbedire, oboedire, è ob (davanti) audire (ascoltare), dare ascolto, concedere ascolto all'altro. L'atteggiamento di chi obbedisce è sì un chinarsi, ma è il chinarsi libero e carico di attenzione di chi si pone davanti all'altro concedendogli il suo ascolto.

Chinarsi ad ascoltare l'altro: è forse proprio in questa espressione d'uso quotidiano, in cui risuona ancora il senso di una pietas antica, la traduzione più vicina a quel che da sempre risuona nel termine obbedire.

Ci si china ad ascoltare non il potente (che ci fa chinare col peso della sua potenza), ma soprattutto il debole, così come il buon samaritano seppe chinarsi lungo la via, sostando e prestando attenzione a colui che giaceva ferito nel mezzo della disobbediente indifferenza dei più. L'obbedienza è certamente, soprattutto oggi, una virtù, e delle più preziose e rare.

Antonio Tombolini

NB Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata su Il Foglio di venerdì 25 marzo 2005, nella prima pagina dell'inserto.

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